Tutti i colori di «Nouvelle Vague»: i film da non perdere (in bianco e nero) al cinema nel fine settimana
Linklater ripercorre la storia del capolavoro di Godard, «Fino all'ultimo respiro» con occhi innamorati e nuovi
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Tutti i colori di «Nouvelle Vague»: i film da non perdere (in bianco e nero) al cinema nel fine settimana
di Sara D'AscenzoLinklater ripercorre la storia del capolavoro di Godard, «Fino all'ultimo respiro» con occhi innamorati e nuovi
Aubry Dullin (Belmondo) e Zoey Deutch (Seberg) in una scena del film
«Nouvelle Vague» di Richard Linklater
Nel 1959 Jean-Luc Godard aveva 29 anni e soffriva per non essere ancora riuscito a esordire al cinema, arte alla quale la sua giovane vita era totalmente consacrata. Godard era, infatti, una delle menti brillanti che avevano dato vita ai Cahiers du Cinéma, rivista di cinema che cambiò le sorti della Settima Arte dando origine, appunto, alla Nouvelle Vague, una nidiata di registi uno più talentuoso dell'altro: da Godard a Truffaut, da Rohmer a Rivette e Chabrol sotto l'ala del padre di tutti, André Bazin. La fascinazione di Richard Linklater (il regista di «Prima dell'alba» e «Boyhood» e del bellissimo «Bluemoon»), per il cinema della Nouvelle Vague è nel suo cinema da sempre, fin dagli esordi (si veda, se si riesce, il secondo film «Slacker», 24 ore nella vita di un gruppo di sfaccendati a Austin in Texas. Dunque è per qualcosa di più di una semplice conseguenza del suo stile e delle sue passioni, è forse per dichiararsi prigioniero di un'ossessione che Linklater si è deciso ad affrontare il suo «Moloch»: «Fino all'ultimo respiro» di Jean-Luc Godard, il capolavoro di un esordiente. Nel farlo non ha sbagliato niente: non ha fatto un noioso documentario con interviste che non avrebbe visto nessuno e che probabilmente non avrebbe avuto quasi nessuno da intervistare (sono, ahimè, tutti morti). Non ha fatto un film di pura celebrazione all'americana. Ha fatto un film suo, ha preso i giovani dei «Cahiers du cinéma» - scegliendo tutti attori somiglianti ma bravissimi - e li ha messi in un'atmosfera alla Linklater, cioè - mutatis mutandis - alla Godard: con la libertà dei movimenti di macchina, senza orpelli, con una leggerezza e un ritmo che solo la purezza nell'idea di cinema può dare. Quanto è fresco questo «Nouvelle Vague», quanto è innamorato di ciò che racconta, quanto quel suo bianco e nero è pieno di sfumature, colori nascosti, ricchezza di sguardi, quanto Aubry Dullin (che interpreta Belmondo) e Zoey Deutch (che interpreta Jean Seberg) seppure senza quel fascino che l'originale imprime nello sguardo dello spettatore, sono credibili nei loro ruoli. Il film diventa così, con un equilibrismo degno delle migliori opere d'arte, qualcosa di nuovo eppure il miglior compendio alla storia di un'impresa irripetibile.
Voto: 8. Da vedere, possibilmente in originale e possibilmente abbinandola subito dopo alla visione di «Fino all'ultimo respiro», fresco restauro della Cineteca di Bologna.
«À pied d'œuvre - La mattina scrivo» di Valérie Donzelli
Quanto costa inseguire il proprio sogno di vita? Qual è il prezzo da pagare per essere coerenti? Per il protagonista di «À pied d'œuvre» (Bastien Bouillon) il prezzo è altissimo: perde la solidità economica, perde l'amore, perde la famiglia, la casa. Eppure non si smuove dal suo proposito: essere uno scrittore. Ma lavori che lascino tempo per scrivere, non ce ne sono. A meno di non votarsi a un'app dove è l'algoritmo a far incrociare la domanda di lavoretti con l'offerta di disperati che solo puntando al ribasso della propria tariffa riescono a ottenere l'incarico: sturare un water, sistemare un terrazzo rimuovendo le piante tristi, smontare un odioso soppalco (la parola nel film è peggiore...). Il protagonista accetta tutto, e tutto sembra però contemporaneamente sfuggirgli: i soldi non bastano, il monolocale in prestito evapora, e continuamente, da tutti, gli viene rinfacciato che la sua ambizione - vivere della sua ispirazione - sta rovinando la sua vita e quella di chi gli vuol bene. La scelta della regista è per sottrazione: Bouillon progressivamente scompare dallo schermo pur essendo sempre presente in scena, come risucchiato da ciò che non fa, perché l'obiettivo è raccontare il sistema, il meccanismo e quasi la sua figura sparisce, tutta assorbita da micro cambiamenti espressivi e un'unica lacrima nel finale. In un mondo che accelera lui decelera, gli dice un amico che fatica a capire la sua scelta. Il tema è uno dei temi del momento e si deve riconoscere a Donzelli il coraggio di aver confezionato un film senza orpelli, senza facili inquadrature (anche Parigi sparisce), citando il Truffaut de «L'uomo che amava le donne», che guardava le donne inseguendo i piedi che passavano davanti alla sua finestra collocata al di sotto del livello della strada e qui metafora perfetta di ciò che non vediamo più: chi è sotto di noi, perché la vita o le ambizioni lo hanno portato giù.
