La Terra siamo noi, il saggio di Paola Giacomoni: «Quando l'economia si accorgerà che il pianeta non dà più nulla, sarà già troppo tardi»»
Paola Giacomoni, storica della filosofia presso l’Università di Trento: «Non si tratta di santificare la natura, ma di stabilire con essa una relazione, uscendo dalla mentalità dello sfruttamento»
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La Terra siamo noi, il saggio di Paola Giacomoni: «Quando l'economia si accorgerà che il pianeta non dà più nulla, sarà già troppo tardi»»
di Roberto BrumatPaola Giacomoni, storica della filosofia presso l’Università di Trento: «Non si tratta di santificare la natura, ma di stabilire con essa una relazione, uscendo dalla mentalità dello sfruttamento»
Ritenersi superiori alla natura è una follia. Basti pensare ai miliardi di neutrini in arrivo dal Sole, da altre stelle e dal centro della Terra, che in ogni secondo di vita ci attraversano il corpo senza che ce ne accorgiamo. Lo sostiene la trentina Paola Giacomoni, storica della filosofia all’Università di Trento, nel nuovo saggio La Terra siamo noi. Una filosofia per il pianeta (Mondadori, 232 pagine, 22 euro). Nel libro racconta la natura come una nostra parente stretta, dal momento che ogni cellula umana ne è pervasa. E invita a una profonda alleanza con il nostro pianeta, organismo vitale in stretta relazione con noi, che continuiamo invece a considerare come fonte di risorse per accrescere il benessere. E già dall’incipit ricorda che 200 anni fa Giacomo Leopardi scriveva che Terra e Universo danno vita al costante ciclo di produzione e distruzione, cessato il quale tutto si dissolverà. Giacomoni presenta il libro il 28 marzo all’Università di Trento (Dipartimento di Lettere ore 16, ingresso liberi fino a esaurimento posti).
Qual è il messaggio principale del saggio appena arrivato in libreria?
«Cerco di indicare un diverso punto di vista, non voglio dire che le persone e la Terra sono la stessa cosa, ma certo ogni organismo è in rapporto con essa. Ce l’hanno insegnato anche tante religioni, eppure ci sentiamo i padroni del pianeta».
Scrivendo questo libro cos’ha scoperto che prima non conosceva?
«Gli studi che dimostrano che le cellule di tutto ciò che è vivo sono il risultato di una diretta correlazione con il Big Bang. Come dire che l’Universo è dentro di noi e nel nostro corpo è visibile la storia della Terra, dei mari primitivi. Sono aspetti poco affrontati anche dalla filosofia».
Citando il biologo evoluzionista Neil Shubin lei sostiene che tra le persone e il mondo inorganico (le pietre ad esempio) c’è una stretta relazione…
«È così. Quaranta milioni di anni fa l’Hymalaya e tutte le grandi montagne resero il clima del pianeta sempre più adatto alla vita, perché le rocce, agendo come spugne, assorbirono gradatamente dall’atmosfera il biossido di carbonio. Il chimico inglese James Lovelock diceva che la biosfera è il risultato dell’interazione tra esseri viventi e non viventi, concetto a cui le culture primitive erano istintivamente arrivate: il loro approccio animistico considerava infatti la natura nostro partner, protagonista della vita umana. Non auspico un ritorno al passato, ma un passo avanti verso quelle culture che ancora oggi (ad esempio la cinese e l’indiana) danno un diverso valore al rapporto persone e ambiente».
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Perché è fondamentale allearsi col pianeta invece di sfruttarlo come facciamo da troppo tempo?
«Perché se varchiamo il limite di sopportazione della Terra, senza restituire ciò che prendiamo, ne pagheremo il conto. Non si tratta di santificare la natura, ma di stabilire con essa una relazione, uscendo dalla mentalità dello sfruttamento, siamo dentro un ecosistema che non è fatto per essere depredato».
Nel libro cita i miti antichi. Che cosa ci possono insegnare?
«Il più grande e antico è quello della Madre Terra, presente in quasi tutte le culture arcaiche: la dea madre (per i greci Gea) era la prima divinità: il principio femminile che genera la vita, ma anche la toglie, perché quel che muore ad essa ritorna».
Il dominio sulla «Madre Terra» è un concetto maschilista?
«Per le eco femministe sì. Ne sottolineano il tratto androcentrico predatorio che si espande sui concetti di respingimento e di guerra. Direi che in questi anni ci siamo dentro in pieno…».
Quale rischio attende l’umanità se non cambieremo rotta?
«Per il neuroscienziato Stefano Mancuso l’umanità cambierà, non per le previsioni della scienza, ma quando l’economia si accorgerà che il pianeta ferito a morte non dà più nulla. Però a quel punto sarà già troppo tardi».
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9 marzo 2026
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