Il difficile cambio di regime in Iran
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Il difficile cambio di regime in Iran

Venerdì 6 marzo 2026
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Non è chiaro cosa voglia il presidente Usa e non è nemmeno scontato che vi siano le condizioni perché il potere passi di mano

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Il difficile cambio di regime in Iran

Angelo Panebianco | 6 marzo 2026

Non è chiaro cosa voglia il presidente Usa e non è nemmeno scontato che vi siano le condizioni perché il potere passi di mano

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Gli oppositori, dentro e fuori l’Iran se lo augurano dall’inizio della guerra. Già prima che americani e israeliani attaccassero ne avevano invocato l’intervento: la loro speranza è che la guerra crei le condizioni per un regime change, per il crollo del regime teocratico iraniano. Nel regime change spera anche Israele, ansioso di farla finita con una teocrazia che, dalla rivoluzione khomeinista del 1979 in poi, ha operato in tutti modi per ottenere la distruzione della «entità sionista». Assai meno sicuro è che questo sia anche l’obiettivo di Donald Trump. Trump non è Bush junior. Potrebbe semplicemente puntare ad ottenere concessioni dall’Iran (per esempio, in materia di petrolio) per mettere poi fine all’offensiva. La questione del regime change è però sul tappeto e nell’auspicio di molti. Tuttavia, come gli esperti di Medio Oriente ci hanno spiegato e come è evidente, il regime degli ayatollah è forte,radicato (continua ad avere l’appoggio di una parte della popolazione) e può contare, a propria difesa dai nemici interni e da quelli esterni, su imponenti apparati della forza.A colpi di bombe e missili non sembra possibile far crollare un regime politico siffatto. Però occorre considerare che le guerre mettono spesso in moto cambiamenti (negli atteggiamenti e nei comportamenti) che non sarebbero mai avvenuti prima che le ostilità scoppiassero.

Due fatti vanno soprattutto considerati. Il primo è che la realtà è sempre più complessa di quanto ce la immaginiamo da lontano. Il sistema della comunicazione funziona in modo tale da dare l’impressione che solo ciò che fa notizia esista realmente. A proposito di Iran fanno notizia i sostenitori del regime che scendono in piazza per piangere la morte della Guida suprema. E fanno notizia gli oppositori arrestati o ammazzati sul posto. Ma, in genere, in tutti i regimi autoritari (e non si vede perché l’Iran dovrebbe fare eccezione) non esistono solo due gruppi (i sostenitori e gli oppositori). Ne esiste anche un terzo, quasi sempre più numeroso dei primi due: è il gruppo di quelli che non si muovono, che aspettano di vedere dove soffierà il vento, in quale buca, alla fine, cadrà la pallina. La maggior parte di loro, in caso di un eventuale crollo del regime, si schiererebbe contro di esso ma solo un attimo dopo il crollo, non prima. I moralisti sono soliti trattarli con disprezzo, li accusano di opportunismo: in realtà , si tratta di normalissimi esseri umani desiderosi di sopravvivere. In genere, i moralisti che li condannano lo fanno stando comodamente in posti sicuri, lontano dai pericoli. Comunque sia, i gruppi in campo non sono solo due ma tre. Anche se i confini fra i tre gruppi sono fluttuanti. È quindi errato, quasi sicuramente, come di solito si fa, immaginare una società iraniana «spaccata in due». Il gruppo di quelli che aspettano di vedere da che parte tirerà il vento potrebbe essere, al momento buono, l’ago della bilancia: le valutazioni di coloro che ne fanno parte su come va evolvendo la situazione potrebbero spingerli(o spingerne un ampio sottogruppo) da una parte o dall’altra, contribuendo così a modificare i rapporti di forza all’interno del Paese.

Il secondo fatto che bisogna considerare è che, quasi mai, un regime autoritario crolla a seguito di una ribellione interna. A meno che i rivoltosi siano guidati da un coeso partito o movimento rivoluzionario. Non è il caso dei disorganizzati oppositori interni del regime iraniano. I regimi autoritari, per lo più, crollano a causa del fatto che la guerra (o altri cataclismi) determina una frattura profonda all’interno del gruppo dirigente. In concreto, si apre una lotta armata fra fazioni del vecchio regime. Con elevate probabilità che ciò inneschi una guerra civile. È curioso il fatto che gli esperti di Iran ci abbiano raccontato, fin nei minimi particolari, come siano organizzati e di quali e quante risorse dispongano i pasdaran e i basij, ossia le forze paramilitari su cui si regge il regime degli ayatollah ma siano parchi di informazioni su che cosa stia accadendo dentro l’esercito regolare iraniano. Certamente, è un esercito il cui corpo ufficiali è stato modellato dal clero sciita, un esercito che ha dovuto accettare, quando il regime era forte e stabile, che le forze paramilitari avessero il ruolo e lo spazio che il clero ha assegnato loro.
Ma è sicuro che ciò sia sufficiente per predire che la fedeltà dell’esercito resterà immutata anche nelle nuove condizioni? In genere, gli eserciti di professione vivono con insofferenza il fatto che ci siano forze paramilitari in grado di sottrarre loro il monopolio dell’uso della forza. È davvero così implausibile immaginare che ci siano ufficiali iraniani a cui piacerebbe un drastico ridimensionamento dei corpi paramilitari? Ed è implausibile immaginare che, nelle attuali condizioni, di maggiore debolezza del regime, il numero di militari che condividono tale atteggiamento possa crescere fino al punto di spingerli all’azione? Anche, eventualmente, sfruttando focolai di guerriglia accesi dai curdi o da altre minoranze? Chi scrive, di sicuro, non sa rispondere a queste domande. Ma sarebbe utile se gli esperti di Iran le prendessero in considerazione.

In Occidente circola l’idea romantica secondo cui oppositori disarmati, forti solo della loro volontà di liberarsi dalle catene che li opprimono, siano in grado di abbattere, a mani nude, un regime autoritario armato fino ai denti. Non funziona così. Forse non ci sarà alcun regime change. E quando la guerra finirà il regime degli ayatollah risulterà ancora in salute. Salvo che, come è possibile, i pasdaran si saranno ulteriormente rafforzati nel loro ruolo di colonne portanti del regime. E magari saranno così forti da ridimensionare il ruolo politico del clero.
Se non andrà così, vorrà dire che i gruppi organizzati che dispongono delle armi si saranno ferocemente scontrati . Se ciò avverrà, l’esito di questi scontri, plausibilmente, deciderà il volto politico dell’Iran del dopoguerra.

6 marzo 2026

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