Sanremo, Nino D'Angelo: «Felice per Sal Da Vinci, ma ha dovuto cantare in italiano. Non è giusto dover aspettare fino a 56 anni per avere successo»
Corriere della Sera - Cultura

Sanremo, Nino D'Angelo: «Felice per Sal Da Vinci, ma ha dovuto cantare in italiano. Non è giusto dover aspettare fino a 56 anni per avere successo»

Sabato 7 marzo 2026
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Il cantante in concerto all'Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna) con «I miei favolosi anni ’80… Bis!»: «La Carrà e Pippo Baudo sono state le persone che ho amato di più. La Caselli? Una signora e grande amica»

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Sanremo, Nino D'Angelo: «Felice per Sal Da Vinci, ma ha dovuto cantare in italiano. Non è giusto dover aspettare fino a 56 anni per avere successo»

di Paola Gabrielli

Il cantante in concerto all'Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna) con «I miei favolosi anni ’80… Bis!»: «La Carrà e Pippo Baudo sono state le persone che ho amato di più. La Caselli? Una signora e grande amica»

Nino D’Angelo sabato 7 marzo sale sul palco dell’Unipol Arena di Casalecchio di Reno con il tour nei palasport «I miei favolosi anni ’80… Bis!» dopo i tanti sold out del 2025 (ore 21, Vivaticket). E a scanso di equivoci precisa: «Non è un addio!».

Ci mancherebbe altro.
«Intendevo: non è un addio agli anni ’80! È un omaggio forte a quegli anni. Di me ricordano il Nino D’Anglo caschetto biondo e io voglio festeggiare quel Nino là che si è preso tanti cazzotti in faccia per questo Nino di oggi senza caschetto che si gode i meriti. Quello là ha costruito le basi».

Caschetto biondo, o d’oro, come due grandi emiliane: Raffaella Carrà e Caterina Caselli.
«La Carrà è la mia vita. Lei e Pippo Baudo sono state le persone che ho amato di più. La Caselli poi, una signora e grande amica. E io dopo di loro sono il caschetto più popolare d’Italia».

Festeggia anche i 50 anni di carriera: non le tremano i polsi?
«Ma io volevo fare questo. A quasi settant’anni ho le folle davanti ed è la soddisfazione più bella. Vengono almeno tre generazioni. Famiglie al completo. È il lavoro che mi ha cambiato la vita e non potrei tradirlo mai».

In fatto di meriti che ci dice del documentario «Nino, 18 giorni» diretto da suo figlio Toni e premiato ai Nastri d’Argento?
«Altra soddisfazione enorme! Interviste su interviste. Anche da un altro emiliano che mi stima assai, Red Ronnie. Gli voglio un gran bene. Come ne volevo all’amico Lucio Dalla e a Pupi Avati, un maestro. Per “Il cuore altrove” vinsi il Premio Flaiano: m’ha insegnato tanto».

Non sia così umile: lei non ha fatto scuola?
«Chi viene dalla strada prima deve imparare, poi semmai insegna ma senza essere insegnante. Sono nato nel poco, tra quelli che non esistono. Mio padre, con 6 figli, non poteva mandarmi a scuola, chi li comprava i libri? Sono cresciuto senza parola e la scuola è stata la strada».

Ma poi sono arrivati gli anni ‘80.
«Magici. Anche chi è nato dopo si è innamorato di quegli anni. Sono stato rivoluzionario anch’io applicando l’elettronica alla canzone napoletana con l’album “Eccomi qua”».

Era l’85, tre anni dopo ‘Nu jeans e ‘na maglietta.
«La canzone che mi ha cambiato la vita. Ricordo che una mattina mia moglie si mise jeans e maglietta. Le dissi: siamo diventati ricchi. E lei: sei matto? Fatti curare. Invece ho avuto ragione io. Ho cambiato vita tre volte. La seconda fu con il mio esordio a Sanremo con “Vai”, nell’86».

Non la accolsero benissimo…
«Mi fecero sentire un immigrato della musica. La presi male ma mi servì. L’ultimo cambiamento fu ancora a Sanremo con “Senza giacca e cravatta”. Là sono diventato il Nino di oggi».

Ma ora Sal Da Vinci ha vinto, dividendo: lei che pensa?
«Sono contento per Sal, ma ha dovuto cantare in italiano. È un bravo artista, ha fatto canzoni più belle di questa e non è giusto che uno per farsi conoscere deve arrivare a 56 anni».

Lei invece ha un popolo, non un pubblico.
«La più bella parola al mondo. Poi c’è chi lo snobba, come i politici. Parlano di popolo e lo vogliono ignorante. Quello intelligente dà fastidio».

Siamo sportivi: ci salutiamo con forza Napoli?
«Sempre e ovunque! Ma anche il Bologna è una bella squadra. Io poi stravedevo per Bulgarelli dai tempi delle figurine Panini».

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