Da Boldrini a Meloni: donne, potere e (i soliti) insulti sessisti
C'è una scena che si ripete, puntuale. Una donna sale abbastanza in alto da diventare visibile, e subito comincia qualcos’altro. Non la critica, quella sarebbe legittima. Il corpo. L’aspetto. La sessualità. Si mette in discussione il fatto stesso che sia lì.
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Da Boldrini a Meloni: donne, potere e (i soliti) insulti sessisti
di Barbara PoggioC'è una scena che si ripete, puntuale. Una donna sale abbastanza in alto da diventare visibile, e subito comincia qualcos’altro. Non la critica, quella sarebbe legittima. Il corpo. L’aspetto. La sessualità. Si mette in discussione il fatto stesso che sia lì.
C'è una scena che si ripete, puntuale. Una donna sale abbastanza in alto da diventare visibile, e subito comincia qualcos’altro. Non la critica, quella sarebbe legittima. Qualcos’altro. La scorsa settimana è toccato a Giorgia Meloni, attaccata dal propagandista del Cremlino Vladimir Solovyov con il solito armamentario sessista. Solidarietà è arrivata bipartisan, com’era giusto. Ma da sola non basta. Si trattava di un copione noto. Quando una donna occupa una posizione di potere, la critica alle sue scelte scivola altrove e lo fa in fretta.
Le critiche al corpo
Il corpo. L’aspetto. La sessualità. Non si contesta ciò che dice: si mette in discussione il fatto stesso che sia lì. Il sessismo non serve solo a insultare. Serve a rimettere una donna «al suo posto», anche quando quel posto è il vertice del governo. Colpisce esponenti politiche di orientamenti diversi, giornaliste, ricercatrici, attiviste e, più in generale, le donne che intervengono in uno spazio – com quello pubblico – ancora percepito come maschile. Cambiano i contesti, resta il repertorio: sessualizzazione, paternalismo, ridicolizzazione, delegittimazione personale. A volte si presenta come galanteria. Il commento di Donald Trump sempre a Giorgia Meloni, a Sharm el-Sheikh: «Non ti offenderai se ti dico che sei bella, vero?» non era un insulto, ma di fatto un modo più subdolo di ridurre il suo ruolo. A volte è più brutale: basta ricordare la bambola gonfiabile usata da Matteo Salvini contro Laura Boldrini.
Il sessismo in rete
Particolarmente violento è oggi il sessismo in rete. Lo spazio digitale ha reso questo fenomeno molto più pervasivo e persistente, industrializzandolo. Le ricerche mostrano che la maggioranza delle giornaliste ha sperimentato forme di violenza online nel corso del proprio lavoro e che le donne in politica risultano esposte molto più degli uomini a molestie, minacce e campagne di discredito. Oggi si aggiungono deepfake sessuali e immagini manipolate: tecnologie nuove, copione antico, danno amplificato. Più una donna sale, più diventa superficie d’attacco. Arrivare alla guida di un Paese non riduce l’esposizione, la moltiplica. L’ascesa non mette al riparo, mette in vetrina. Lo ha mostrato anche Jacinda Ardern, ex premier neozelandese, bersaglio di una ostilità misogina feroce, che dopo le dimissioni si è dedicata allo studio di questo fenomeno e dei suoi effetti sulla partecipazione politica. Il sessismo pubblico non colpisce infatti solo le donne a cui è rivolto. Avverte tutte le altre: scoraggia dal candidarsi, dall’esporsi, dal prendere parola. Gli insulti a Meloni, così come i complimenti di Trump, non riguardano dunque solo lei. Riguardano tutte le donne, soprattutto le più giovani, che osservano la scena pubblica. E capiscono quanto può costare entrarci. E si chiedono se valga la pena farlo.
*Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento
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28 aprile 2026
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