Cristina Mercuri è la prima italiana Master of Wine
Pisana di origine e milanese di residenza, è stata avvocata in studi legali internazionali, occupandosi di fusioni, acquisizioni e proprietà intellettuale
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Cristina Mercuri è la prima italiana Master of Wine
di Maurizio BerteraPisana di origine e milanese di residenza, è stata avvocata in studi legali internazionali, occupandosi di fusioni, acquisizioni e proprietà intellettuale
Se dobbiamo pensare alla donna del momento, per il settore enogastronomico, non può essere Cristina Mercuri, la prima italiana a essere proclamata Master of Wine, il titolo più rigoroso e selettivo del panorama enologico internazionale. Prima di lei ce l’hanno fatta solo altri tre italiani, tutti maschi, Gabriele Gorelli, Andrea Lonardi e Pietro Russo. E in totale ci sono non più di 420 Master of Wine nel mondo. È un riconoscimento che richiede tanti anni di studio, capacità di resilienza e un investimento economico significativo (almeno 25mila euro, ma si arriva tranquillamente a 50mila): Mercuri ha superato lo Stage 2 nel 2022 (dopo soli due tentativi) e completato lo Stage 3, ottenendo la proclamazione definitiva lo scorso febbraio. A rendere la storia più interessante è la prima vita della Mercuri: pisana di origine e milanese di residenza, è stata avvocata in studi legali internazionali, occupandosi di fusioni, acquisizioni e proprietà intellettuale. «Ma non ero molto felice, così nel 2011 sono entrata in Danone e due anni dopo ho iniziato a vedere il vino come qualcosa che andava oltre la grande passione. Nel 2015 ha scelto di cambiare percorso professionale, applicando al mondo enologico il rigore analitico, il metodo e la disciplina che avevo maturato nella professione legale» racconta Cristina. Senza dubbio, una coraggiosa s(ma saggia) decisione che l’ha portata a essere Founder e CEO di Mercuri Wine Club, società di consulenza strategica e academy di formazione sul vino che supporta aziende e professionisti.
Chi diventa Master of Wine deve conoscere ogni aspetto del vino: enologia, viticoltura, mercati, storia e legislazione, degustazione e marketing: è stata durissima immaginiamo.
«Ci sono stati momenti di disperazione, di incomprensione su cosa dovessi fare, ma non ho mai pensato di mollare perché sono tenace. All’esame finale che dura quattro giornate consecutive dove si degustano 36 vini alla cieca, questa volta sono arrivata in piena forma. Mi sono allenata per un anno: dieta, simulazioni d’esame, esercizio fisico e mentale, ginnastica e meditazione. Rispetto agli Anni ’50, quando è nato il riconoscimento, le regole per diventare Master of Wine sono simili, ma il livello di difficolta è aumentato, perché il mondo del vino è sempre più complesso».
Ha preparato una tesi decisamente originale: “Vino, donne e fascismo”.
«Per la tesi ero partita dall’idea di fare qualcosa sulle donne, per le donne, ma i dati sulla “gender equality” in Italia sono praticamente inesistenti e in 10mila parole, la lunghezza massima consentita per la tesi, il lavoro sarebbe stato poco soddisfacente. Per cui ho spostato l’attenzione su un argomento storico, il fascismo, applicando gli strumenti di semiotica visiva all’analisi delle copertine illustrate di Enotria, la prima rivista italiana specializzata sul vino».
E’ un momento molto complicato per il vino: quale è la sua opinione?
«Che è il frutto di un mix imprevedibile qualche anno fa: il potere d’acquisto più basso per la fascia media, una strategia non sempre corretta dei ristoratori, il peso del tema salutistico, la mancata comunicazione ai consumatori. Nell’ultimo caso, penso si parli generalmente male del vino e non si lavori per conquistare i giovani che devono sostituire i consumatori di oggi, cresciuti con un concetto diverso del vino. Manca il potere d’attrazione, la contrazione era scontata. Per me. ci vorrebbe una maggiore comunicazione digitale e meno parole».
Parliamo un po’ delle DOC e DOCG bresciane: come vede il Franciacorta?
«Senza dubbio è il trendsetter italiano nel settore delle bollicine. Il Consorzio lavora molto bene a 360°, sfruttando una zona vocata al vino e ha trovato una precisa identità nel fenomeno della bollicina. L’importante che non la perda»
Sembra un buon momento anche per i rosati.
«E’ vero, stanno crescendo a cifra doppia anche perché partono da quote basse: ecco perché la Valtenesi ha grandi potenzialità, mi piacerebbe però vedere un maggiore impegno nel creare rosati più importanti».
Il Lugana suscita un dibattito tra chi lo vuole tradizionale e chi sta cercando di renderlo un grande bianco.
«Voler dare più affinamento è una cosa che trovo del tutto naturale: in Italia, abbiamo investito troppo poco in bianchi di livello, il che non vuol dire perdere le varie fasce di acquisto. Nel caso del Lugana, si può lavorare su più fronti tanto più che l’uva Turbiana è molto interessante».
Crede nelle piccole DOC come quelle di Botticino e Capriano del Colle?
«Devono ambire a lavorare bene, senza pensare a mercati irraggiungibili fare la guerra alle DOC affermate. Sono fondamentali per far conoscere i luoghi dove operano e puntare alla fascia corretta di prezzo: così avranno un avvenire».
Il concetto di “Donne del vino” è ancora valido?
«Il nome dell’associazione è ancora bellissimo, pensando che ha quasi 40 anni: mi viene da pensare che tra qualche anno, forse, non ci sarà bisogno di mettere l’accento sulle donne ma ora esistono ancora pregiudizi sul loro talento, vittime di un passato che considerava ‘maschio’ il mondo del vino. Va detto che i giovani del settore hanno una visione diversa, meno condizionata dal passato».
Ci sono luoghi comuni sul rapporto vino e donne che la fanno arrabbiare?
«Forse arrabbiare è eccessivo, direi che fanno sorridere per la banalità. Come “i rosati piacciono tanto alle donne” o definire “vini da donne” quelli più leggeri. O ancora la teoria che le donne hanno un palato migliore degli uomini, quindi più brave nelle degustazioni. In realtà serve rigore, costanza ed esperienza: doti che possono avere uomini e donne in uguale misura».
Un consiglio a chi sogna di essere la seconda Master of Wine italiana?
«Disciplina, applicazione dello studio, tenacia».
Vai a tutte le notizie di Brescia
Iscriviti alla newsletter di Corriere Brescia
8 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA