Marco Prastaro, vescovo di Asti: «Alla cultura narcisista del nostro Occidente va contrapposto il potere della carità»
Il prelato firma il saggio «Tra voi non sia così» (San Paolo edizioni). «Il primo antidoto per non cadere nella ricerca di un profitto personale, fosse anche il sentirsi dire “bravo”, è la condivisione delle scelte e delle responsabilità»
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Marco Prastaro, vescovo di Asti: «Alla cultura narcisista del nostro Occidente va contrapposto il potere della carità»
di Alessandro ChettaIl prelato firma il saggio «Tra voi non sia così» (San Paolo edizioni). «Il primo antidoto per non cadere nella ricerca di un profitto personale, fosse anche il sentirsi dire “bravo”, è la condivisione delle scelte e delle responsabilità»
Marco 10-43, 44 indica l’architrave di questo libro, Tra voi non sia così - Il potere della Chiesa (San Paolo edizioni): quel monito di Gesù ai discepoli suona straordinariamente attuale «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono». E aggiunge: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti».
A partire da quest’inversione controintuitiva dei ruoli – rivoluzionaria duemila anni fa come oggi – monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, imbastisce un discorso molto articolato, che tocca più aspetti sensibili: il potere inteso come umiltà di servire, leva per cambiare le cose, l’ascolto delle vittime, e anche la caparbietà di decidere.
«Il potere della Chiesa»: molti potrebbero intendere questo sottotitolo come potere politico-economico. Lei invece si riferisce al potere della carità e della missione. In tempi di secolarizzazione questa parola - potere- potrebbe essere fraintesa?
«Oggi la parola potere viene fraintesa poiché riferita a sé stessi e al proprio interesse diventando quindi solamente un’occasione per spartirsi posizioni e realizzare profitti. In realtà il potere del Vangelo è un potere che ha come riferimento, per usare le parole di Papa Benedetto XVI, “il trascendente”. Dunque, non è qualcosa di fine a sé stesso, ma una modalità di rapporti da gestire per il bene comune, attraverso il dono di sé».
Cita il buon Samaritano, campione evangelico dell'azione disinteressata. Oggi invece l’azione utilitaristica è un feticcio, diceva il sociologo Franco Ferrarotti. Come riuscire ad agire da samaritani ignorando il profitto?
«Diventa sempre necessario vigilare su se stessi chiedendosi continuamente quali siano le reali intenzioni che muovono le nostre azioni. Come credenti poi sappiamo che il confronto continuo con la Parola di Dio e la preghiera ci aiutano a purificare il nostro cuore. Quando poi ci si rapporta ad altri in una relazione di aiuto, di carità o di assistenza, il primo antidoto che aiuta a non cadere nella ricerca di un profitto personale, fosse anche semplicemente il sentirsi dire “bravo”, è il lavorare insieme e la condivisione continua delle scelte e delle responsabilità».
Interessante la morale che si evince dall’episodio del cieco Bartimeo. «Il bene, la guarigione e la salvezza non possono mai essere “imposti”, ma hanno bisogno di un desiderio e di una libera richiesta per essere donati». Possediamo ancora una vera libertà di scelta?
«Viviamo in un mondo pieno di condizionamenti, le scienze umane inoltre ci aiutano ad essere più consapevoli di come la nostra vita e le nostre relazioni passate possano condizionarci. L’esperienza però ci dice anche che uno spazio di libertà di scelta, a volte magari molto ristretto, è comunque presente nella vita di ciascuno. Vi è quindi sempre una possibilità di scelta, ma non sempre vi è consapevolezza di poterla esercitare o dei condizionamenti a cui è sottoposta».
Lei affronta il tema del sesso come «dono di Dio che abbellisce l'incontro tra gli sposi», citando papa Bergoglio, ma anche quale potenziale mezzo di oggettificazione dell’altro soprattutto negli eccessi, che hanno coinvolto e coinvolgono anche molti uomini di Chiesa (come lei pure denuncia). Esistono rimedi possibili?
«La capacità di relazione con gli altri ha sempre bisogno di essere educata, verificata e a volte corretta. Perfino l’amore e la sessualità, che lo esprime, possono essere trasformati in violenza e dominio se vissuti solo per sé, dimenticando l’altro. Nell’ambito degli eccessi che hanno portato agli scandali degli abusi, così come al grave fenomeno dei femminicidi, la via dell’educazione delle persone rimane la prima e irrinunciabile opzione. Anche l’informazione e il coinvolgimento delle comunità nel vigilare sugli altri e nel sentire come proprio dovere la correzione fraterna sono una seconda via maestra per prevenire».
Difficile immaginare che oltre a insegnanti e docenti universitari anche il ministero del parroco oggi fosse oberato di incarichi amministrativi. Non c’è il pericolo di ridurci tutti, persino i sacerdoti, a «funzionari d’apparato», come paventava Martin Heidegger?
«La vita del prete diocesano è una vita immersa nella concretezza della realtà delle comunità; dunque, è una vita che inevitabilmente deve fare i conti anche con la dimensione pratica e amministrativa. Il ritenere che nulla di ciò che non è “pura spiritualità” non attenga al parroco mi pare sia una forma di clericalismo che concepisce il prete come radicalmente diverso e pienamente separato dal popolo di Dio. Certo oggi le incombenze amministrative che ricadono su un parroco sono molte e gravose. Il recente Sinodo ha evidenziato il problema provando a fare proposte concrete perché la responsabilità amministrativa possa essere maggiormente condivisa dal parroco con alcuni dei suoi fedeli. La responsabilità amministrativa è anche una modalità concreta con cui il parroco manifesta il suo amore e la sua cura verso la propria comunità».
«Tra voi non sia così». Quando è diventato difficile, anche tra cattolici, professare umiltà ed essere «grande perché servitore»?
«La provocazione più grande di questa pagina evangelica sta nell’indicare che fra i cristiani necessariamente vi siano comportamenti che non sono come quelli del mondo. Il contesto culturale attuale della fine della cristianità mette ancora più in evidenza questa diversità. Il potere e l’autorità in senso cristiano non possono essere altro che servizio ai fratelli fino al dono della vita. Questo contrasta con la cultura individualista e narcisista del nostro Occidente insieme alla sfrenata ricerca del profitto e del dominio sull’altro che così tragicamente segna questo nostro tempo. Immersi in questo contesto noi cristiani dobbiamo vigilare e rimanere fedeli al Vangelo di Gesù. Questa è l’umiltà che oggi ci è chiesta: riconoscere che il tempo della cristianità è finito e che ciò che abbiamo e portiamo al mondo, il Vangelo, non ci appartiene, ma è dono ricevuto gratuitamente».
Giovedì 5 marzo monsignor Prastaro presenterà il libro ad Asti nella Biblioteca Astense (alle 18) con Alberto Sinigaglia, presidete del Polo del '900 di Torino.
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4 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 11:17)
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