Vivere in Groenlandia, la storia di Daniela Tommasini: la casetta blu, il coltello per scuoiare, i villaggi remoti. «Quando hai freddo scendi dalla slitta e corri»
Daniela Tommasini, geografa culturale bolzanina, ha trovato la sua vera casa dove l’orizzonte è una banchisa e il tempo è scandito dall’ululato dei cani da slitta. Nel suo libro, la sua esperienza
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Vivere in Groenlandia, la storia di Daniela Tommasini: la casetta blu, il coltello per scuoiare, i villaggi remoti. «Quando hai freddo scendi dalla slitta e corri»
di Silvia M.C. SenetteDaniela Tommasini, geografa culturale bolzanina, ha trovato la sua vera casa dove l’orizzonte è una banchisa e il tempo è scandito dall’ululato dei cani da slitta. Nel suo libro, la sua esperienza
«Nel silenzio della Groenlandia c’è una riflessione che parla. Noi occidentali siamo spaventati dal silenzio, dobbiamo riempirlo; gli inuit sanno che stare insieme significa anche solo guardare fuori, aspettando che la natura decida per te». Daniela Tommasini, geografa culturale bolzanina che per quarant’anni ha analizzato le dinamiche delle comunità alpine, ha trovato la sua vera casa dove l’orizzonte è una banchisa e il tempo è scandito dall’ululato dei cani da slitta.
Il saggio
Oggi, 6 marzo alle 18, alla libreria Ubik di Corso 3 Novembre, a Trento, presenta il suo saggio In Groenlandia. La terra del nulla e del tutto: un diario d’amore (Ponte alle Grazie, 320 pagine, 22 euro): il resoconto di una folgorazione avvenuta nel 1994 che ha trasformato una ricercatrice in una «figlia» d’adozione dei cacciatori inuit. L’impatto con la terra del ghiaccio è stato, per Tommasini, «violento e meraviglioso». Partita per caso per un convegno sul turismo, è rimasta «stregata da una luce di fine aprile che non ha eguali». Da allora ha disimparato i codici europei per abbracciare quelli dell’Artico. «Ho scoperto che guardarsi negli occhi mentre si parla è maleducatissimo - racconta -. E le domande? Noi ne facciamo a raffica; loro prendono tempo, riflettono e dopo aver risposto aspettano, perché potrebbero avere ancora qualcosa da aggiungere. Una “pazienza zen” millenaria, opposta alla nostra ansia da prestazione, nata dalla necessità di aspettare che la bufera passi o che la preda arrivi».
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Il diario della geografa scava sotto la superficie dei cliché turistici. C’è l’incanto delle aurore boreali, ma soprattutto la quotidianità ruvida di chi vive in piccoli villaggi remoti dove la privacy non esiste. Tommasini ha dormito sui divani delle famiglie inuit, ha imparato a scuoiare pelli e a mangiare la zuppa suaasat. Poi ha comprato una casetta blu con l’amica Gerda - ingegnera, libraia e giudice - suggellando un radicamento che va oltre la ricerca accademica. Se dovesse scegliere un oggetto per descrivere l’anima di questo popolo, sarebbe l’ulu, il coltello delle donne a forma di mezzaluna. «Con quello fanno tutto: scuoiano, raspano il grasso, tagliano la carne, cuciono. È il simbolo di un’ingegnosità che, in un posto dove noi non vedremmo nulla, trova tutto il necessario per costruire vita, attrezzi e ripari». La stessa genialità si ritrova nei kamik, gli stivali doppi in pelle di foca: «Quando hai freddo scendi dalla slitta e corri; la suola flessibile massaggia il piede sul ghiaccio e lo riscalda. È tutto studiato, nato dal bisogno». Il libro non tace sulle cicatrici di una terra contesa dai giochi geopolitici. Tommasini racconta le storie di «rilocalizzazione forzata», come quella della comunità di Ittoqqortoormiit «fondata cento anni fa dalla Danimarca per marcare il territorio contro i norvegesi, deportando famiglie a mille chilometri di distanza in un ambiente ignoto». O la base americana di Thule, «che ha costretto interi villaggi a sbaraccare in quattro giorni per vivere in tenda tra i ghiacci del nord».
Le piaghe moderne
Poi ci sono le piaghe moderne: «L’alcolismo, la violenza domestica, i suicidi. Problemi che lì sono più visibili». Eppure, tra le ferite e le minacce all’indipendenza groenlandese, Daniela Tommasini vede una luce nuova: quella dei giovani. «Le figlie e i figli delle mie amiche hanno studiato, viaggiato, conoscono le lingue. Non sono più il cacciatore prono al volere del colonizzatore. Sono combattivi, consapevoli e ancorati alla tradizione. Lo dimostrano i tatuaggi sul mento delle ragazze, segni ancestrali di forza e maturità che tornano a fiorire sui volti di trentenni». Tornare in Alto Adige dopo questi soggiorni non è facile. «Qualche volta l’aggressività europea, la fretta di dover produrre, mi spazientisce - ammette l’autrice -. Ma quella pazienza artica me la porto dentro». Oggi vorrebbe restituire al lettore «l’immagine di un popolo che sa stare in silenzio e guardare. Vorrei che, chiudendo il libro, si sentisse un po’ meno straniero verso questo paesaggio estremo. La Groenlandia è uno specchio in cui riscoprire cosa significhi, davvero, essere umani in armonia con una natura che può essere matrigna, ma che va sempre rispettata».
6 marzo 2026
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