La consegna morale di Domenico
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La consegna morale di Domenico

di Fortunato Cerlino

Mercoledì scorso, sulle colonne di questo giornale, l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia ha raccontato qualcosa che è difficile dimenticare. La carezza al piccolo Domenico e quella lacrima che, anche nel silenzio del coma, scendeva dal suo volto come una risposta misteriosa e fragile. Confesso che leggendo quelle parole ho faticato a controllare le emozioni. Non è semplice restare lucidi davanti a una testimonianza del genere. In quelle righe non c’era soltanto il dolore di una perdita. C’era qualcosa di più profondo: la percezione che in quella stanza d’ospedale si stesse toccando un punto essenziale dell’umano.
Mentre leggevo, la mente è andata inevitabilmente a uno dei passi più radicali del Vangelo. In un momento in cui i discepoli discutevano su chi fosse il più grande tra loro, Cristo chiamò a sé un bambino e disse: «In verità io vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli». (Vangelo secondo Matteo 18,3-4)
È una frase che abbiamo ascoltato molte volte. Così tante che rischia di diventare quasi innocua, consumata dall’abitudine, depotenziata nel suo significato più profondo.
Eppure si tratta di una delle affermazioni più scandalose del Vangelo.
Che cosa significa davvero diventare come i bambini?
Non è un invito al sentimentalismo. Non è un richiamo romantico a un’età innocente e perduta. E certamente non è un elogio dell’infantilismo, che è piuttosto la caricatura dell’infanzia. Cristo sta indicando un modello umano radicale, e per comprenderlo forse bisogna fare uno sforzo semplice e difficile insieme, quello di guardare davvero i bambini.
Un bambino è una persona integra. Non ancora scissa tra desideri e strategie, tra coscienza e convenienza. I suoi valori non sono negoziati con il mondo. Se io proponessi alle mie figlie un milione di euro, probabilmente mi guarderebbero con curiosità, ma senza comprenderne davvero il valore. Non saprebbero cosa farsene. Il denaro è una costruzione adulta, un linguaggio che appartiene alla nostra società, non al loro mondo. Se proponessi alle mie bambine di diventare le persone più potenti del mondo, probabilmente tradurrebbero quella proposta in un gioco. Immaginerebbero forse un castello, una corona di cartone, una storia inventata. Non una volontà di dominio. Non un progetto di supremazia. E se proponessi alle mie figlie di uccidere qualcuno, per qualsiasi ragione, anche la più nobile secondo la logica degli adulti, mi guarderebbero scandalizzate. Non capirebbero. Non perché siano ingenue, ma perché il loro senso della vita non è ancora stato addestrato alle giustificazioni della violenza.
Ed è qui che emerge una verità inquietante.
Molti dei valori su cui abbiamo costruito il mondo degli adulti, il potere, la competizione assoluta, il dominio, la violenza giustificata da ideali o presunte emergenze, sono valori che scandalizzano i bambini.
Forse è per questo che Cristo pronuncia ulteriori parole, durissime:
«Chi scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato nel fondo del mare». (Vangelo secondo Matteo 18,6)
Non credo si tratti di una metafora, ma di una delle sentenze più severe dell’intero Vangelo. Scandalizzare un bambino non significa semplicemente urtare la sua sensibilità. Significa corrompere la sua visione del mondo. Insegnargli che la violenza è necessaria, che il potere vale più della compassione, che la vita può diventare una cosa negoziabile. Significa insegnargli, lentamente, a non essere più bambino. Forse è proprio qui che le parole dell’arcivescovo trovano il loro significato più profondo. Quando parla dell’eredità lasciata dal piccolo Domenico, non parla soltanto di una memoria affettiva o di una commozione collettiva. Parla di una consegna. Un concetto che porta ad una domanda cruciale. Cosa facciamo noi dell’eredità dei bambini? Perché il Vangelo è sorprendente proprio in questo punto. Cristo non dice che i bambini devono imparare dagli adulti. Dice l’opposto, e cioè che gli adulti devono imparare dai bambini. Li indica come maestri. Maestri di umanità. I bambini sanno qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Sanno che la vita non è una strategia. Che la relazione conta più del potere. Che la fiducia precede il calcolo. Che la gioia non nasce dal possesso ma dalla presenza.
Forse, allora, onorare davvero la memoria del piccolo Domenico significa proprio prendere sul serio i maestri che Cristo ci ha indicato. I bambini e i loro valori. Non come simboli romantici da celebrare nei discorsi pubblici, ma come misura con cui interrogare il nostro mondo. È il loro scandalo che il Vangelo ci chiede di ascoltare. Perché dietro quella piccola lacrima di cui parla l’arcivescovo c’è una domanda silenziosa che riguarda tutti noi. Che tipo di mondo stiamo consegnando ai bambini? Se riuscissimo davvero a lasciare che siano loro i nostri maestri, nella loro semplicità, nella loro integrità, nella loro scandalizzata innocenza, allora forse quella lacrima non resterebbe soltanto il segno di una tragedia. Potrebbe diventare, come scrive l’arcivescovo, una consegna che ci obbliga a cambiare lo sguardo. Perché, come ci viene insegnato, il regno dei cieli non è un luogo lontano, ma comincia proprio nel momento in cui gli adulti trovano finalmente il coraggio di imparare dai bambini.

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