La «fiumana» del 25 aprile, un atto di Liberazione individuale
Corriere della Sera - Cultura

La «fiumana» del 25 aprile, un atto di Liberazione individuale

Lunedì 27 aprile 2026
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La riflessione innescata dalla partecipazione spontanea dei tanti giovani e delle ragazze presenti in città nel giorno della Festa della Liberazione

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La «fiumana» del 25 aprile, un atto di Liberazione individuale

di Francesco Germinario

La riflessione innescata dalla partecipazione spontanea dei tanti giovani e delle ragazze presenti in città nel giorno della Festa della Liberazione

Chi avesse assistito al corteo che il 25 aprile ha mosso dal quartiere del Carmine per rifluire in Piazza Loggia, per partecipare alla manifestazione, avrà avuto l’occasione per registrare qualche elemento utile sotto l’aspetto culturale, prima che politico. Ho detto «corteo»; in realtà era una vera e propria fiumana in cui erano mischiate generazioni diverse di antifascisti, con una fin troppo evidente presenza giovanile. Perché «fiumana»? Forse per il numero abbastanza elevato di partecipanti, probabilmente attorno alle 3.000 persone? Non solo. Ciò che colpiva era la quasi totale assenza di bandiere di partito. persino gli striscioni erano pochi; così come molto pochi erano gli slogan gridati. E questo cosa significava, se non che ognuno partecipava per sé o, al massimo, in gruppo con i propri amici?

Ma era una fiumana anche per qualche altro motivo. Intanto, ciò che colpiva era l’atmosfera che i manifestanti trasmettevano: un’atmosfera certamente di festa, quasi gioiosa. Direi di più: a dare questo tono alla fiumana era soprattutto la forte, e probabilmente maggioritaria, componente femminile, soprattutto delle ragazze. Chi aveva scelto di partecipare a quel corteo, lo aveva fatto non perché membro di qualche organizzazione politica o sindacale, bensì in forza di una scelta del tutto individuale.

Dice molto, quella fiumana, se paragonata alle manifestazioni del 25 aprile degli ultimi decenni. Nel Novecento, l’antifascismo era stato un’ideologia politica, che aveva naturalmente dei risvolti sulla vita individuale: essere antifascisti, negli anni del regime totalitario fascista, era stata una scelta di vita, in molti casi fino al rischio della morte, come nei venti mesi della guerra civile nel periodo della Repubblica sociale. In ogni caso, veniva prima l’ideologia e poi la scelta di vita. Siamo stati abituati all’antifascismo del Novecento, quale scelta soprattutto politica, che quasi sempre si traduceva nella scelta di aderire a un partito o a un sindacato.

La fiumana bresciana del 25 aprile ha fornito l’immagine che per le nuove generazioni, il discorso è cambiato, e anche di molto. Intendo dire che negli ultimi anni si è fatta avanti un’altra visione dell’antifascismo. Nell’atmosfera gioiosa che percorreva quella fiumana è possibile leggere la fine del fascismo, almeno di quello storico, con la conquista della libertà? Si dirà che il 25 aprile è sempre stato questo. Nessuno lo discute. Ma nel caso dei partecipanti alla fiumana, la libertà non aveva solo un significato politico: piuttosto era declinata come condizione dell’esistenza individuale. Direi che siamo in presenza di un antifascismo esistenziale. Si tratta di un antifascismo che ha anteposto alla libertà politica, quella della persona, fondando la prima sulla seconda.

Azzardo un’ipotesi: questa trasformazione dell’antifascismo avrebbe quasi sicuramente ricevuto il plauso di antifascisti come il socialista cristiano Ignazio Silone (così questi si definiva) o di un Sandro Pertini. Sicuramente ne sarebbero stati entusiasti Piero Gobetti e Benedetto Croce; ma non so quanto sarebbe stata condivisa da un politico puro come Palmiro Togliatti. Una domanda finale. Se l’antifascismo è declinato come idea di una libertà a chiara dimensione esistenziale, non si corre il rischio di proiettarlo fino al punto estremi, cioè fino ad avere una visione della vita finalmente liberata dal pesante fardello della politica?

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