L'artista Fainaru: «Io, discriminato alla Biennale, come mio padre nel 1940. Gli ebrei vivono nel terrore»
Lo sfogo di Belu Simon Fainaru, l’artista del padiglione israeliano escluso dai premi: «Deciderò se fare appello»
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L'artista Fainaru: «Io, discriminato alla Biennale, come mio padre nel 1940. Gli ebrei vivono nel terrore»
di Vera MantengoliLo sfogo di Belu Simon Fainaru, l’artista del padiglione israeliano escluso dai premi: «Deciderò se fare appello»
L’arte per lui è uno spazio inclusivo di dialogo, ma da quando è arrivato a Venezia Belu Simon Fainaru, artista del Padiglione Israele, racconta di sentirsi discriminato. Un esempio è stato l’annuncio della giuria della Biennale di Arte di escludere Israele e Russia dalle premiazioni in quanto Netanyahu e Putin sono accusati dalla Corte Internazionale di Crimini contro l’umanità. «Sono un artista. Attendo un commento da parte del ministro della Cultura Alessandro Giuli e del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. In base a questo deciderò se fare appello». Nato a Bucarest nel 1959, l’artista, fondatore della Biennale del Mediterraneo di Haifa, porterà l’opera The Rose of Nothingness, ispirata alla poesia Todesfuge del connazionale romeno Paul Celan.
Signor Fainaru, perché Celan?
«Prima di tutto, sia Celan che io siamo rumeni di origine ebraica ed entrambi figli di seconda generazione di sopravvissuti all’Olocausto. Mio padre è stato per tre anni in un campo di lavoro forzato in Transnistria. I genitori di Paul Celan furono uccisi ad Auschwitz. Mi sono sempre sentito influenzato dalla sua poesia. Nel 1973 la mia famiglia fuggì dalla Romania comunista di Nicolae Ceausescu e da quel momento vivo ad Haifa»
Quest’anno il Padiglione si è spostato all’Arsenale tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati. Coincidenza?
«È una coincidenza, ma ha un senso se riusciremo a creare un dialogo che però, a oggi, non si è ancora instaurato. Io ogni giorno saluto chi lavora in questi Paesi, ma nessuno mi saluta. Io continuo, forse cambieranno idea».
Quando hai scelto di rappresentare Israele, cos’ha pensato?
«La mia idea di arte è quella di un’arte che crea dialogo. Spero che l’arte diventi più forte e che non abbia confini anche se devo constatare che alla Biennale la politica è presente più delle questioni artistiche. Quando ho rappresentato la Romania non ho avuto alcun problema politico. Ora sono lo stesso artista, ma l’atteggiamento nei miei confronti è cambiato perché sono percepito come un ebreo israeliano».
Padiglione Russo sì o no?
«Certo. L’arte è un luogo senza confini. Noi artisti siamo individui che cercano di esprimere i propri sentimenti e pensieri. Alla Biennale ci sono 99 Paesi e 99 culture diverse ed è un luogo in cui si possono scambiare opinioni e superare i conflitti. Ma se l’arte diventa un’arena politica e se iniziamo a boicottarci a vicenda, vivremo sempre di più in un mondo pieno di odio e ogni anno aumenteranno gli esclusi perché non c’è fine all’esclusione».
Si sente discriminato?
«Certo e non c’è davvero nessuna differenza rispetto alla discriminazione degli anni Quaranta quando mio padre, in quanto ebreo, fu espulso dall’Accademia e portato in un campo di concentramento. L’accusa individuale contro Putin e Netanyahu non si può trasformare in un’accusa contro un’intera nazione».
Durante il vernissage ci sarà una protesta contro Israele…
«Lo so, si tratta di organizzazioni politiche che vengono finanziate dalla Jihad Islamica. Si può dire quello che si vuole, ma Israele è un Paese libero. Sono un professore all’Università di Haifa, la metà dei miei studenti sono palestinesi. La Biennale del Mediterraneo è nata per riunire artisti palestinesi con artisti ebrei e israeliani, senza strategie politiche. Purtroppo sento un antisemitismo che va avanti da migliaia di anni. Anche qui».
A Venezia?
«Perché una comunità ebraica deve avere militari e non li hanno i musulmani o i cristiani italiani? Al Ghetto ci sono soldati davanti agli edifici dove vivono ebrei italiani, non è una cosa normale»
Ci sono a causa della guerra in corso…
«No, è perché gli ebrei devono essere protetti dall’odio della società. Dove vivono gli ebrei bisogna mettere i soldati. Gli ebrei vengono o espulsi o uccisi. Questa situazione si riflette anche nell’arte. Vengono incolpati per qualsiasi cosa nel mondo. Ho parlato con la comunità ebraica italiana e gli ebrei vivono nella paura in Italia e questo non succedeva».
Cosa vorrebbe dire a chi protesta?
«Ai manifestanti voglio dire che dobbiamo cambiare il nostro mondo, per vivere in un mondo migliore, per avviare un dialogo. Possiamo avere idee diverse e vedere il mondo in modo diverso, ma per me l’arte ha il potere di superare la politica e mettere in dialogo le persone».
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