Leda Azzalini, partigiana e combattente
«Mariska», questo il nome di battaglia, è stata caposquadra sull’altopiano del Cansiglio. Ha imbracciato le armi fino alla Liberazione: «Ho sofferto, rifarei tutto». In occasione del 25 Aprile, a cento anni, racconta la sua storia
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Leda Azzalini, partigiana e combattente
di Jessica Chia«Mariska», questo il nome di battaglia, è stata caposquadra sull’altopiano del Cansiglio. Ha imbracciato le armi fino alla Liberazione: «Ho sofferto, rifarei tutto». In occasione del 25 Aprile, a cento anni, racconta la sua storia
Leda Azzalini da giovane
FREGONA (TREVISO) «Rifarei tutto. Rifarei anche il doppio. Purché continui a servire alle generazioni future». A 18 anni appena compiuti, dopo aver lasciato un biglietto alla famiglia, Leda sale in montagna, nell’altopiano del Cansiglio (tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia), per raggiungere il Gruppo brigate Vittorio Veneto, poi confluito nella Divisione Nino Nannetti. Vuole «solo dare una mano», invece diventerà, unica donna, la caposquadra di un gruppo di uomini. Leda non è stata staffetta, ma combattente: «Facevo tutto quello che faceva un soldato». Il suo nome di battaglia è «Mariska», e lassù rimarrà fino a guerra conclusa.
Leda Azzalini accoglie il «Corriere» nella sua casa di Fregona (Treviso), alle pendici del Cansiglio, dove vive sola. A cento anni compiuti a febbraio (con gli auguri del presidente Sergio Mattarella con cui, il 25 Aprile di un anno fa, si è sentita al telefono), e con un solo occhio funzionante — questo non le impedisce, ogni sera, di leggere — è presente nei suoi ricordi. Non ha mai voluto rilasciare interviste sulla sua storia — che ha raccontato ai comizi o nelle scuole —, ma ha accettato di farlo con il quotidiano di via Solferino, a cui è legata: «Mia mamma lo leggeva sempre, era una donna semplice ma capiva tutto e lo spiegava alla famiglia. Io lo compravo anche in Venezuela (dove emigrerà, ndr): arrivava il giorno dopo».
Col mitraLeda Azzalini (Vallorch, Treviso, 21 febbraio 1926) col mitra in mano insieme al partigiano Angelo Stefan «Canevaz» (la foto è stata restaurata)
Venuta al mondo il 21 febbraio 1926 nel villaggio di Vallorch, Leda è cimbra (minoranza etnica e linguistica di origine germanica) e nasce in una famiglia socialista «della prima ora», che lavora il legno in montagna: «Mio padre — racconta — era un mutilato del 1915-18, è tornato senza una gamba, gliel’hanno segata, perché infetta, in Germania. Lo hanno anestetizzato con un bicchiere di vino. In casa c’è sempre stato il racconto della guerra. Sono cresciuta con mio padre che urlava dal dolore quando cambiava il tempo. Anche per questi motivi mi sono arruolata».
Dopo l’Armistizio, nella zona si creano le prime formazioni con ex prigionieri di guerra e «sbandati», com’erano chiamati i renitenti. Li aiuta anche il prete di Montaner, don Giuseppe Faè, che all’inizio mette a loro disposizione la canonica (il campanile diventa un deposito di armi). Chiamato anche «don Galera», dopo essere stato denunciato da due spie, viene arrestato e condannato a morte. Si salva scontando solo la reclusione; la sorella Giovanna è invece deportata in Germania e non farà più ritorno.
La conoscenza del territorio permette a Leda di guidare i partigiani (sono le stesse montagne dove ha militato la giornalista Tina Merlin). La base del comando si trova sopra Montaner, ma a causa dei rastrellamenti, si divide in più gruppi. «Facevo tutto quello che facevano gli uomini — ricorda —: la guardia, le ispezioni. Quando sono arrivata, il comandante ha detto: “Lei è sotto la mia responsabilità: massimo rispetto o c’è la fucilazione”».
