Giuseppe Culicchia: «Francesco, mio padre. Amava avere la casa piena di amici, per loro cucinava i piatti della sua infanzia. Faceva il barbiere, le sue forbici sono sulla mia scrivania»
Scrittore, saggista e direttore della Fondazione Circolo dei lettori di Torino, Giuseppe Culicchia ricorda il padre Francesco: «A vent'anni lasciò Marsala per venire a Torino, dove trovò lavoro come garzone di barbiere in via Saluzzo»
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Giuseppe Culicchia: «Francesco, mio padre. Amava avere la casa piena di amici, per loro cucinava i piatti della sua infanzia. Faceva il barbiere, le sue forbici sono sulla mia scrivania»
di Maria La BarberaScrittore, saggista e direttore della Fondazione Circolo dei lettori di Torino, Giuseppe Culicchia ricorda il padre Francesco: «A vent'anni lasciò Marsala per venire a Torino, dove trovò lavoro come garzone di barbiere in via Saluzzo»
Giuseppe Culicchia, noto scrittore e saggista, direttore della Fondazione Circolo dei lettori di Torino, ha esordito negli anni Novanta con il romanzo Tutti giù per terra, tradotto in numerosi Paesi e trasformato successivamente anche in un film. Autore di narrativa e reportage, ha raccontato con uno stile personale, ma puntuale, il disagio generazionale, la memoria privata e collettiva e le trasformazioni della società contemporanea. Gli ultimi libri che ha pubblicato sono Torino, 16 maggio 1976. Un tuffo al cuore, vecchio e granata (66thand2nd, 2025) e Uccidere un fascista. Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio (Mondadori, 2025).
Chi era suo padre Francesco?
«Mio padre, nato nel 1926 a Marsala, è stato un padre molto affettuoso, ma anche severo: gli bastava uno sguardo per farsi obbedire. Aveva in mente una sorta di cerimoniale del vivere e noi figli seguivamo le sue regole. Teneva moltissimo all’educazione e all’istruzione e noi figli dovevamo andare bene a scuola. Lui aveva dovuto lasciarla presto e ripeteva spesso: “Non voglio che facciate la vita che ho fatto io, dovete impegnarvi”. Amava molto raccontare storie. Talvolta entravo nel salone e lo trovavo avvolto da nubi di fumo mentre narrava della sua Sicilia: di quanto fosse bella, di come si mangiasse bene e di quanto gli mancasse. Aveva lasciato l’isola nel 1946, a vent’anni, per venire a Torino».
Cosa fece quando arrivò a Torino?
«Trovò lavoro come garzone di barbiere in via Saluzzo. I miei nonni erano entrambi vedovi con figli dai precedenti matrimoni, e lui era rimasto orfano di padre nel 1938, a soli dodici anni. Dato che in famiglia erano sette figli, più uno adottato, per aiutare la madre aveva lasciato la scuola dopo le elementari e aveva iniziato a lavorare già a Marsala. Io e mia sorella non abbiamo mai saputo perché avesse scelto proprio Torino, soltanto il suo amico più caro mi disse dopo la sua morte che se n’era andato per lasciarsi alle spalle una storia d’amore. Prima di arrivare in Piemonte non aveva mai visto la neve».
Che rapporto avevate?
«Era un rapporto tipico che potevi instaurare con un padre di quell’epoca. Però c’era il dialogo e non era distante, anzi quando ci ammalavamo diventava molto apprensivo e accudente. Questa sua ansia nasceva certamente dal suo vissuto. Era rimasto giovanissimo orfano di padre, l’unica sorella era morta di parto mentre la madre era ricoverata per un tumore e anche la mia prima sorella è mancata subito dopo la nascita. Per noi si preoccupava anche per un semplice colpo di tosse e al primo raffreddore chiamava subito il medico di famiglia, il dottor Benzo».
C’è un profumo che la riporta a lui?
«Il dopobarba Floid».
Andavate in vacanza in Sicilia?
