Madri Costituenti
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Lunedì 9 marzo 2026
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Su «la Lettura» in edicola e in questa App, sei pagine sul voto alle donne nel 1946. Qui un focus sulle battaglie delle 21 elette nell'Assemblea Costituente

Martedì 10 marzo 2026

Madri Costituenti

Su «la Lettura» in edicola e in questa App, sei pagine sul voto alle donne nel 1946. Qui un focus sulle battaglie delle 21 elette nell'Assemblea Costituente

di Michaela Valente

In Italia, per vedere riconosciuto il diritto di voto alle donne, bisogna aspettare il primo febbraio 1945, e il 10 marzo del 1946, con una tornata di voto amministrativo, fu la prima volta in cui fu esercitato in più di quattrocento comuni.
In ritardo rispetto al riconoscimento di altri Stati e soprattutto in ritardo se si considera quando l’istanza fu avanzata. Come sempre in questi casi, è pressoché impossibile e anche inutile rincorrere la scaturigine, tuttavia è altresì evidente come la riflessione sulla cittadinanza delle donne così come quella degli schiavi e degli ebrei si sia approfondita durante la stagione della Rivoluzione francese.
Nel 1791 Olympe de Gouges aveva pubblicato la dichiarazione Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina rivolgendosi poi direttamente alle donne con un appello: «Svegliati, donna. …riscopri i tuoi diritti». De Gouges sarebbe poi salita sulla ghigliottina nel 1793 e anche in Francia le donne videro riconosciuti tardi i loro diritti.

Tornando all’Italia, anche qui, com’è ovvio, abbiamo testimonianze di consapevolezza dei diritti a vari livelli. Nelle repubbliche giacobine, che si formarono con l’arrivo delle truppe napoleoniche del 1796, si crearono spazi di confronto pubblico. Per la prima volta nei circoli costituzionali, le donne presero la parola uscendo dall’angolo nel quale erano relegate. E qualcuna si spinse oltre. In un pamphlet, La causa delle donne. Discorso agl'italiani della cittadina **, pubblicato a Venezia nel 1797, l’autrice, anonima, dopo aver ribadito libertà ed eguaglianza per le donne, afferma «noi abbiamo un vero diritto di essere a parte di tutti gli affari pubblici dipendenti dallo spirito e dall’intelletto, e questo nostro diritto è naturale, ed intrinsecamente annesso alla natura umana». Non è tutto: «Abbiamo dunque diritto di concorrere alla formazione delle leggi, alle quali dobbiamo del pari assoggettarci». E continua: l’accesso a tutte le cariche pubbliche e la discussione politica sono «nostri diritti innegabili e nostre giuste pretese». L’autrice prevede persino la vanissima obiezione che gli affari domestici proprj del sesso feminino avrebbero impedito l’esercizio dei diritti e la respinge come troppo indegna del talento filosofico degli uomini. Conclude sostenendo che i destini delle donne e degli uomini sono legati a doppio filo e questa considerazione avrebbe dovuto sollecitare a intraprendere le riforme auspicate.

Colpisce e stupisce come alcune delle motivazioni retoriche che l’anonima autrice del pamphlet del 1797 ritiene possano essere usate contro le donne siano state usate a distanza di secoli in un contesto molto diverso quale fu l’Assemblea Costituente. Lo ricordano le studiose e gli studiosi nei saggi raccolti da Anna Chimenti e Maria Natale, La Costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 a oggi (Carocci).

Le ventuno donne elette il 2 giugno 1946, quando, insieme al referendum sulla forma di Stato, si votò per la Costituente si trovarono molto spesso unite e compatte. Significative le battaglie che le costituenti intrapresero contro i molti ostacoli che, al di là di dichiarazioni di facciata, emergevano: così, per impedire l’accesso a tutti gli uffici, nel dibattito si tirarono fuori gli argomenti della minore resistenza fisica, della inidoneità e della incapacità delle donne ed ebbero come esito la formulazione ambigua dell’articolo 51 che riconosceva l’accesso ai cittadini – dell’uno e dell’altro sesso – ai pubblici uffici e alle cariche pubbliche, ma «secondo i requisiti stabiliti dalla legge». Altrettanto animato fu lo scontro per l’articolo 37 sui diritti della donna lavoratrice, per il quale dieci madri costituenti proposero un emendamento per chiedere di sopprimere la parola essenziale perché «circoscrive l’attività della donna nell’ambito della famiglia». («Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione»). L’emendamento fu respinto.

A quel 2 giugno, si era arrivati, ci ricordano Mario Avagliano e Marco Palmieri, con una storia lunga e tortuosa; sono stati fatti passi in avanti, ma restano molte zone d’ombra e «c’è da interrogarsi se l’equità di genere sia rimasta un ideale teorico, a cui spesso si fa riferimento per dare un segnale di modernità del paese, ma che è ancora lontano dall’essersi realizzato fino in fondo», osservano Chimenti e Natale.

9 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 17:34)

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