Bergamo, Fiera dei Librai: «Morte in penombra», il cadavere in biblioteca e l'indagine di Paravisi, tutta in una notte
Corriere della Sera - Cultura

Bergamo, Fiera dei Librai: «Morte in penombra», il cadavere in biblioteca e l'indagine di Paravisi, tutta in una notte

Lunedì 27 aprile 2026
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Martedì 28 la presentazione del libro del giornalista: un giallo nella Bergamo dell’800. Appuntamento alle 16.30

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Bergamo, Fiera dei Librai: «Morte in penombra», il cadavere in biblioteca e l'indagine di Paravisi, tutta in una notte

di Redazione Bergamo

Martedì 28 la presentazione del libro del giornalista: un giallo nella Bergamo dell’800. Appuntamento alle 16.30

Porta del Morto: uno dei vari esempi in Città Alta

Martedì alle 16.30 alla Fiera dei Librai sarà presentato il nuovo romanzo di Fabio Paravisi «Morte in penombra», di cui pubblichiamo l’inizio.

La copertina La morte in penombra

Il nuovo romanzo del giornalista Fabio Paravisi sarà presentato in Fiera dei Librai martedì 28 aprile alle 16.30

Per essere morto, era morto.
«È morto», disse il giornalista, più per puntiglio professionale che per vera necessità.
Dire che l’uomo sulla poltrona era morto era riduttivo. Il cadavere sembrava aderire con convinzione al fatto di essere deceduto, esibendo la precarietà del proprio stato di salute come un clamoroso dato di fatto, a cominciare dal buco che sfoggiava in mezzo alla fronte per proseguire con quello che gli sporcava di sangue il costoso abito da sera tra la spalla sinistra e il petto.
La salma non aveva quel tipo di espressione serena che spesso viene attribuita a chi era nelle sue condizioni, ma sembrava anzi piuttosto contrariato dalla piega imprevista che aveva preso la sua giornata. Del resto il signor Linificio Canapificio Bernasconi era un uomo sempre molto impegnato e non lasciava che cose come le lesioni letali da arma da fuoco intralciassero il corso della sua giornata.
«Gliel’avevo ben detto», disse la fresca vedova.
«Pensavo che fosse un modo di dire».
«”Hanno assassinato mio marito nel suo studio” un modo di dire? Di dire che cosa, esattamente?».
«Non so, qualche metafora finanziaria, non ho mai capito come parla questa gente».
Le sagome del giornalista Mario Guarnieri e della contessa Benedetta Suardo Sottocasa in Canapificio Bernasconi stendevano lunghe ombre dal vano della grande porta dello studio di proprietà del cadavere, come del resto anche gli altri tre piani del palazzo in via Pignolo con annesso parco, scuderia e foresteria.
Uno studio arredato come ci si aspettava dovesse essere quello di un importante uomo d’affari: boiserie scura e severa alle pareti, una biblioteca di libri severi sugli scaffali, una scrivania solida con ambizioni di severità vanificate dal fatto che le sue dimensioni le avrebbero permesso di essere varata nel lago d’Iseo con un equipaggio di sei persone.
«Perché mi guarda in quel modo?», chiese lei.
«In quale modo?».
«Un modo diverso da come mi guarda di solito».
Guarnieri avrebbe anche chiesto come fosse lo sguardo solito ma non voleva sentirsi spiegare che era del tutto simile a quello, vitreo e scarsamente vivace, del Dentice alla Bordolese servito poco prima agli ospiti. Con la sola differenza che il dentice, a meno che gli mancassero informazioni fondamentali, non era innamorato senza speranza della padrona di casa.
«Non sarà mica stata lei per caso? — preferì replicare — Se uccidessero mio marito non sarei così tranquillo».
«Se lei avesse un marito ci credo che non sarebbe tranquillo».
«Non ci giri intorno».
«E così, solo perché mi tradiva, mi ignorava in privato e mi umiliava in pubblico frequentando i casini e dicendo a tutti che lo avevo sposato solo perché i suoi soldi avevano salvato dal tracollo finanziario la mia famiglia, e ora erediterò il suo denaro, ebbene solo per questo avrei dovuto ucciderlo?».
«Qualcuno direbbe di sì».
«Qualcuno chi?»
«Io, per esempio. Ma anche il maggiore dei carabinieri e il questore che partecipano al suo ricevimento al piano di sotto».
«Non era il mio ricevimento, ma il suo: sessant’anni tondi oggi».
La contessa indicò l’ormai ex marito con una mano coperta da un lungo guanto di seta scura, rendendosi conto solo in quel momento di avere ancora in mano una flûte di Champagne.
«Cento di questi giorni, Eleuterio», disse svuotando la flûte con un sorso.
Il giornalista non aveva ancora capito il posto che aveva nella vita di Benedetta Suardo Sottocasa e capiva ancora meno il senso della sua presenza in quella situazione.
Sospirò: «Cosa si aspetta che faccia di preciso?».
«Non so, è lei che si occupa di cronaca nera, pensavo che avesse qualche tipo di competenza in fatto di cadaveri».
«La mia competenza si ferma al fatto che devo scriverne, anche se una volta sono stato costretto ad aiutare le onoranze funebri a trasportarne uno. Una trovata che, devo dire, non aveva fatto granché bene alla mia digestione».
«Allora cerchi di non vomitarmi sul tappeto, è severo ma persiano e mio marito l’ha pagato un sacco di soldi».
Se Eleuterio Maria Linificio Canapificio Bernasconi avesse avuto qualche opinione sul modo in cui si stava svolgendo il ritrovamento del cadavere non lo lasciava trasparire. Il mantenimento del sangue freddo era sempre stata una sua ferrea regola nelle trattative d’affari. Anche in quel momento il suo sangue andava raffreddandosi rapidamente, soprattutto quello che si riversava sulla porzione del severo ma persiano tappeto sotto la severa poltrona di mogano in stile Impero.

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