Perché i collegi uninominali andrebbero aumentati, non aboliti
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Caro Aldo,
stiamo per assistere all’ennesimo cambiamento della legge elettorale. Che la maggioranza di turno cambi le regole del gioco, non mi sembra corretto e forse contribuisce a spiegare la crescente disaffezione al voto. Cosa ne pensa?Vanni Zelada
Ci sono Paesi dove la legge elettorale non si cambia da decenni, se non da secoli. In Italia pare esserci invece questa smania di volerla modificare a ogni fine legislatura, costringendo l’elettore medio ogni volta a capire tecnicismi non semplici. Come si spiega questa necessità tipicamente nazionale?Roberto Rinaldi
Cari lettori,
Sono d’accordo: una democrazia occidentale non cambia la legge elettorale a ogni voto, adattandola alle convenienze della maggioranza del momento. In Italia invece lo si fa quasi sempre. Cominciò il centrodestra nel 2006, con la legge definita «una porcata» dal suo stesso autore. Il centrosinistra varò il cosiddetto Italicum, conquistando un notevole primato: con quel sistema non si votò mai, perché la legge fu dichiarata incostituzionale prima ancora. Il sistema con cui si votò nel 2022, detto Rosatellum dal nome dell’on. Rosato, allora renziano e oggi calendiano, presenta a mio avviso un inconveniente: i collegi uninominali sono troppo grandi, al Senato contano quasi un milione di abitanti, il che impedisce una relazione diretta tra eletto ed elettore. Ma la riforma annunciata dal governo va esattamente nella direzione opposta: anziché aumentare il numero dei collegi — e quindi restringerne le dimensioni —, i collegi vengono proprio aboliti. E scatterebbe un premio di maggioranza per la coalizione che raggiungesse il 40%, che di questi tempi significa poco più del 20% degli aventi diritto al voto. Eppure il referendum del 1993 introdusse il sistema maggioritario con un’ampia maggioranza, l’82,7% di voti favorevoli; l’affluenza fu del 77%, molto più alta di quelle delle elezioni politiche del 2022. In seguito a quel referendum fu approvata un’ottima legge elettorale, che porta il nome dell’attuale capo dello Stato. Con il Mattarellum il 75% dei seggi era assegnato nei collegi uninominali. Nel 1999 il referendum indetto per abolire la quota proporzionale del 25% fu approvato da una valanga di Sì, ma mancò il quorum per un soffio. Con il Mattarellum vinse due volte la destra e una volta la sinistra. Ma non andava bene, perché in collegi da centomila elettori i cittadini avrebbero avuto un rapporto diretto con il loro rappresentante; le segreterie di partito avrebbero contato meno. Con questa riforma, che palesemente contraddice l’indicazione referendaria degli italiani, le segreterie conterebbero ancora di più.
6 marzo 2026
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