Voto: 7. Tema cruciale, resa con uno stile in sottrazione.
«Le Grand Ciel» di Akihiro Hata
«Grand Ciel» è il nome del nuovo complesso che sorgerà in mezzo a una zona urbana della Francia lontana da Parigi. Ci lavorano immigrati di ogni Paese, ma anche Vincent (Damien Bonnard, una curiosa somiglianza col Gru di «Cattivissimo Me»), francese, bianco e per questo considerato un po' fuori posto in un posto di lavoro duro che molti suoi connazionali cedono volentieri. Da subito c'è un contrasto tra la vita di fuori, che Vincent sta costruendo con la nuova compagna e il figlio di lei, e quella dentro al grattacielo iper tecnologico in costruzione. Tanto la vita di fuori tende alla normalità, magnificando le sorti di un microcosmo in cui ogni giorno si aggiunge un tassello alla vita insieme e rappresentato plasticamente dall'appartamento in affitto (a 1.200 euro al mese, fatto bene) e dal lavoro che anche la compagna trova nell'orbita di Grand Ciel, tanto dentro accadono cose strane che si impastano in modo drammatico e horrorifico con condizioni di lavoro dure, disumanizzazione del lavoro e profitto quale unica legge. Il Grand Ciel in costruzione finisce dunque per somigliare, inquadratura dopo inquadratura, suono dopo suono, in un mostro che divora operai, ma senza che il film si trasformi in un horror o indulga nel registro splatter: la traccia che gli operai scomparsi lasciano dietro sé è una polvere sottile, la stessa polvere che può richiamare l'emblema di altre stragi silenziose (l'amianto), ma anche la metafora di qualcosa che tendiamo a nascondere o a rimuovere. Vincent, che sembra artefice del suo destino, che cerca nel lavoro il riscatto di una vita anonima, finisce per essere divorato dal meccanismo. E forse non solo da quello.
Voto: 7. Film rigorosissimo eppure empatico, riesce a trasportare lo spettatore nel fondo delle fondamenta misteriose dove qualcosa sta accadendo senza che il film diventi qualcosa di diverso da un'opera di denuncia della nostra disumanizzazione.
«La Lezione» di Stefano Mordini
Elisabetta (Matilda De Angelis, qui molto nella parte) è un'avvocata che lavora e vive nella Trieste della bora e della Barcolana. Fin dalle prime scene, dopo aver vinto una causa per stupro difendendo il presunto stupratore, Elisabetta appare braccata. Si sente seguita e in generale non si sente sicura: al Caffè le pare che qualcuno la spii, nella casa isolata (perché nella caverna ad affrontare l'inconscio bisogna per forza andare) dove si trasferisce per qualche giorno le pare di non essere sola. Questo stato d'inquietudine è attribuito al suo ex possessivo e violento, che lei ha fatto allontanare. Ma c'è qualcosa in più. C'è il cliente dell'inizio, interpretato da Stefano Accorsi. Figura di uomo per bene ma ambiguo, che sicuramente nasconde qualcosa. Che cosa lo spettatore lo scoprirà da metà film in poi, quando il lavoro di Mordini tratto dall'omonimo romanzo di Marco Franzoso edito da Mondadori diventa un classico Kammerspiel, un dramma da camera dove Elisabetta è costretta ad affrontare le sue paure e le ossessioni di cui si sente vittima. L'ambientazione iniziale, in una Trieste ventosa sferzata dalla bora, aiutano l'avvio del film, che promette qualcosa che poi fatalmente fatica a mantenere soprattutto nella seconda parte, dove assorbe su di sé le incertezze della protagonista, che si sente sola e braccata a un tempo. E che risulta fatalmente incerta sul farsi giustizia da sola e voler conoscere la verità nascosta di cui è vittima. Mordini confeziona un thriller psicologico che però non ha la forza dei suoi riferimenti e a metà si perde e, inevitabilmente, si ferma.
Voto: 6. Parte bene, ma si impantana nella frana che mette in scena. Troppo poco per reggere un film sulle paure e le insicurezze di una donna vittima due volte delle violenze che subisce.
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7 marzo 2026
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