«L'8 marzo non è una festa ma una giornata politica. Nella nostra società restano stereotipi sui ruoli in famiglia e nel lavoro»
L'avvocata Marcella Pirrone è stata presidente della rete europea Wave ed è legale dell'associazione Di.Re: «Italia in ritardo. La violenza attecchisce così: donna associata alla cura, uomo al potere»
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«L'8 marzo non è una festa ma una giornata politica. Nella nostra società restano stereotipi sui ruoli in famiglia e nel lavoro»
di Sara SantoliniL'avvocata Marcella Pirrone è stata presidente della rete europea Wave ed è legale dell'associazione Di.Re: «Italia in ritardo. La violenza attecchisce così: donna associata alla cura, uomo al potere»
8 marzo: Giornata internazionale dei diritti della donna. I dati più recenti della rete nazionale D.i.Re Donne in Rete contro la violenza (circa 120 centri antiviolenza e 100 organizzazioni in Italia) evidenziano che aumentano le donne (+3,3%) che si rivolgono ai centri antiviolenza e aumentano anche le volontarie, del 14%. Il problema non è denunciare violenza e abusi, ma trovare una rete di protezione istituzionale, giuridica e delle forze dell’ordine in grado di mettere in sicurezza le donne che denunciano. Marcella Pirrone, altoatesina di Bolzano, avvocata di D.i.Re e già presidente della rete europea Wave, Women against violence, osserva da oltre trent’anni l’evoluzione della società, la resistenza ai cambiamenti culturali e il faticoso cammino per una reale parità.
Avvocata Pirrone, qual è oggi la situazione per quanto riguarda la violenza di genere?
«L’Italia è in ritardo sul piano culturale: lo attestano le analisi del Grevio, il gruppo di esperte e esperti del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul. Emerge una società attraversata da stereotipi: la donna associata alla cura, alla famiglia, alla rinuncia, l’uomo identificato con il ruolo di potere e controllo. È su questo terreno che la violenza attecchisce, nasce dal possesso e dalla negazione dell’autodeterminazione femminile. Preoccupa inoltre l’abbassamento dell’età: tra gli adolescenti crescono infatti atteggiamenti regressivi, violenti, di prevaricazione e controllo, i casi di violenza nelle giovani coppie sono in aumento».
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«Introdurre con chiarezza il principio del consenso significa allinearsi agli standard europei e ribadire che senza consenso non c’è relazione, ma abuso. Eppure si sollevano timori infondati, come se il consenso fosse un’“arma” contro gli uomini. La realtà è un’altra: solo una minima parte delle violenze diventa oggetto di denuncia, anche per il timore della vittimizzazione secondaria in cui la donna viene messa in discussione, nei tribunali e anche nel racconto pubblico. Il problema è culturale prima che giuridico: se non si riconosce pienamente l’autonomia della donna, si fatica a crederne anche le parole».
Cultura, parità, lavoro: la situazione in Trentino-Alto Adige?
«C’è piena occupazione, eppure molte donne sono costrette a lasciare il lavoro dopo il primo o secondo figlio. A pesare è una visione tradizionale dei ruoli e anche servizi all’infanzia non sempre adeguati, soprattutto fuori dai centri maggiori. Il congedo parentale paritario funziona, ma solo se sostenuto dal sistema produttivo: nei Paesi in cui è obbligatorio, ha cambiato l’organizzazione del lavoro, perché non c’è più convenienza ad assumere uomini invece che donne. Se la cura resta solo sulle spalle femminili, le conseguenze si vedono nelle carriere interrotte, nel part-time involontario, nelle pensioni più basse. E la disparità economica rende più difficile uscire da relazioni violente».
In questo quadro, che ruolo hanno i centri antiviolenza?
«Trenta anni fa la violenza domestica era considerata un fatto privato, mentre oggi i centri antiviolenza sono presidi pubblici: offrono ascolto, anonimato, competenza, percorsi personalizzati anche sul piano legale e psicologico. Il rischio, però, è la superficialità: quando un tema diventa visibile e riceve fondi, cresce anche chi si improvvisa esperto. Servono formazione continua, metodo e indipendenza e i centri nati dall’esperienza femminista hanno costruito competenze in decenni di lavoro politico e sociale».
L’8 Marzo, che significato ha oggi questa data?
«È nato come momento di rivendicazione dei diritti e di lotta, in Italia ha conosciuto derive commerciali, ma negli ultimi anni sta recuperando una dimensione di mobilitazione e consapevolezza. Non è una festa, ma una giornata politica, capace di interrogare istituzioni e società».
Una priorità per il cambiamento?
«Educazione e formazione strutturati nelle scuole, fin dall’infanzia, sull’affettività, sul rispetto e sulle relazioni. Anche nei luoghi di lavoro e tra i professionisti, magistrati, forze dell’ordine, operatori sociali, per riconoscere e contrastare stereotipi e discriminazioni. La prevenzione rimane l’unica strada per cambiare davvero le cose».
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7 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 16:27)
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