Le lettere segrete di Piero Gobetti a 17 anni: così nacque un amore e una rivoluzione. Una passione che sfidò il fascismo
Dalle prime lettere adolescenziali a un amore travolgente: il carteggio che svela la loro anima più intima tra sogni, politica e destino. Tra Gobetti e Ada Prospero otto anni di amore, impegno culturale e resistenza al fascismo
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Le lettere segrete di Piero Gobetti a 17 anni: così nacque un amore e una rivoluzione. Una passione che sfidò il fascismo
di Carla Piro ManderDalle prime lettere adolescenziali a un amore travolgente: il carteggio che svela la loro anima più intima tra sogni, politica e destino. Tra Gobetti e Ada Prospero otto anni di amore, impegno culturale e resistenza al fascismo
«Gentilissima sig.na, era proprio ineluttabile che nell’autunno del 1918 io dovessi armarmi di tutta l’impertinenza di cui sono dotato per turbare la tranquillità e gli ultimi riposi estivi di tutti gli amici che ho conosciuto e conosco. Si rassegni anche lei alla sorte cui tutti si sono adattati e s’accontenti di mandare un sospiro di soppiatto! [...] Ho deciso di fondare un periodico studentesco di cultura [...] titolo Energie Nove [...] Scopi: destare movimenti di idee in questa stanca Torino, promuovere la cultura, incoraggiare studi tra i giovani».
È settembre. A Torino un diciassettenne con l’aria scarmigliata e un mucchio di idee per la testa, scrive alla ragazza che abita nel suo stesso palazzo, in via XX Settembre. Lei ha 16 anni, frequenta la seconda liceo ed è appassionata di musica e di letteratura. Lui finora non ha avuto il coraggio di parlarle, però l’idea del quindicinale è l’occasione perfetta, anche perché le parole e le energie «nove» servono davvero. Così Piero le scrive, chiedendo la sua collaborazione per gli articoli e anche per avere il contatto di qualche amico a cui proporre di abbonarsi. Lei risponde il giorno stesso. «Ecco gli indirizzi, sono pochi ma spero di potergliene dare presto degli altri, di fare io stessa propaganda. Ps: mi preparo a discutere con calore, a confutare i suoi argomenti e, infine.. a lasciarmi convincere!». Comincia così l’amicizia tra Ada e Piero. Ada Prospero che presto, nelle lettere che Piero Gobetti le scrive, diventa Didì.
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Avanti veloce, aprile del 1919. La prima serie della rivista — dieci numeri tra novembre e marzo — è uscita, e ora le parole della lettera che Ada scrive raccontano quanto in fretta l’amicizia sia diventata amore, e quanto profondo. «Come sta Piero senza Didì? Didì senza Piero, è inutile che cerchi di nasconderlo, è un po’ triste. E pensa che sciocca e debole, già essere triste il primo giorno. E vuole essere forte e sorride, ma in fondo in fondo vorrebbe piangere. [...] Devo dirlo? Avevo una certa curiosità di sapere che cosa avrei provato quando tu saresti stato lontano. Se tristezza, ansia o timore. Nulla di tutto questo [...] invece un senso di vuoto, di incompletezza di vita, come se non fossi stata più interamente Didì ma mi fosse mancato qualche cosa, una parte vitale di me stessa. Ho pianto più tardi, piccole lacrime buone come quelle che piangevo tra le tue braccia».
Nasce così, rapido, improvviso e potente l’amore tra due anime affini che insieme scriveranno un pezzo di storia dell’antifascismo italiano. Lo scambio epistolare che ne resta, custodito dal Centro Studi Gobetti di Torino e raccolto per la cura di Ersilia Perona (Nella tua breve esistenza), racconta gli otto anni della vita insieme di Ada e Piero che qui emergono prima di tutto come una donna e un uomo innamorati. Una «parabola breve, dall’intensità luminosissima» che le lettere restituiscono intatta, tessuta di fili diversi, vissuta su piani diversi.
Dentro le lettere c’è tutto: amore, speranza di futuro, impegno sociale e lotta politica. C’è la «prodigiosa giovinezza» di due intellettuali lucidissimi. C’è il biennio rosso. Ada a Piero, l’11 settembre del 1920: «Per quanto si sa dai giornali, gli operai continuano ad occupare le fabbriche con ordine e disciplina, per ora non si hanno trattative. Continueranno così o ad un tratto scoppierà un’incomposta rivolta o una debolezza che farà cedere»? «Perché tanta agitazione — risponde Piero due giorni dopo — rispetto al movimento operaio? Essi non saranno mai la salvezza, non daranno mai a nessuno la nuova vita che non hanno neppur essi [...] la rivoluzione che oggi si prepara non muterà, non può mutare nulla negli uomini che saranno seri solo se si faranno tali nella loro intimità. Il solo problema che la rivoluzione può risolvere è dare o meglio preparare una nuova classe dirigente. Si tratta di rinnovare lo Stato, non la nazione. E si può rinnovare lo Stato solo se la nazione ha in sé certe energie che improvvisamente da oscure che erano si fanno chiare e acquistano possibilità e volontà di espansione».
Nel 1923 Ada e Piero si sposano. Sono questi gli anni di un’attività editoriale intensa, che dà voce a importanti intellettuali, molti dei quali antifascisti. Nel 1924 esce La Rivoluzione Liberale, il capolavoro politico di Gobetti, il saggio sulla lotta politica più lucido e insieme la rivista più matura in cui — scrive lo storico Pietro Polito — si trova racchiuso il senso profondo del suo pensiero e della sua azione. Ma il clima in Italia è sempre più repressivo. I pestaggi che Piero subisce dalle squadracce fasciste e il sequestro della rivista lo costringono alla chiusura definitiva. Alla fine del 1925 nasce Paolo, «Poussin» nelle lettere; il 3 febbraio dell’anno seguente il giornalista sceglie l’esilio e parte per Parigi dove conta di continuare a fare l’editore e proseguire il suo impegno politico. Ada lo seguirà appena possibile.
Scriverà lei sul suo diario: «Nell’ora in cui tu sei partito, una nevicata fitta, bianca, improvvisa. Quasi avesse voluto, gelida e chiara, irrigidire un poco lo strazio della separazione. Anche tu hai sofferto, lasciandomi: tremavano anche nei tuoi occhi le lagrime, quando hai rialzato il capo dopo aver baciata la fronte del piccolo che dormiva questo con le manine aperte e tese come a un saluto. Mi hai stretta al cuore appassionatamente, ma poiché un poco tremavo e non sapevo dominare l’angoscia, mi hai detto: “Non turbarti. Il bambino non deve soffrire verrai presto anche tu e saremo tanto felici. [...] Ti ho accompagnato sino all’uscio, mentre già scendevi le scale ti sei voltato e mi hai detto — col tuo caro sorriso monello — “quando verrai a Parigi non dimenticare il Poussin”. No no, ti ho gridato gaiamente, poi sono rientrata. Ho udito il tonfo dello sportello della vettura». Il fisico minato dai pestaggi, Gobetti si ammalerà di bronchite pochi giorni dopo il suo arrivo a Parigi, dove morirà il 16 febbraio del 1926.
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28 aprile 2026
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