Come nasce l'amaro San Simone? L'«elisir di lunga vita» dei monaci del Balôn trasformato in un digestivo da un farmacista
Corriere della Sera - Cultura

Come nasce l'amaro San Simone? L'«elisir di lunga vita» dei monaci del Balôn trasformato in un digestivo da un farmacista

Martedì 28 aprile 2026
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I religiosi, esperti di piante e radici, operavano in una chiesa d'antica origine dedicata a Simone lo Zelota nei pressi dell'attuale mercato delle pulci. Negli anni 50 Aldo Fachino ne riprese la ricetta rendendola più gradevole

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Come nasce l'amaro San Simone? L'«elisir di lunga vita» dei monaci del Balôn trasformato in un digestivo da un farmacista

di Rosalba Graglia

I religiosi, esperti di piante e radici, operavano in una chiesa d'antica origine dedicata a Simone lo Zelota nei pressi dell'attuale mercato delle pulci. Negli anni 50 Aldo Fachino ne riprese la ricetta rendendola più gradevole

Un'antica foto del mercato del Balôn

A girare per il mercato torinese del Balôn si scopre sempre qualcosa, come ben sapeva la “ ditta Fruttelo&Lucentini” (da non perdere la bella mostra al Circolo dei lettori in questo anno del centenario di Carlo Fruttero).
Per esempio ci si ritrova in una corta via ad arco, da un lato un’insegna quasi illeggibile, dall’altro la solita targa muta: via San Simone.
Una via dedicata a un santo, o a una chiesa, oppure all’amaro torinese con lo stesso nome? Tocca indagare.

La «staffetta»

Prima scoperta: ci sono due chiese che si sono passate la staffetta. Entrambe dedicate allo stesso santo, Simone il Cananeo o lo Zelota, uno dei dodici apostoli di Gesù, festeggiato dalla Chiesa il 28 ottobre insieme a San Giuda Taddeo. La prima chiesa è antichissima, esisteva già nell’Anno Mille, citata nel 1047 in un diploma dell’imperatore Enrico III.
Nel 1250 San Simone diventa parrocchia, a metà Quattrocento possiede anche un orto e un cimitero. Nel 1584 conta circa duecento parrocchiani, ma è ormai quasi in rovina, i defunti seppelliti appena sotto il suolo, il tetto in legno che scricchiola e sul muro prospiciente l’altare sono state costruite addirittura una latrina e una stalla che esalavano un terribile fetore, tanto che ne viene ordinato l’abbattimento. La chiesa rimane almeno sino a fine ‘600, in un vicoletto raggiungibile da via Dora Grossa, l’attuale via Garibaldi all'altezza di via San Francesco d'Assisi, poi se ne perdono le tracce: unica notizia certa racconta che viene adibita nel 1742 a uso civile dopo di che scompare dalla memoria urbana. I resti della chiesa di San Simone e Giuda Taddeo sono riemersi solo nel 2013 nei lavori presso il Centro Studi Sereno Regis di via Garibaldi 13.

La chiesa sconsacrata nell'800

Ma intanto era sorta un’altra Chiesa parrocchiale dei SS. Simone e Giuda, a Borgo Dora, costruita nel 1780, proprio in sostituzione della precedente, il nome trasferito dalla chiesa parrocchiale di via Dora Grossa. Però, destino ingrato quello di San Simone, anche la chiesa di Borgo Dora finisce progressivamente abbandonata, nel 1882 viene sconsacrata e più tardi adibita a deposito comunale per spalaneve, masserizie e mercanzie varie. E infine è demolita nel 1956. Oggi al suo posto c’è un condominio e della chiesa non resta nulla.

La produzione dei monaci

E l’Amaro San Simone c’entra? Certo. I monaci di San Simone erano infatti esperti di piante e radici e crearono un depurativo alle erbe, considerato un elisir di lunga vita. Nei primi anni 50, negli archivi dell’Antica Officina Farmaceutica San Simone di via Garibaldi 11 viene ritrovata la ricetta originale. Ed è allora che il farmacista Aldo Fechino decide di rielaborarla e creare una versione più armoniosa e gradevole dell’elisir. E nasce l’Amaro San Simone.
Materie prime alcol da cereali, 39 erbe e radici selezionate in gran parte dal territorio, riconosciute per le loro proprietà toniche, e caramello da zucchero utilizzato come colorante, niente additivi. Oggi lo producono il genero e il nipote del farmacista Fechino, Ruggiero e Federico Fulcheri, in un laboratorio ultra-artigianale a Madonna di Campagna, 350.000 bottiglie all’anno. La bottiglia è sempre la stessa, inconfondibile, 70 cl, solo l’etichetta ha aggiunto un tocco dorato attorno allo stemma rosso. Nel 2025 è stato premiato come miglior amaro del mondo, medaglia d’oro al concorso mondiale di Bruxelles, dopo una degustazione alla cieca di 2598 campioni da tutto il pianeta.
Le chiese non ci sono più, ma San Simone ha fatto la grazia e la ricetta dei monaci, riveduta e corretta, è ancora un’eccellenza di Torino.

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