Edoardo Winspeare e il nuovo film ispirato dalla selezione di una badante per la madre. «Racconto il Novecento, palestra di umanità»
Il regista salentino parla dell'ultima pellicola. «È il mio film più personale, una storia di riconciliazioni»
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Edoardo Winspeare e il nuovo film ispirato dalla selezione di una badante per la madre. «Racconto il Novecento, palestra di umanità»
di Davide GrittaniIl regista salentino parla dell'ultima pellicola. «È il mio film più personale, una storia di riconciliazioni»
Nel 2015 fu necessario trovare una badante alla principessa Elisabeth del Liechtenstein. Suo marito, il barone Riccardo Carlo Winspeare, era scomparso tredici anni prima. A selezionarle pensò il figlio della coppia, di nome Edoardo e di professione regista. «Non potevano venire dall’Est, perché mia madre ha conosciuto la brutalità dei russi durante la guerra. Anche a causa del mio cognome, mio nonno fu messo due volte spalle al muro per essere fucilato».
Chi scelse?
«Ne abbiamo cambiate alcune, ma con ognuna entrava in conflitto. Finché non è arrivata una donna con la quale i conflitti sono diventati compensazione, comprensione, persino affetto».
La badante che si prese cura di Elisabeth è Anna Boccadamo, tenace salentina capace di convertire le frustrazioni e i tormenti della principessa (causati dal Parkinson) in «un rapporto speciale, quasi materno. È stata quella esperienza a spingermi verso il film più personale tra quelli che ho girato».
Dunque gliel’ha ispirato sua madre?
«Non proprio lei, ma la sua lotta coi fantasmi del passato. Volevo raccontare l’emersione del magma del dopoguerra, di quei turbamenti impossibili da mettere a tacere, perché hanno a che fare con la consapevolezza di aver fatto parte dell’apocalisse e di essere riusciti a salvarsi».
"Vita mia" è una storia che lenisce o punisce?
«È una storia di riconciliazioni. Tra classi sociali, politiche, etniche. Parla di quello che ci è successo nel Novecento, un secolo che a mio avviso resta la grande palestra dell’umanità».
Si spieghi meglio.
«Mi riferisco alla stratificazione dei sensi di colpa, quelli dei sopravvissuti nei confronti di chi non ce l’ha fatta: aspetto di cui si parla poco e che invece ha condizionato intere generazioni. Questo è un film sui pregiudizi, sulla diffidenza che ha segnato la separazione tra Oriente e Occidente. Tragicamente attuale, direi».
Dominique Sanda (nel ruolo della nobildonna Didi) e Celeste Casciaro, che interpreta la badante
Tra gli altri posti, avete girato anche in Romania e Ungheria?
«In Transilvania, in una zona a ridosso del confine ungherese».
Una genesi travagliata, la vuol raccontare?
«Abbiamo girato tra 2022 e 2023, ma siamo stati costretti a interrompere più volte. Mancavano i soldi, cominciavamo a lavorare ma poi dovevamo smettere. Ce l’abbiamo fatta grazie al coraggio dei produttori e al provvidenziale intervento della Banca Popolare Pugliese. Doveva uscire a novembre scorso, ma finalmente siamo qua».
Lei è considerato un «regista dal vero», e anche questo film è tratto da una storia reale.
«Parto dalla realtà, poi la interpreto. In questo film ci sono le allucinazioni di cui soffriva mia madre, che aveva ancora terrore dei russi avendo assistito ai saccheggi e agli stupri di massa compiuti in Salento: una dimostrazione di quello che fa la paura del passato quando non ci abbiamo fatto i conti. Questo è il materiale della realtà che mi interessa di più, perché si presta all’elaborazione dell’arte».
Quale episodio recente l’ha incuriosita al punto da pensare un’eventuale una trasposizione cinematografica?
«La realtà supera sempre la fantasia, se ne sentono tante che non saprei dirle. Beh, la storia della mamma che ha lasciato sua figlia neonata per una settimana (Alessia Pifferi, ndr) è un fatto che mette insieme molti fattori, per esempio i poli opposti della psiche».
Winspeare (a destra) mentre parla con due attori
A un certo punto della sua carriera avrebbe potuto andarsene, invece è rimasto in Salento.
«Ne è valsa la pena, soprattutto sul piano umano. Decisamente meno su quello economico. La provincia offre la visione dall’esterno e dall’interno delle cose, dei fatti che succedono. Qui c’è una dimensione più vicina all’essere umano, e io sono una persona semplice. Per esempio mi piace ancora molto mia moglie: non so se questa cosa potrei dirla anche altrove, intendo dire in un’altra dimensione professionale, senza pudore e con la stessa naturalezza con cui la dico a lei».
La xylella ha sfigurato per sempre la sua terra, che idea si è fatto di quella strage?
«Si poteva fare meglio, ma non voglio entrare in considerazioni scientifiche. Quello che dico ai miei amici politici è “guardate che la Puglia è diventata più brutta”. Immaginate la Foresta nera senza querce, le Dolomiti senza abeti. Quegli ulivi erano i nostri nonni e padri, i vecchi che ci indicavano la strada. Quella saggezza è andata perduta, e la cosa che mi sconvolge di più è che per molti non sembra affatto un dramma».
Come sta il cinema italiano? Ritiene anche lei che stia vivendo il periodo peggiore degli ultimi trent’anni?
«Sono trent’anni che sento dire che il cinema italiano attraversa il peggior momento degli ultimi trent’anni. Perdoni il gioco di parole, certo è vero che la gente non va al cinema. Due dei miei otto film sono usciti anche in Francia, dove hanno incassato più di quanto non abbiano incassato tutti quelli proiettati in Italia. Qui abbiamo smesso di andare al cinema anche se non completamente interessati a quello che si proietta, intendo dire che abbiamo smesso di farlo come gesto, come espressione di volontà. In Francia, e in molti paesi d’Europa, si va ancora al cinema solo per andarci».
Sia sincero, quando ha visto che il film di Pio e Amedeo si chiamava "Oi vita mia", ha pensato di dover cambiare il titolo del suo?
«Vuole la verità? Doveva chiamarsi “Didi” (dal nome della nobildonna protagonista del film, ndr), poi i distributori americani ci hanno chiesto di cambiarlo perché c’è già un altro film che si chiama così. Allora l’abbiamo chiamato “Vita mia”, ma poco dopo abbiamo scoperto che Pio e Amedeo avevano intitolato il loro “Oi vita mia”. Non potevamo cambiarlo per la terza volta…».
Ride di gusto Edoardo, il regista che selezionando una badante nella sua testa stava girando un film. Forse il suo migliore, certamente il suo più suo.
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