Valeria Parrella: la mia Giovanna d'Arco è dentro Greta Thunberg ma anche tutte noi «ragazzine»
La scrittrice napoletana rivisita la storia della pulzella d'Orléans: «Guardo al passato ma parlo del presente»
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Valeria Parrella: la mia Giovanna d'Arco è dentro Greta Thunberg ma anche tutte noi «ragazzine»
di Mirella ArmieroLa scrittrice napoletana rivisita la storia della pulzella d'Orléans: «Guardo al passato ma parlo del presente»
Valeria Parrella (foto Cristiano Guerri)
Da Guappetella a Giovanna d’Arco, la passione di Valeria Parrella per certi acuminati personaggi femminili resta immutata nel tempo. Se la prima era una delle protagoniste dei racconti d’esordio di «Mosca più balena» nel lontano 2003, la pulzella d’Orleans domina invece la nuova creatura della scrittrice napoletana, «La ragazzina», Feltrinelli (da oggi in libreria, la presentazione domani pomeriggio al Grenoble). In realtà, in tutta la produzione di Valeria Parrella le donne sono al centro del discorso narrativo.
Ma come mai stavolta proprio Giovanna d’Arco? Parrella, non era stata già abbondantemente raccontata?
«Io riscrivo sempre, l’ho fatto con Antigone, Euridice e Orfeo, è proprio una delle mie passioni. Del resto non c’è una sola Medea. Noi riscopriamo le figure perché talvolta nel tempo si appannano, oppure ciascuno le vede da un’angolazione diversa. Su Giovanna d’Arco è ancora più vero, perché lei è esistita e quindi dei dati storici, fissi, sono a disposizione di tutti, per esempio gli atti del processo. Dal suo tempo storico ad oggi si sono aggiunte tante altre prospettive: i film, l’opera musicale, addirittura i fumetti di Schultz, nei Peanuts. E negli stessi atti del processo ci sono diverse interpretazioni possibili: ci sono parti in latino tradotte benissimo in italiano da Teresa Cremisi per Marsilio, che sono state il mio punto di partenza. Ma comunque la parte in latino trascrive la deposizione di Giovanna che fu nel francese del ‘400, magari in un dialetto della Lorena. Che avrà detto Giovanna d’Arco veramente? Nessuno lo sa. Quindi diventa tutto invenzione e tutto ogni volta diverso. Certo, si conoscono i nomi dei familiari, della madrina, ma quello che si sono detti, come si sono mossi, cosa pensavano, è tutto inventato. La sua figura è uno spunto e io unisco la mia voce a quella di chi se n’è innamorato. Lei o ti piace o no, per esempio Shakespeare ne parla non bene. Forse perché lui era inglese».
Esistono ancora le Giovanne d’Arco? Le ragazzine che riescono a rivoluzionare il mondo?
«Per rispondere a questo devo raccontare come è cominciata la stesura. Ho studiato per un paio di anni poi ho iniziato a scrivere. È il mio primo romanzo in terza persona, perché mi serviva di fare un gioco di trasparenza con il presente. Ecco la risposta: oggi il mondo è pieno di ragazzine in fiamme ed è questo il motivo per cui risuonava tanto forte in me Giovanna d’Arco. Nel libro, il presente c’è sempre: c’è l’assedio di Gaza, c’è Greta Thunberg... a un certo punto c’è una frase detta dalla mamma di Giulio Regeni. Come mi è venuto in mente? Dall’estetista. La mia estetista cinese sta di fronte alla sinagoga. Stavo lì, con i piedi nell’acqua, lei prendeva appunti con gli ideogrammi, la sinagoga era presidiata dalle camionette e davanti al negozio passava la gente normale, magari cattolici o atei. Ho avuto la sensazione delle cose che si sovrappongono... la politica, la vita che scorre, i cittadini in balia della quotidianità... Il gioco era calviniano: stare dentro un contesto medievale ma parlare del presente».
Lo stile è un po’ diverso: una lingua antica, da favola, con la predominanza dell’imperfetto...
«Mi fa piacere che si noti. L’ho imparato da Pavese, che lo dice in uno degli ultimi scritti, poi lo riprende Starnone: quando una cosa funziona ve ne dovete allontanare, dovete provare un’altra cosa sennò siete morti. Diciamo che è il concetto di comfort zone. Vale per gli scrittori ma per me anche da lettrice, non posso leggere sempre lo stesso genere solo perché mi piace. Poi ci sono anche lettori che ti leggono perché amano quel tuo stile e se cambi restano spiazzati. La maestra del cambiamento da un libro all’altro nella letteratura contemporanea è Zadie Smith, ogni suo libro è diverso dall’altro. Al cinema è Kubrick. Stavolta io volevo scrivere un romanzo cavalleresco, perché di questo si tratta: lei indossa il giustacuore, l’armatura, porta lo stendardo. Ho dovuto imparare come si faceva la guerra nel Medioevo e quindi anche la lingua doveva andare lì, doveva essere un po’ fiabesca».
Lei si sente un po’ Giovanna d’Arco?
«Più che Giovanna sono la madrina e un poco la mamma. Perché io mi calo sempre in figure laterali, anche quando riscrivo Antigone, sono Ismene non Antigone, magari esserlo! Naturalmente però amo queste figure enormi, e credo che un poco di ragazzina per come l’ho scritta io è in tutte noi, perfino nei maschi. Tutta la parte in cui la faccio comportare come una ragazzina normale, quando chiacchiera con i genitori, con la sorella, con la migliore amica, quella spinta là, quell’entusiasmo, quella cazzimma perfino... L’ho fatta molto napoletana, anche nei dialoghi, alcuni sono brillanti, fanno ridere, sono cinematografici... ecco quella ragazzina lì sta dentro tutti quanti noi».
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