«Ho imparato a "sentire" le pietre. E così salvo la montagna». La storia di Diego Padoin, maestro dei muretti a secco delle valli Piemontesi
Li restaura e costruisce per i terrazzamenti della «viticultura eroica» dall'età di 15 anni. E oggi li insegna ai «nuovi montanari». «I muretti "respirano" e seguono le forme del monte. Per questo durano più di qualsiasi cemento»
Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
«Ho imparato a "sentire" le pietre. E così salvo la montagna». La storia di Diego Padoin, maestro dei muretti a secco delle valli Piemontesi
di Gianfranco RaffaelliLi restaura e costruisce per i terrazzamenti della «viticultura eroica» dall'età di 15 anni. E oggi li insegna ai «nuovi montanari». «I muretti "respirano" e seguono le forme del monte. Per questo durano più di qualsiasi cemento»
Diego PAdoin (foto di Beppe Calgaro)
In Piemonte li tutela dal 2009 l’Associazione Dislivelli, incontro di ricercatori e giornalisti per «promuovere una visione innovativa della montagna». Ma anche l’International terraced landscapes alliance. E perfino l’Onu, visto che, dal 2018, la loro tecnica è nella lista del Patrimonio immateriale Unesco. Per loro c’è anche la Scuola italiana della pietra a Secco, con sedi e corsi a Cuneo, Biella e tutto l’Arco alpino. I terrazzamenti alpini e i loro muretti tradizionali senza cemento e calcina sono al centro di un rilancio sulle montagne piemontesi. Un altro segno di una lenta ripresa dell’economia d’altura. Anche grazie a un bando della Regione per il loro recupero, finanziato con il Fondo per lo Sviluppo delle Montagne. Dal suo lancio, ad agosto del 2025 lo sportello ha ricevuto 75 domande. L’assessore allo sviluppo e promozione della Montagna, Marco Gallo li chiama «infrastrutture verdi che proteggono il territorio, valorizzano l’agricoltura di montagna e rafforzano la capacità di adattamento ai cambiamenti climatic». Il mastro artigiano Diego Padoin, di Pomaretto (dove sono rinati gli spettacolari terrazzamenti del Sentiero del vino Ramìe), tra val Germanasca e Val Chisone, costruisce e restaura muretti da un trentennio, e in estate ha tenuto un corso sul tema.
Come si diventa maestro dei muretti a secco?
«Ho imparato tutto a 15 anni, a inizio degli Anni ‘90, da un muratore di Pinasca. Era già una tecnica che andava scomparendo, si impiegava solo per restaurare con la pietra viva qualche casa d’epoca. Oggi c’è una piccola rinascita».
Da dove si parte?
«Scegliendo le pietre migliori, piatte e regolari, per lo strato esterno, quello che si vede. Dietro quelle più piccole e meno perfette, poi uno strato del materiale che avanza. Ogni ciottolo ha il suo posto. E tutto deve stare su da solo, con una leggera pendenza che segue il monte. Se hai fatto bene le cose durerà a lungo. Ho visto murretti con più di cento anni».
È un lavoro difficile?
«Innanzitutto faticoso. Sui piani terrazzati, larghi pochi metri e molto ripidi, non si arriva in furgone o con la carriola. Le pietre si portano a mano, e a mano si fa il muro. Uno bravo, diceva il mio maestro, può arrivare a costruirne 3 o 4 metri al giorno, più di quello che molti riescono a fare con i mattoni e la calce. Ma bisogna “sentire” la pietra. Non so niente di geologia, ma con l’esperienza impari a seguire le forme del terreno, a valutare le rocce a disposizione. A spaccarle, se non sono della misura giusta. Meglio usare quelle del luogo, risultato della spietratura di orti e vigne. Per i suoi tempi e i suoi modi è lavoro da piccole aziende, non per le grandi compagnie che arrivano con tanti operai e i minuti contati».
Perché il muretto a secco è meglio del cemento?
«Perché è più bello da vedere, integrato nel paesaggio visto che utilizza materiali a chilometro zero e niente di artificiale. Il muretto resiste a lungo perché è elastico, respira facendo passare acqua e aria, laddove il muro industriale ha bisogno di fori di scolo che si possono intasare».
Si fanno dall’Età del bronzo, in tutta Europa. Perché stavano scomparendo in Piemonte?
«In queste valli c’era una tradizione secolare, poi prima le miniere, poi le fabbriche hanno portato molti a spostarsi nel fondovalle a cercare guadagni meno faticosi e regolari. Le vigne sono state abbandonate, i vitigni locali dimenticati. Senza manutenzione prima il sottobosco e poi la macchia, pioggia e cinghiali fanno presto a far venire giù i muri e, con loro, i terreni migliori. In Val d’Aosta, Trentino, Valtellina si è riusciti ad avere più continuità. In Piemonte e in Liguria, terra di grandi terrazzamenti (basta vedere le vigne delle Cinque Terre), è stato un disastro. Oggi c’è nuovo interesse. Qualcuno, scottato dalla crisi cerca idee e pace in montagna. Al mio ultimo corso erano tutti giovani, da tutta Italia».
Montagna in Piemonte, gli under 40 rilanciano vigne e borghi: «Ero meccanico, ora faccio yoga in alpeggio»di Redazione online
Dieci formaggi d’alpeggio da provare una volta nella vita tra Piemonte e Valle d’Aostadi Piera Genta
Montagna, ci sono 100.000 abitanti in più. Chi sono e perché sono scappati dalla cittàdi Claudio Del Frate
Qual è il comune più a Nord del Piemonte? Ha 400 abitanti, una cascata e paesaggi mozzafiato tutti da scopriredi Luca Sartori
Valle d'Aosta e Piemonte, dieci formaggi per dieci borghi: i sapori da scoprire a un'ora o poco più da Torinodi Luca Sartori
Vini Piemontesi, dove comprare le migliori etichette? 10 borghi da non perdere: da Barbaresco a Doglianidi Luca Sartori
Vai a tutte le notizie di Torino
Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino
7 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La canzone di Sal Da Vinci è «un inno all’amore». E Giorgina Siviero confessa: «Accetto proposte di matrimonio»
La regina dello stile torinese: «Io sono ancora innamorata dell’amore»
LA PRIMA PAGINA DI OGGI