Leda Azzalini, partigiana combattente nel Cansiglio: «A 18 anni gestivo una squadra di uomini»
Leda sopravvive al rastrellamento del Cansiglio (il villaggio di Vallorch viene bruciato e per dieci giorni, nascosta nel bosco, si «nutre» con la rugiada); si salva a quello della Palantina, nascosta sotto un pino; e rischia di morire il giorno della Liberazione di Vittorio Veneto, quando gli aerei alleati mitragliano una colonna corazzata della Wehrmacht: «Ero salva un’altra volta. L’ultimo giorno di guerra. Ma è stata dura, sa... Anche a raccontare, mi agito. Quando vedo alla tv notizie di conflitti sto male, non dormo. La guerra mi è rimasta dentro».
«Avevamo il coraggio della gioventù, ma abbiamo sofferto, avevamo fame, per fortuna c’erano le staffette che ci portavano il pane. Non puoi vivere in montagna se non hai il paese a favore».
Leda ricorda il lavoro femminile nella Resistenza, anche se a lungo molte testimoni dirette hanno taciuto, spesso per pudore o vergogna. «Sono state fatte violenze brutali. Io non mi sarei mai fatta prendere viva, avevo sempre la pistola pronta perché, prima di morire, sa quante cose mi avrebbero fatto? Mi vengono i brividi solo a pensarci. Ma io avrei reagito. Perché dovevo farmi uccidere, perché sono donna?».
«Mariska» è addestrata a usare pistole, fucili, anche se scarseggiano. Inizieranno ad arrivare a fine guerra con le missioni inglesi: assisterà anche all’ultimo lancio delle armi coi paracaduti.
Finito il conflitto, decide di emigrare: «Non sapevo nemmeno dove fosse il Venezuela, ma sono partita da sola. Un viaggio di tre mesi». In Sudamerica, dove resterà 15 anni, apprende della nascita della Costituzione («una delle più belle del mondo, e ora la stanno rosicchiando», dice). Impara lo spagnolo, il francese; ha la licenza elementare, ma continua a studiare (la nipote ci mostra i suoi volumi di Kierkegaard), a informarsi: «Sono sempre stata curiosa della vita». Leda è anche una donna all’avanguardia: pantaloni corti, smalto alle unghie, negli anni Sessanta torna dal Venezuela con una Mg decapottabile, che tutti nei dintorni vogliono vedere. Ma lei non ama parlare di sé in questi termini: è la nipote ad aiutarci a ricostruire questa parte della sua vita. «Mi imbarazzo», ribadisce.
La scorsa estate, nella sede dell’Anpi di Vittorio Veneto, entra una donna. Arriva dall’Australia e sta cercando informazioni sul padre che ha combattuto con gli anglo-americani in Cansiglio. Viene portata da Leda, che ricorda di un soldato inglese che aveva salvato decine di partigiani da un rastrellamento; lo chiamavano Beppo. Quello stesso Beppo, con cui Leda ha assistito all’ultimo lancio delle armi al monte Pizzoc, era Joseph Dickinson: il padre della donna arrivata dall’Australia. Ottant’anni dopo, la storia di quelle montagne — la storia della nostra Liberazione — torna a intrecciarsi con la vita di Leda.
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Su «Donne partigiane» c'è la videointervista
In occasione del 25 aprile, 81° anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, su Corriere.it è pubblicata la videointervista integrale alla partigiana combattente Leda Azzalini, insieme a quella di un’altra testimone della Resistenza, la staffetta Lea Gariazzo, 102 anni, militante nel Biellese con la 50ª Brigata Garibaldi. Le loro videointerviste si aggiungono a quelle raccolte, dal 2023 a oggi, nel canale video di CorriereTV «Donne partigiane» in cui testimoni centenarie e quasi centenarie, da diverse parti d’Italia (Roma, Bologna, Torino, La Spezia, Milano, Brescia...), hanno raccontato la loro esperienza nelle brigate partigiane.
28 aprile 2026
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