Renzo Piano, il «Corriere», il «New York Times»: «Anche lo scalone è trasparente»
Corriere della Sera - Cultura

Renzo Piano, il «Corriere», il «New York Times»: «Anche lo scalone è trasparente»

Lunedì 9 marzo 2026
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L'architetto parla del progetto che ha realizzato nel 2007 per la nuova sede del grande quotidiano americano e dell'«ispirazione» tratta da via Solferino

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Renzo Piano, il «Corriere», il «New York Times»: «Anche lo scalone è trasparente»

di Stefano Bucci

L'architetto parla del progetto che ha realizzato nel 2007 per la nuova sede del grande quotidiano americano e dell'«ispirazione» tratta da via Solferino

Renzo Piano osserva il cantiere del «New York Times» (foto di Annie Leibovitz) 

Con il progetto per la nuova sede del «New York Times», inaugurata il 19 novembre 2007 (quasi vent’anni fa), Renzo Piano ha realizzato un capolavoro di architettura, ingegneria e design che ha reso e rende Piano (che ha firmato anche la nuova sede del «Sole 24 Ore» a Milano, 1998-2004) un maestro non a caso insignito nel 1998 del Pritzker Prize. Con quel progetto l’architetto genovese ha letteralmente cambiato la «casa» del giornale, cioè del giornalismo: un giornalismo sempre più indipendente, trasparente, consapevole, responsabile. Un rito collettivo che, nel progetto di Piano, 88 anni, raggiunto al telefono a Parigi, rivive quotidianamente in ogni singolo spazio del nuovo edificio. Persino sulle scale...
Una scala come quella del «Corriere della Sera»...
«Proprio così. Confesso che la scala di via Solferino mi ha sempre molto colpito perché, credo, sia una scala da cui non si sale o si scende soltanto, ma dove gli sguardi si incrociano, dove ci si saluta, dove ci si ferma a parlare, dove il giornalismo diventa insomma una realtà concreta, da condividere. Per questo per il nuovo “New York Times” ho voluto quelle scale, visibili anche dall’esterno, dove fosse possibile incontrarsi anche solo con lo sguardo, dove ci fosse spazio per bere un caffè e parlare. Per questo stesso motivo ho pensato a una newsroom su tre livelli, con un grande spazio centrale aperto che permettesse ai giornalisti di guardarsi, di sentire il lavoro degli altri e di far sentire il proprio, un modo per riaffermare un’appartenenza come l’inchiostro che macchiava le dita dei tipografi di un tempo».
Architetto, come nacque il progetto per il nuovo «New York Times»?
«Dall’idea di Jo Lelyveld, il direttore dell’epoca che poi sarebbe diventato uno dei miei più cari amici americani, e degli editori, la famiglia Ochs Sulzberger, di creare uno spazio aperto al mondo, ma da dove fosse possibile ascoltare la città, il suo respiro. Era la convinzione prima di tutto di Lelyveld, orgoglioso che il “New York Times” fosse, con tutte le sue edizioni, davvero il “giornale del mondo” ma anche un osservatorio privilegiato capace di captare quello che la città “diceva”. La nuova sede è nata da questo desiderio condiviso, da un felice allineamento di tanti pianeti: quello del direttore, quello degli editori, il mio e naturalmente quello di New York».
Dunque un osservatorio sul mondo e su New York...
«Per questo abbiamo voluto un nuovo edificio che non apparisse chiuso, misterioso, a suo modo sinistro, impenetrabile come chi porta gli occhiali da sole con le lenti riflettenti, non abbiamo mai pensato, insomma, a qualcosa che potesse anche solo vagamente assomigliare a un fortino. Le 320 mila barrette di ceramica che lo rivestono lasciano passare la luce, la attirano, la trasformano, entrando ancora più in contatto con una città fotosensibile come New York, che cambia colore e umore in continuazione, che in qualche modo respira e si racconta attraverso quella stessa luce così variabile e imprevedibile, una luce che può essere blu dopo un temporale oppure rossa sul finire del giorno. L’architettura, ne sono assolutamente convinto, deve sempre raccontare storie: con la sede del “New York Times” abbiamo voluto raccontare, in contemporanea, la storia del mondo e quella di una città. Abbiamo voluto costruire una fabbrica di idee ancora più efficiente».
Sono anche storie tragiche: il 2001 è stato l’anno delle Torri Gemelle...
«In quei giorni ero a New York con la mia famiglia. Sono stati giorni da incubo. Eppure nessuno di noi ha mai pensato di abbandonare il progetto. Così quando ci siamo rivisti con il direttore e gli editori, siamo stati tutti d’accordo: il progetto doveva andare avanti, ma con una serie di condizioni che ci sono sembrate dopo l’11 settembre ancora più necessarie: che il nuovo edificio, come voleva il direttore Lelyveld, non fosse un bunker e che, come volevo io, il nuovo “New York Times” avesse spazi ancora più trasparenti, ancora più aperti e, proprio in virtù di questa trasparenza, ancora più sicuri, proprio perché non ci sono più angoli bui. Così è stato. Il risultato è un grattacielo che al piano terra può essere attraversato da tutti i cittadini, con un grande giardino zen che idealmente mette in relazione la vita del giornale con quella di un quartiere che il nuovo edificio ha contribuito a bonificare o, come dico io, a rammendare la città. La trasparenza vuol essere prima di tutto un simbolo di indipendenza. Così come la grande antenna che sovrasta il grattacielo è il simbolo di una volontà di condividere il respiro del mondo intero».

9 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 15:58)

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