Pino Cacucci: «Il profitto, i nuovi fascismi e la ribellione necessaria»
Corriere della Sera - Cultura

Pino Cacucci: «Il profitto, i nuovi fascismi e la ribellione necessaria»

Mercoledì 29 aprile 2026
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Lo scrittore a Firenze con il libro «Riparare i torti», storia di 300 marinai italiani che nel 1940 chiesero ospitalità al Messico per non scendere in guerra»

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Pino Cacucci: «Il profitto, i nuovi fascismi e la ribellione necessaria»

di Jacopo Storni

Lo scrittore a Firenze con il libro «Riparare i torti», storia di 300 marinai italiani che nel 1940 chiesero ospitalità al Messico per non scendere in guerra»

«Oggi viviamo in una folle velocità: tutto viene consumato in pochi istanti, ogni notizia viene macinata e dimenticata subito. Si è imposta una memoria cortissima. Si leggono sempre meno libri ma bisogna resistere senza lasciarsi schiacciare dalla frustrazione di vivere in un Paese che legge poco. E ancora più di ieri servono i raccontatori di storie: i libri di narrativa riescono ancora a fissare e tramandare esperienze. Oggi tutto scorre via con una superficialità annichilente, senza lasciare traccia. Il bisogno di leggere storie è salvifico, è un antidoto a questo continuo scorrere. E magari le copie vendute sono poche, ma sono attese da persone che mi danno grandi soddisfazioni».

Pino Cacucci – appassionato di America Latina, scrittore che attraversa storie dimenticate, ribelli e perdenti, per restituire voce a chi la Storia ha lasciato ai margini – sarà sabato 2 maggio alle 18 alla libreria di viaggi On the Road di piazza Giorgini a Firenze (gestita da Martina Castagnoli) per presentare il suo ultimo libro Riparare i torti (Mondadori), la storia quasi sconosciuta di una comunità di italiani che vive in Messico le cui origini si perdono nel 1940, quando dieci navi mercantili italiane, proprio nei giorni in cui l’Italia dichiara guerra a Francia e Inghilterra, vengono requisite dal governo messicano ancora neutrale. Quei marinai rimasero a vivere in Messico e sono i protagonisti di questo romanzo che unisce storia e finzione. Uomini «fuori posto» nella grande Storia, esistenze dimenticate che trovano adesso un risarcimento narrativo.

Dove nasce l’idea e la storia del libro «Riparare i torti»?
«Oltre dieci anni fa fui invitato all’Università di Nayarit, in Messico, per parlare dei miei libri. In quell’occasione veniva presentato un volume intitolato Il viaggio inaspettato, realizzato dai figli di alcuni marinai italiani. Così scoprii l’esistenza di un episodio dimenticato: circa 300 marinai italiani che, il 10 giugno 1940, quando l’Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, si trovavano nel Golfo del Messico. Decisero di chiedere ospitalità nei porti messicani. Quasi tutti rimasero a vivere lì, formarono famiglie e avviarono attività, soprattutto a Guadalajara, dando origine a una comunità italiana che esiste ancora oggi».

Perché solo dopo dieci anni ha deciso di riprendere quella storia?
«Da quel giorno ho tenuto quell’idea in un angolo della memoria. Per anni non ne ho fatto nulla, ma nel frattempo accumulavo materiali. In parallelo, avevo il ricordo di un viaggio con un caro amico messicano in Chiapas, dove mi portò a visitare una stranissima villa in stile bavarese, in una zona di piantagioni di caffè. Le terre appartenevano alla famiglia Braun: Eva, compagna del Führer, pare vi facesse visita episodicamente. Mischiando insieme tutti questi elementi, è nato il romanzo».

La sua è anche una storia di fascismo, che credevamo dimenticato in Europa ma che invece ha i suoi rigurgiti?
«È un argomento delicato. Forse molti si sono dimenticati dei fascismi e degli autoritarismi, ma quelle forme di potere non si sono mai dimenticate di noi e continuano a manifestarsi. C’è un atteggiamento per cui i potenti si presentano come benefattori, ma spesso i politici visibili non hanno il vero potere: sono marionette al servizio di interessi più grandi. Oggi, in nome del profitto, l’essere umano non conta più nulla, e questo è il vero fascismo».

Chi sono oggi i «non vincitori» della storia?
«Ce ne sono tantissimi. Sono persone che, in nome della dignità, non si arrendono mai, spesso rischiando la vita. Però non sono visibili. Non esistono più figure simboliche come Pancho Villa o Che Guevara, ma esiste una miriade di persone che ogni giorno fanno del loro meglio per rendere il mondo un po’ meno ingiusto. Di loro però quasi non esiste una narrazione».

Lei ha detto che i progressi dell’umanità nascono da gesti di ribellione: quali sono questi gesti nella società attuale?
«Confermo questa idea: ogni progresso nasce da una forma di ribellione contro l’ordine costituito o contro il pensiero dominante. Oggi però faccio fatica a individuare gesti evidenti, perché c’è un’uniformità diffusa e annichilente. Sicuramente esistono, ma sono legati a individui o piccole comunità che, spesso in modo silenzioso, cercano di non adeguarsi e di opporsi alle ingiustizie».

Venezuela, forse Cuba: l’America Latina sta vivendo una nuova colonizzazione?
«Per come conosco l’America Latina, la colonizzazione non è mai finita: è semplicemente passata dal controllo spagnolo a quello statunitense, e non si sa quale sia stato peggiore. È una pressione continua. Cuba, ad esempio, non ha bisogno di essere “trasformata” come il Venezuela perché non ha petrolio, ma è comunque soffocata da decenni. È una situazione ormai estrema, senza dimenticare che anche altri governi, prima degli Stati Uniti, hanno esercitato forme di dominio».

Qual è stato il suo momento di folgorazione con l’America Latina?
«Il momento decisivo è stato il 1982, quando feci il mio primo viaggio in Messico. In realtà fu una conferma, perché avevo già una forte attrazione per quel mondo, nata dalle letture. Nel 1979 avevo letto Cent’anni di solitudine, e da lì mi ero avvicinato alla letteratura latinoamericana. Quando arrivai in Messico provai emozioni che non sentivo più in Italia, che mi sembrava entrata in una sorta di era glaciale dopo le passioni degli anni Settanta. Così decisi di fermarmi a vivere lì».

Com’è cambiato il Messico oggi, anche rispetto al turismo di massa?
«Oggi in Messico, come nel mondo, vedo una sorta di nevrosi del viaggio: tante persone si spostano continuamente ma restano in superficie. Che sia Venezia o Bangkok, scivolano via senza entrare davvero in contatto con i luoghi. Le crociere, i tour veloci, i viaggi organizzati in pochi giorni: si vedono tante cose, ma resta una “marmellata” indistinta nella memoria. Il punto non è spostarsi, ma entrare in relazione con le persone, parlare con chi vive lì. Solo il contatto umano dà il senso di un luogo. E il tempo non può essere affrettato quando si vuole conoscere davvero un Paese».

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