Il controllo travestito da premura? Una forma subdola di maschilismo
Corriere della Sera - Cultura

Il controllo travestito da premura? Una forma subdola di maschilismo

Domenica 8 marzo 2026
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La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di Adele e Marta

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Il controllo travestito da premura? Una forma subdola di maschilismo

di Candida Morvillo

La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di Adele e Marta

Gentile Candida, mi chiamo Adele, 43 anni. Il mio compagno dice di essere «un uomo moderno». Lo dice spesso, come se fosse una tessera. Poi però la modernità finisce sempre dove comincio io. Quando mi vesto bene mi chiede «per chi ti prepari?». Quando esco con le amiche mi scrive «tutto ok?», che non è premura: è controllo con la faccina. Quando lavoro troppo mi dice che «la famiglia viene prima», ma lui la sua carriera la chiama «ambizione». Io la mia carriera la chiamo «senso di colpa». E non è che mi proibisca qualcosa, anzi: mi «concede». È questo il punto. Mi concede di andare, di fare, di essere. E io mi ritrovo a ringraziare come una che ha ottenuto un permesso. La cosa peggiore è che lui è dolce. E allora mi sento ingrata. Ma io non voglio essere la donna di un uomo buono: voglio essere una donna libera. In questi giorni di 8 marzo mi chiedo: è possibile amare un uomo che, senza rendersene conto, ti vede e ti vuole più piccola di lui ?
Adele

Cara Adele, nella coppia, la parità non è un’etichetta, ma una pratica costante. La gentilezza di un uomo che a parole si dice «moderno» non cambia il pensiero che lo muove. Rende solo le cose più difficili. L’idea sotterranea che tu sia da proteggere, da controllare, da contenere è un veleno a lento rilascio che intossica la relazione un po’ alla volta, ti intorpidisce, ti stordisce. E ti porta a giustificarlo. Pensi «ma lui è buono». E questo ti fa sentire in colpa. Ed eccoti qua: ogni giorno a spiegare, rassicurare, giustificare, ringraziare per quella che dovrebbe essere normalità. Il controllo travestito da premura è la forma più frequente di maschilismo: non ti chiude a chiave, ti convince che hai diritto solo a una libertà condizionata. La parola «gelosia» non viene pronunciata, ma il senso di possesso c’è. E quando una persona sente di possedere un’altra, comincia a darle licenze invece di riconoscerle diritti. Il verbo più rivelatore lo scrivi tu stessa: lui ti «concede». Mi chiedi se è possibile amarlo. Certo che sì. Ma il punto è un altro: si può restare in un amore che, per funzionare, ti chiede di rimpicciolirti? Anche no. No, se le cose non cambiano. No, se lui non impara a togliere quel freno che ti instilla ogni giorno con la faccina, la battuta, la frase sulla famiglia, la domanda-trabocchetto: «Per chi ti prepari?». Parlare, confrontarsi è sempre la via maestra. Se davanti alla tua chiarezza lui diventa più rispettoso, avete una possibilità. Se davanti alla tua chiarezza lui diventa più punitivo, più ironico, più colpevolizzante, le speranze non sono perdute, ma il lavoro da fare è più profondo e avrete bisogno di tempo e di aiuto. L’8 marzo dovrebbe servire anche a questo: non a ricevere mimose, ma a ricordarsi che l’amore non è mai una concessione, è un patto tra pari. Honoré de Balzac diceva «la gioia non può prorompere che tra persone che si sentono uguali» e così è. Non si tratta di essere «la donna di un uomo buono», ma una donna libera che ama ed è amata da un uomo che più di ogni altra cosa desidera che lei sia felice e possa esprimere al massimo le sue potenzialità.

Meno parole, più compiti

Cara Candida, sono Marta, 52 anni, sposata. Ti scrivo per un problema di coppia che non è drammatico, ma mi sta consumando: mio marito fa il femminista. O meglio: lo recita. Con gli altri. In pubblico, è un capolavoro: «In casa, ognuno deve fare la propria parte», «si fa a metà, senza applausi», «non è galanteria: è rispetto», «equa distribuzione dei carichi di lavoro, anzitutto», «qualunque cosa si debba fare, io ci sono». Poi, a casa fa una cosa molto maschile: sparisce. Non fisicamente: metafisicamente. Se c’è da apparecchiare, non vede. Se la lavatrice fa bip-bip, non sente. Se chiedo «puoi?», risponde «dimmi cosa devo fare», come se fossi la caporeparto. E la cosa peggiore: mi corregge il linguaggio. Se dico «mi aiuti?» mi fa la lezione: «Non è aiuto, è condivisione». Poi però, mentre condivide a parole, io sparecchio. Mi chiedo: si può divorziare per eccesso di teoria ?
Marta
 
Cara Marta, tuo marito non è femminista: è un bravissimo attore. Recita il rispetto dove dà punti in reputazione. E in più ti fa anche la predica sul lessico, che è il massimo: il femminismo spiegato mentre tu passi lo straccio. Capisco la tua stanchezza: non è solo lavoro domestico, è la beffa. Qui serve una cura semplice, ma d’urto: meno parole, più compiti. Magari un patto scritto. Non «dimmi cosa devo fare», ma una lista di cose da fare equamente divise (se serve, con la spiegazione di come si fanno). E se lui ti dice che «così sembra una tabella», rispondigli: «Esatto, è l’equa distribuzione dei compiti di cui parli sempre tu». Solo che la tabella, a differenza delle frasi da aperitivo, si può spuntare: una cosa o l’hai fatta o non l’hai fatta. La parità, come l’amore, non vive nelle intenzioni: vive nelle azioni ripetute. E non prevede supervisione: se la lavatrice è un compito condiviso, anche lui deve sapere come si fa, qual è il bip che indica che è finita e come si stende il bucato. Alla domanda finale, «si può divorziare per eccesso di teoria?», lascia che a rispondere sia lui, non io.

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