«Sì, le nostre vacanze erano fatte di visite a parenti ed amici, di grandi tavolate e di un’ospitalità generosa. A diciott’anni ho iniziato a viaggiare da solo e per molto tempo non ci sono più tornato. Ho riscoperto la Sicilia nel 1994, con l’uscita del mio primo romanzo, l’ho ripresa da dove l’avevo lasciata. Dissi a mio padre: “Vieni anche tu, andiamo insieme". Ma non stava bene e mi rispose: “Non voglio farmi vedere così”. Per anni ho cercato casa a Marsala, senza mai convincermi del tutto, alla fine ne ho trovata una che mi piaceva, a cento metri da dove viveva lui: è stato il destino. L’ho acquistata dopo la nascita dei miei figli, perché per me era importante che sentissero, pur essendo nati a Torino, il legame con quella terra. Ci sono riuscito, se ne sono innamorati, e questo mi rende felice. Mio padre è mancato nel 1997 e purtroppo non ha fatto in tempo a vederla. Ne sarebbe stato contento».
Che passioni aveva Francesco Culicchia?
«I cani, con cui andava a caccia, e il mare. Oltre alla Sicilia, passavamo le vacanze anche in Liguria, a Noli, dove c’è la spiaggia dei pescatori».
Cosa lo irritava?
«Una sola volta si è davvero arrabbiato, con me, per la scuola: avevo preso un brutto voto in matematica».
Cosa lo rendeva felice invece?
«Ospitare. Come molti siciliani, amava avere la casa piena di amici. Gli piaceva cucinare per loro e riprodurre i piatti della sua infanzia».
Un suo pregio?
«La generosità. Il giovedì comprava grandi quantità di pesce. Mia madre si preoccupava: “E adesso cosa ne facciamo?”. Lui si metteva ai fornelli e poi lo regalava ai vicini».
Un difetto?
«Era molto possessivo con noi figli e un po’ permaloso».
E Giuseppe che bambino era?
«Ero tranquillo, leggevo moltissimo, e questo ha certamente influenzato il mio percorso. Se chiedevo un libro, papà lo comprava subito, per lui non erano mai soldi buttati. Ho iniziato con L’isola del tesoro, Ventimila leghe sotto i mari, I tre moschettieri, ma anche Topolino e Alan Ford. Amavo passeggiare in campagna e mi piaceva già scrivere. Ricordo che in quinta elementare, dopo un tema su New York, la maestra mi disse: “Un giorno ti vedrò in televisione”».
E sua madre?
«Lavorava come operaia tessile del velluto. Aveva iniziato a quattordici anni: in famiglia erano sei figli e c’era sempre bisogno di soldi».
Avevate dei riti familiari?
«La domenica si preparava il pranzo insieme: tutto era fatto a mano, come gli agnolotti di cui stendevamo la pasta e facevamo il ripieno, ricordo ancora il profumo del sugo. Nelle belle giornate mamma comprava il pane e andavamo a mangiare fuori, con la nostra valigia da picnic e la radio».
Un oggetto caro a suo padre che lei conserva?
«Le forbici con cui lavorava, sono sulla mia scrivania insieme ai suoi timbri».
Ricorda uno degli ultimi momenti prima che se ne andasse?
«Il giorno in cui gli venne l’ictus era dal suo barbiere. Io non c’ero, me lo ha riferito mia sorella: stava raccontando orgogliosamente che era uscito il mio libro, ma ad un certo punto non parlò più. È sopravvissuto una settimana e poi se n’è andato. Questo racconto è rimasto indelebile nella mia mente».
Avrebbe voluto dirgli qualcosa?
«Che il tempo passa troppo in fretta. È una frase banale, ma vera. Quando le persone non ci sono più, ti accorgi delle occasioni perdute e hai dei rimpianti».
Cosa le ha insegnato Francesco?
«Che bisogna impegnarsi e non affidarsi alla fortuna. Ogni cosa va conquistata. È quello che hanno fatto i miei genitori per tutta la vita».
Un aneddoto su suo padre?
«Prima di conoscere mia madre, papà, che era un bel ragazzo, elegante e molto curato, aveva avuto diverse fidanzate e una fitta corrispondenza epistolare. Un giorno mia madre, quando erano ormai sposati, trovò in soffitta un baule pieno di lettere di ex. Le prese e le bruciò nella stufa a legna. Papà non poté dire nulla».
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