Indagine sul Liber Paradisus di Bologna: perché il memoriale sui servi liberati del 1257 parla ancora agli anni Duemila
Un saggio di Armando Antonelli ripercorre la storia. Fu solo con Leandro Alberti, nel 1541, che il documento assunse un valore morale. Un processo completato da Cofferati nel XXI secolo. Ora l'opera ripercorre la portata storica e scientifica del documento
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Indagine sul Liber Paradisus di Bologna: perché il memoriale sui servi liberati del 1257 parla ancora agli anni Duemila
di Daniele LabantiUn saggio di Armando Antonelli ripercorre la storia. Fu solo con Leandro Alberti, nel 1541, che il documento assunse un valore morale. Un processo completato da Cofferati nel XXI secolo. Ora l'opera ripercorre la portata storica e scientifica del documento
«Paradisum voluptatis»: così inizia il testo del memoriale nella prima carta (foto Archivio di Stato di Bologna)
Nel 2007 il Comune di Bologna celebrò la ricorrenza dei 750 anni del Liber Paradisus, il memoriale che raccoglie i nomi di quasi seimila servi liberati in città e nel contado. All’evento del 1256-57 fu dato un risalto considerevole, attraverso l’affissione di una lapide in latino nel cortile di Palazzo d’Accursio, la pubblicazione di una nuova edizione del Liber Paradisus (Marsilio, 2007), l’intitolazione al medesimo documento della piazza antistante la nuova sede comunale, nel quartiere Navile.
Ora Armando Antonelli, curatore di quell’edizione aggiornata del Liber, torna sulle vicende di vent’anni fa con un saggio pubblicato sulla rivista parigina «Theory and Criticism of Literature and Arts» dal titolo «Indagini sul mito del Liber Paradisus e sulla memorizzazione scritta della liberazione dei servi bolognesi del 1257», un lavoro approfondito e articolato che spicca per originalità del pensiero e solida conoscenza dei fatti e delle fonti.
Il saggio di Antonelli
Un saggio, quello di Antonelli, capace anche di mettere a fuoco un tema antico e sempre attuale, ovvero l’interpretazione postuma attribuita a fatti storici — specialmente medievali — per lo più scollegati dai significati politici che i contemporanei intendono affidargli.
Non si salva da questo nemmeno il Liber Paradisus, che sarebbe più corretto chiamare «memoriale» — alla luce della natura giuridica del documento, cioè una raccolta sintetica di notizie tratte da altre fonti — come, peraltro, fece nei saluti introduttivi dell’opera Marco Cammelli, allora presidente della Fondazione Del Monte che finanziò quella mirabile nuova edizione.
Nel suo contributo, Antonelli si domanda se l’enfasi del 2007 verso la costruzione di una certa mitologia trova adesione con la realtà bolognese duecentesca. Vent’anni fa erano già note diverse interpretazioni riguardo le motivazioni che portarono al Liber, ma furono scavalcate con disinvoltura se il sindaco Sergio Cofferati poté affermare che «molto hanno scritto gli storici sulle ragioni che portarono a quella scelta: quelle ideali sono forse state accompagnate da non meno consistenti ragioni concrete e materiali.
Gli ideali, però, sono necessari per realizzare le azioni concrete, quelle quotidiane, che servono a costruire le condizioni affinché le comunità crescano coese». Il saggio di Antonelli, lungi dal voler sminuire l’importanza irriducibile del rivoluzionario provvedimento duecentesco, entra nel cuore del contesto sociale e politico del tempo, provando a chiarire meglio che, se una dimensione «ideale» poteva esserci, era lontana dal significato attribuitole in seguito.
Attraverso un’indagine approfondita delle cronache bolognesi, a partire proprio dal XIII secolo, emerge come la liberazione dei servi fosse stata registrata appena come un evento fra i tanti, senza alcuna connotazione espressiva, fino all’avvento delle prime produzioni curate da domenicani e agostiniani oltre due secoli dopo.
