Denis Lovatel: «Gli impasti di papà, gli ingredienti delle Dolomiti: così con la mia pizza di montagna ho conquistato Milano»
Corriere della Sera - Cultura

Denis Lovatel: «Gli impasti di papà, gli ingredienti delle Dolomiti: così con la mia pizza di montagna ho conquistato Milano»

Domenica 8 marzo 2026
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Belluno. Partito (come Dino Meneghin) dal paese di Alano, Denis Lovatel ha aperto quattro locali a Milano. «Avevo lasciato la pizzeria dei miei genitori per fare carriera, quando mio padre si ritirò tornai indietro. E cambiai tutto»

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Denis Lovatel: «Gli impasti di papà, gli ingredienti delle Dolomiti: così con la mia pizza di montagna ho conquistato Milano»

di Antonino Padovese

Belluno. Partito (come Dino Meneghin) dal paese di Alano, Denis Lovatel ha aperto quattro locali a Milano. «Avevo lasciato la pizzeria dei miei genitori per fare carriera, quando mio padre si ritirò tornai indietro. E cambiai tutto»

Denis Lovatel, classe 1975

Da Alano di Piave a Milano. Denis Lovatel non è stato il primo «migrante» ad avere successo a Milano; in precedenza c’era stato Dino Meneghin, leggenda del basket italiano e simbolo dell’Olimpia Milano, alanese doc. Classe 1975, Denis Lovatel ha scelto un altro campo per diventare il numero uno a Milano: la pizza. Oggi nel capoluogo lombardo guida quattro locali ed è diventato uno dei riferimenti della pizza contemporanea. Ma il cuore resta un paese di poco più di duemila abitanti ai piedi delle Dolomiti bellunesi. La storia comincia lì, nella pizzeria aperta nel 1977 dal padre Ezio, 74 anni, con la madre Luciana, 76, ancora al banco e vero motore silenzioso del locale. Figlio unico, Lovatel per dieci anni ha affiancato alla pizzeria una carriera in un grande gruppo tedesco della moda e dell’arredamento, fino a diventare responsabile acquisti. Poi il bivio: trasferirsi all’estero o tornare ad Alano. Ha scelto il paese in montagna. E da lì ha costruito il futuro a Milano.

Oggi Milano è al centro del suo progetto. Che cosa rappresenta questa stagione della sua vita?
«Milano è stato il riassunto della mia vita. Sono arrivato nel 2019, poi il Covid mi ha fermato. La prima apertura è stata nel giugno 2022, in via Statuto a Moscova. Poi via Melzo, a Porta Venezia. Quindi i Navigli, in Ripa di Porta Ticinese, e infine via Ravizza. Oggi sono quattro locali a Milano, ma l’idea è rimasta la stessa. Ho osservato molto: le pizzerie migliori erano quasi tutte napoletane. Quando trovavo una pizza croccante come la mia era sempre piena. Ho pensato che una pizza croccante e leggera, adatta anche alla pausa pranzo, potesse avere spazio».

Milano l’ha cambiata?
«È una città che ti mette alla prova. Se porto la mia pizza qui deve avere un’identità forte. A Milano ti dicono “sei il pizzaiolo veneto”, ti riconoscono dall’accento. Spero di non perderlo».

Aveva una carriera pronta a portarla all’estero. Perché tornare ad Alano?
«Per dieci anni ho fatto avanti e indietro. Lavoravo in Germania, in un gruppo con 130 grandi magazzini, ero diventato responsabile acquisti. Mi chiedevano di trasferirmi all’estero. In quel momento mio padre mi ha detto che voleva ritirarsi. Era un bivio. Ho scelto la pizzeria».

Ezio Lovatel con il figlio Denis

Suo padre le lascia un’attività che funziona. Perché rischiare?
«Gli ho detto: devo fare quello che voglio io, mi devi lasciare fare. Lui mi ha risposto: ti lascio una pizzeria sempre piena, se fai le pizze strane e va male è colpa tua».

Che cosa le hanno insegnato davvero i suoi genitori?
«Il sacrificio. Non ho mai fatto un weekend con gli amici. Mio papà mi ha insegnato a credere in qualcosa e andare fino in fondo, a mettermi sempre in discussione. Mia mamma è il deus ex machina della pizzeria di Alano: tiene insieme tutto. Senza di lei non avrei avuto la tranquillità per aprire a Milano».

Quando ha capito che un paese di duemila abitanti può diventare una meta?
«Quando ho iniziato a portare la pizza fuori, alle sagre, agli eventi. Un po’ alla volta si è allargato il giro».

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La sua pizza non è né romana né napoletana. Allora che cos’è?
«È la mia. Una base croccante per una pizza contemporanea. Il cornicione raccoglie gli ingredienti, è anche un fatto estetico. È una pizza identitaria. Croccante».

Oggi Alano è una radice o un paracadute?
«Entrambe le cose. È il mio paracadute, ma anche il luogo dove posso sperimentare. Se a Milano qualcosa non funziona, so che ho una casa che mi accoglie».

La «pizza di montagna» se non è un marchio o un modo di stare al mondo?
«È un sistema di valori. Rispetto per l’ambiente, rapporto con le aziende agricole, non buttare via niente. Il Morlacco del Grappa lo trovi a Milano. Gli impasti li produciamo ad Alano, l’acqua è quella della fonte di Schievenin. Papà prepara gli impasti e mi spedisce il burro e i formaggi di montagna. È insostituibile».

Anche nei locali milanesi compaiono artigiani bellunesi. Nostalgia o coerenza?
«È coerenza. Ho voluto coinvolgere piccole aziende e artigiani del territorio. La falegnameria è di Alano, i lampadari arrivano da Quero. Anche a Milano porto con me la montagna».

L’estero è un capitolo ancora da scrivere?
«Abbiamo già fatto un pop up a New York. Se ci sarà la possibilità di aprire fuori dall’Italia, la valuterò. Crescere sì, ma senza perdere le radici».

Guardando indietro, ha qualche rammarico?
«Mi sono dedicato talmente tanto alla pizzeria da non costruire una famiglia. Ma alla fine è questa la mia famiglia. Ho scelto di investire tutto qui, tra Alano e Milano».

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