Marcello Fois e la poesia: «È il massimo della sintesi e quindi della sostanza. Un pezzo è dedicato a Michela Murgia e una canzonetta è sulla famiglia queer»
Lo scrittore in parallelo ai romanzi ha continuato a coltivare anche una produzione poetica più sotterranea, sfociata in un libro da poco pubblicato da Einaudi dal titolo «Ogni cosa vede noi»
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Marcello Fois e la poesia: «È il massimo della sintesi e quindi della sostanza. Un pezzo è dedicato a Michela Murgia e una canzonetta è sulla famiglia queer»
di Piero Di DomenicoLo scrittore in parallelo ai romanzi ha continuato a coltivare anche una produzione poetica più sotterranea, sfociata in un libro da poco pubblicato da Einaudi dal titolo «Ogni cosa vede noi»
Nel corso degli anni Marcello Fois, nato a Nuoro nel 1960 ma da decenni a Bologna, in passato anche sceneggiatore per cinema e tv, è forse lo scrittore italiano che più si è cimentato con la dimensione del romanzo nella sua accezione di saga familiare.
Dalla trilogia dei Chironi ambientata in Sardegna, al recente L’immensa distrazione, in un’Emilia mitica e concretissima fatta di campi, allevamenti, industrie e infinite pianure. Protagonista ancora una volta una famiglia, i Manfredini, che hanno trasformato un semplice mattatoio in un impero, con l’accanimento di chi conosce la miseria e l’astuzia di chi ha capito come uscirne. In parallelo Fois ha però continuato a coltivare anche una produzione poetica più sotterranea, sfociata in un libro da poco pubblicato da Einaudi.
Nella raccolta «Ogni cosa vede noi» le parole di Fois mettono continuamente in dialogo l’esperienza individuale e la memoria collettiva. In un costante ribaltamento di prospettive, perché «quando crediamo di vedere ogni cosa, ogni cosa vede noi».
Fois, che cosa rappresenta la poesia per uno scrittore come lei?
«Il massimo della sintesi e quindi della sostanza, la dimostrazione che cercare le parole giuste significa trovare le uniche parole giuste. È un’arte dispotica che non concede troppe licenze, non si ragiona mai sul fatto che nel concetto stesso di licenza poetica c’è l’intento di forzare, modellare e adattare i significati e i suoni delle parole, non certo di essere più liberi».
Come si accosta un romanziere concentrato su narrazioni di ampio respiro alla forma poetica?
«Cambiando mentalità, moltiplicando esponenzialmente le potenzialità di ogni singolo lemma. In un verso si può contenere un intero capitolo. La poesia è il risultato istintivo di una tecnica assimilata all’inverosimile».
La sua produzione editoriale poetica che cadenza ha?
«Questa è la terza. La prima, L’ultima volta che sono rinato, è del 2006, la seconda, L’infinito non finire, è del 2018. Scrivo i pezzi nel tempo senza una strategia apparente ma, a un certo punto, mi rendo conto che, in rapporto alle stagioni che attraversano, questi si parlano. La prima raccolta è una riflessione sull’identità, la seconda una sorta di pamphlet politico sull’abuso del territorio. Quest’ultima è sul crescere, sulla perdita della giovinezza e quindi dell’immortalità».
Da dove nasce il verso che ha scelto come titolo del libro?
«Dall’epilogo: è l’ultimo verso dell’intera raccolta».
Come è maturata invece la scelta delle poesie che ha poi inserito nella raccolta?
«Per assonanza e per ritmo. Ho lavorato molto sul metro e sulla rima. Ho affrontato la poesia anche nelle sue componenti “professionali”, pur sapendo che detta così può sembrare “spoetizzante”. Si ha un’idea falsamente viscerale della poesia, a differenza di quello che si pensa generalmente quanto più si è tecnicamente attrezzati tanto più si può essere creativi».
Quali sono le differenze con le raccolte precedenti che citava prima?
«Quest’ultima è più intima».
Si tratta di composizioni che nascono da rapporti personali?
«Assolutamente, la poesia richiede un’adesione totale. La narrativa permette stralci di finzione e spazio per un numero imprecisato di vite alternative».
Michela Murgia è molto presente in queste pagine.
«C’è un pezzo dedicato a lei che ho composto, strutturato in quartine di endecasillabi in rima, sfruttando frammenti di messaggi che ci siamo scambiati il giorno prima che morisse. E poi c’è il testo che è stato pubblicato in copertina, che è una canzonetta per raccontare la famiglia queer».
Riconciliazione e ridimensionamento che peso hanno per Marcello Fois?
«Il peso che dovrebbero avere per chiunque nel passaggio verso la maturità. Riconciliarsi con se stessi, ridimensionare l’opinione di sé. Armonizzarsi con la stagione che di volta in volta affrontiamo».
Come vive questo tempo così confuso e così conflittuale?
«Con l’insofferenza di accettare, e subire, le narrazioni altrui. Sono fieramente comunista, buonista e persino intellettuale»
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