Chi decide che cos'è la normalità? Ecco come un presunto «difetto» può far innamorare perdutamente
Il riuscito romanzo di Stefano Piedimonte, «Un momento di debolezza», racconta l'incontro tra uno psicoanalista e una ragazza «disabile»
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Chi decide che cos'è la normalità? Ecco come un presunto «difetto» può far innamorare perdutamente
di Mirella ArmieroIl riuscito romanzo di Stefano Piedimonte, «Un momento di debolezza», racconta l'incontro tra uno psicoanalista e una ragazza «disabile»
Stefano Piedimonte
Difficile di questi tempi trovare dei personaggi così convincenti, così ben delineati: è un bel romanzo quello di Stefano Piedimonte appena pubblicato da Marsilio, «Un momento di debolezza». Il protagonista e il suo doppio sono Ludovico Bernard e Cesare Neiwiller (con un vezzo, l’autore sceglie nomi fortemente evocativi per la cultura napoletana): un ex psichiatra e uno studente universitario che ha appena perso il padre. Come in ogni romanzo strutturato secondo quanto esige la forma canonica del genere, entrambi i personaggi, ma soprattutto il primo, subiranno una profonda trasformazione, scaturita dall’incontro con l’altro.
Il lettore segue con interesse questo processo e scopre il passato di Ludovico attraverso brandelli di ricordi e riferimenti, arrivando via via a comprendere qual è il motivo per il quale questo «valido professionista» è diventato una sorta di relitto umano che tira avanti occupandosi (ormai illegalmente) di altri relitti umani. Piedimonte non «spiega», ma «mostra» le vite disastrate di Ludovico e di Cesare: si cala dentro la prospettiva dei due, l’adulto e il giovane, in alternanza. Ci fa conoscere il mondo visto dai loro occhi, entra nei dettagli delle loro tortuose pieghe mentali, ci porta all’interno di un disagio che è più esistenziale che psichico. E lo fa con una lingua efficace, in qualche punto poetica.
Unico punto che unisce i due, apparentemente, è la musica di Nick Drake. Ludovico trova consolazione solo in quelle canzoni che gli sembrano «forme di vita» autonome: «Quanto avrei voluto creare delle canzoni al posto di ciò che ho creato, belle canzoni colorate, creaturine volanti di ogni colore, raggianti o demoniache, ma sempre capaci di volare e distaccarsi, colmare il divario fra la gravità e la perfezione...». Perfino l’amore può essere afflitto dalla «gravità» e pesare come una «zavorra», per esempio quello della madre di Ludovico: «Speravo che in un frugale accesso di lucidità gettasse almeno un attimo gli occhi su di me, perché mi restituisse quel dolore che era solo mio e di cui lei si era appropriata». Ma non è un romanzo senza speranza, questo di Piedimonte. Anzi, l’amore torna anche in altre forme, per esempio dietro la faccia bella, ma anche piccola e appuntita tanto da poter apparire «minacciosa», della volitiva Cloe, che non smette mai di voler bene al suo Cesare. E soprattutto nell’aggraziata figura di Gabriella, disabile per il mondo, ma che per qualcuno rappresenta invece il mondo intero. E così può capitare perfino di incappare «nell’attimo osceno in cui la vita viene colta sul fatto. Nuda e meschina, pronta a richiudersi in un rapido scatto come il guscio di un’ostrica». Non importa cosa accadrà dopo, quell’istante può valere più di cento anni. Ed ecco che un racconto amaro, lucido, disincantato, diventa all’improvviso un poetico e delicato inno alla nostra imperfetta e imprevedibile esistenza.
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