Il mondo in fiamme e il nostro ruolo
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Il mondo in fiamme e il nostro ruolo

Giovedì 5 marzo 2026
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Non bisogna rassegnarsi alla guerra. E il Corriere, che oggi festeggia i suoi 150 anni, continuerà a parlare chiaro con i lettori

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta 

Il mondo in fiamme e il nostro ruolo

Luciano Fontana | 5 marzo 2026

Non bisogna rassegnarsi alla guerra. E il Corriere, che oggi festeggia i suoi 150 anni, continuerà a parlare chiaro con i lettori

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Non riusciremo mai a rassegnarci al nuovo mondo popolato da autocrati e apparati statali che massacrano i propri cittadini, ma anche sempre più affollato da leader di Paesi democratici che considerano la guerra «normale». Un’opzione che si introduce tranquillamente per risolvere i conflitti e regolare vecchi e nuovi conti. Il linguaggio pubblico è dominato da parole e frasi come «guerrieri», «massacri», «operazioni chirurgiche», «li stiamo facendo a pezzi». Non si pensa minimamente che dietro tutto questo ci sono morti, devastazioni, odi che si depositeranno per sempre. Le conseguenze tragiche sembrano diventate un aspetto irrilevante.

Perché è esplosa questa nuova guerra? È un interrogativo che possiamo porci con serietà perché non c’è stato un momento in cui il Corriere della Sera non abbia raccontato e combattuto un regime repressivo come quello degli ayatollah. Siamo stati al fianco delle migliaia di ragazzi e ragazze che invocavano la libertà, protestavano per i loro diritti e venivano uccisi e incarcerati dai pasdaran. Nessuno rimpiangerà Khamenei e i suoi brutali compagni. Il popolo iraniano merita un futuro diverso da quello che gli stanno riservando gli eredi della rivoluzione islamista del 1979.

Non possiamo tuttavia sfuggire alla domanda se questo sia davvero l’obiettivo della guerra decisa da Netanyahu e Trump. La spiegazione delle motivazioni cambia, infatti, giorno per giorno. C’era davvero un pericolo immediato a cui si doveva reagire? Nessuno ha fornito le prove. Davvero era ripartito il programma nucleare? La sua distruzione era stata proclamata dopo gli attacchi dell’estate scorsa. E veramente l’instaurazione di una democrazia a Teheran, il «cambio di regime», è il progetto finale di questa azione militare? Oppure si spera che, stremati dai bombardamenti, i capi iraniani si pieghino e vengano a patti con la superpotenza americana?

La decisione solitaria di Trump e Netanyahu (gli alleati non sono stati neppure informati) ha gettato noi europei nel pieno di un nuovo conflitto armato. L’allargamento a tanti altri Paesi non è un pericolo ma una realtà. La «strategia del caos», con cui l’Iran sta reagendo, ha provocato una nuova guerra del Golfo che colpisce interessi strategici ed economici decisivi. Parliamo di un conflitto alle nostre porte, in cui saremo trascinati senza che siano stati chiariti la necessità e l’approdo finale.
Europa e Stati Uniti sono ormai due entità che faticano a definirsi alleati. Trump e i suoi seguaci usano espressioni al limite del disprezzo. Gli interessi stanno divergendo sempre di più. Il presidente americano accarezza Putin e abbandona l’Ucraina, usa toni minacciosi sulla Groenlandia, territorio europeo, e impone dazi come ritorsione, nonostante lo stop della Corte Suprema. Quanto tempo dovrà passare prima che l’Europa, o almeno i Paesi che le hanno dato forza e identità nel tempo, esca dalla logica del piccolo e paralizzante cabotaggio nazionale e decida insieme qual è il suo vero destino? Quanto dobbiamo ancora aspettare per le decisioni che debbono essere assunte per cambiare il governo dell’Unione, le sue politiche per la difesa, la crescita, gli investimenti comuni e l’innovazione tecnologica?

L’Europa ha tutte le carte per diventare un modello alternativo nella competizione globale. Un modello in cui democrazia, apertura, diritti e dialogo siano pilastri indiscutibili. La deriva della logica di potenza «non è inevitabile, non rassegniamoci», ci ha esortato nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È un dovere contrastarla anche per chi fa informazione. In particolare, per il Corriere della Sera che oggi festeggia un compleanno importantissimo, i suoi 150 anni.

Raccontare con serietà e oggettività i fatti, aiutare i propri lettori a orientarsi, offrire analisi e opinioni che chiariscano cosa sta accadendo sono i compiti irrinunciabili di un mezzo d’informazione. Le basi che ci permettono di fare le scelte giuste. Soprattutto in un Paese democratico come l’Italia in cui il peso dell’opinione pubblica è, per fortuna, ancora rilevante. Il Corriere della Sera lo ha fatto da quel primo numero di quattro pagine venduto dagli strilloni, nel marzo del 1876, in centro a Milano. Ha continuato nella sua lunga storia, riuscendo a trovare la forza di ripartire anche dopo i momenti bui.

Le parole di Eugenio Torelli Viollier nell’editoriale del giorno della fondazione ci consegnano i valori per il presente e il futuro: parlare chiaro, raccontare la realtà con esattezza, esercitare sempre il diritto di critica e la libertà delle opinioni. Cosa potremmo dire di meglio in un mondo condizionato dalla propaganda, dalle verità di comodo e dalle fake news? La disinformazione è un rischio altissimo e un’arma geopolitica utilizzata a piene mani.
Le notizie ci piombano addosso da migliaia di punti diversi e da centinaia di piattaforme. Occupano le nostre vite, spesso ci frastornano per rapidità e sovrabbondanza. Quelle che sto leggendo sono vere o sono false, chi mi garantisce che non siano fabbricate e diffuse per interessi politici o economici? Come mi oriento, come posso avere fiducia, come riesco a fare le scelte giuste?
Il nostro impegno, per onorare questi 150 anni, è continuare a esercitare un giornalismo professionale e indipendente. I lettori sono la vera forza di un sistema d’informazione, la stella polare del nostro lavoro. Raccontare, verificare, confrontare le opinioni. Considerare le idee diverse non un bersaglio da colpire e annientare, bensì un elemento di ricchezza per l’apertura di orizzonti nuovi.

Così abbiamo affrontato la sfida della trasformazione digitale. Il sistema Corriere della Sera (il giornale di carta, le edizioni locali, i supplementi, il sito web, le app, i podcast, le newsletter, i social network, gli eventi fisici e digitali, il Corriere tv) è una realtà che ha trasferito valori, competenze, firme d’eccellenza su tutte le piattaforme. In qualsiasi modo i lettori vogliano leggerci o guardarci. Senza faziosità, senza forzature della realtà, senza pretendere atti di fede, senza escludere nessuno e rispettando tutti. Con serietà, parola spesso bistratta nel mondo in bianco e nero del digitale.
Il modo migliore di festeggiare è guardare con fiducia al futuro. Affrontare le nuove sfide, come quella dell’Intelligenza artificiale, non rassegnandosi mai alla logica del declino che qualche volta penetra nel mondo editoriale.
Vivere «nella polvere del mondo». Lo ha scritto Claudio Magris, parlando del nostro ruolo. Non può che essere così. Perché alla fine vale sempre quella prima riga dell’editoriale di Torelli Viollier: «Pubblico, vogliamo parlarti chiaro».

5 marzo 2026

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