Dunque, solo dalla Cronica di Gerolamo de’ Borselli (1497), e poi in maniera più rilevante nelle Historie di Bologna di Leandro Alberti (1541) cominciò a emergere il valore sociale e morale, di segno marcatamente religioso, del Liber e — ovviamente — della lodevole virtù etica dimostrata davanti a Dio dalla città attraverso la liberazione dei servi.
Quindi, nel 1596, arrivò l’Historia di Cherubino Ghirardacci, il quale non solo proseguì nel solco laudatorio dei predecessori, ma inserì nella sua opera anche una parziale trascrizione della fonte originale.
Da lì si arriva al Novecento, alla Canzone del Paradiso di Giovanni Pascoli (Zanichelli, 1909), in cui nel sesto canto il poeta racconta le vicende del 1257, chiosando con un nodo letterario inequivocabile — «che il Redentore ancor non è là, dove/ancor non è la libertà!» — in modo da collegare il Liber al tenore universalistico delle cronache cinquecentesche e al sentimento d’inizio XX secolo.
Pascoli consolida così un processo di mitizzazione, proseguendo nel solco di un afflato che mirava a trovare nel passato una simbologia in grado di caratterizzare l’alta levatura cittadina — del 1888 era stata l’iniziativa guidata da Giosuè Carducci per celebrare una data fondativa all’Università di Bologna — e che poi, in occasione dei 750 anni del memoriale, nel 2007, è stata compiutamente riscoperta e rinvigorita aggiungendo gli attualissimi concetti di «diritti sociali» e «cittadinanza».
Una realtà più complessa di come viene presentata
Tuttavia, non va dimenticato che la realtà raccontata dalle fonti originali è più complessa di come viene presentata. Antonelli ricorda che tante erano le pressioni, alla metà del Duecento, all’interno di una città divisa e spesso sul punto di scivolare dentro una guerra civile fra milites e populus, ovvero fra chi era parte dell’aristocrazia e chi non lo era.
Questi ultimi miravano a indebolire i magnati, e probabilmente proprio questa fu la ragione politica alla base del dispositivo di liberazione dei servi, che di fatto fungevano anche da sostegno armato ai signori, oltre a non pagare le tasse e non servire nell’esercito cittadino.
Dentro l’aristocrazia, forti erano le tensioni fra chi si dimostrava disponibile ad accettare il denaro del comune e chi, invece, vedeva in questa disarticolazione un cambiamento epocale e pericoloso per lo status quo. Fra essi, come spiega Antonelli, c’era Guido Guinizelli, già famoso poeta, cultore di una nobiltà assoluta, data dall’animo ancor più che dal lignaggio, non disposto a cedere di fronte a una simile inaudita trasformazione dei rapporti sociali.
Lo stesso Liber Paradisus, per come fu redatto nel 1257, si presta a varie scale interpretative. Per quanto superata dal provvedimento, la dicotomia padroni-servi fu infatti ancor più evidenziata dalle carte, che presentavano gli uomini e le donne liberati in una lista sottostante il nome dei domini di cui erano stati dipendenti, accentuandone involontariamente la subalternità e presentandoli in una divisione schematica meramente economica (più costosi, per il comune, gli adulti rispetto ai minori di 14 anni).
La battaglia per le libertà personali non è ancora conclusa
L’idealizzazione di ogni interpretazione del Liber Paradisus è dunque ancora materia scivolosa. Meritorio è, di tanto in tanto, tornare a parlarne per riflettere sulle tematiche che quell’evento ha proposto nel corso del tempo.
Ricordando che la città di Bologna impiegò quasi mezzo secolo per completare la normativa — è del 1304 la riformagione contro il ricostituirsi di legami di dipendenza — e che ancora lungo i secoli successivi esistettero rapporti di consorteria e fedeltà personale i quali, se non più assimilabili formalmente come «servili», caratterizzavano in maniera evidente il tessuto sociale cittadino e del contado.
Tipologie che, ancora oggi, talvolta affiorano nella cronaca giornalistica, a conferma che la battaglia per le libertà personali è tutt’altro che conclusa.
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27 aprile 2026
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