Medico, giornalista e politico antifascista, il ricordo di Nicola Oberdan Laforgia e della Bari che fu
Una serata all’Abeliano per commemorare una brillante figura a 50 anni dalla scomparsa
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Medico, giornalista e politico antifascista, il ricordo di Nicola Oberdan Laforgia e della Bari che fu
di Bepi CastellanetaUna serata all’Abeliano per commemorare una brillante figura a 50 anni dalla scomparsa
La fotografia in bianco nero ma tanto luminosa, quella che un suo paziente ha conservato per decenni «perché il dottore mi ha sempre protetto e mi protegge ancora»; le immagini di Bari che scorrono sul grande schermo e raccontano una città appena uscita dalla guerra ma che già pensa in grande sorreggendosi sulle spalle e sulle idee di gente che crede nei valori della democrazia e pratica un antifascismo quotidiano scandito da tolleranza e solidarietà, cultura e verità; e poi la rivisitazione e sceneggiatura dei diari, le note dell’amata fisarmonica e i ricordi, le parole che nonostante la commozione risuonano solenni in una sala silenziosa, come se il tempo fosse sospeso per lasciare spazio al racconto.
C’era tutto questo martedì sera al teatro Abeliano, dove a 50 anni dalla scomparsa è stato ricordato Nicola Oberdan Laforgia, una figura che riflette un’epoca di sogni e progetti e speranze, ed è fonte di ispirazione grazie al suo esempio: quello di medico che interviene con competenza e umanità, ma anche di politico vicino alla gente e sostenitore della cultura popolare, di giornalista rigoroso e grande sportivo, di uomo attaccato alla famiglia, alla moglie Angela Scannicchio detta Lina, ai figli Renato, Domenico e Pasquale.
Testimonianze e immagini si rincorrono in una sala gremita: ci sono familiari, vecchi amici, tasselli importanti nel mosaico che racconta la storia della città e di un’epoca, ma anche nuove generazioni ai quali quell’esempio è stato tramandato.
Uno dei figli di Nicola Oberdan Laforgia, Renato, ortopedico di fama che ancora adesso non esita a partire per l’Africa per aiutare i disperati dall’altra parte del mondo e gli invisibili che non possono accedere alle cure, rivela la storia che c’è oltre quella foto in bianco e nero. «Un paziente - spiega - mi ha fermato e mi ha chiesto se fossi il figlio del dottore; poi mi ha detto che quella immagine la porta sempre con sé, gli ho chiesto se fosse possibile darmela, mi ha detto di no perché lo protegge».
Sul palco salgono l’attore Riccardo Spagnulo e il regista Vito Signorile, direttore artistico dell’Abeliano. Ed ecco che gli stralci dei diari di Nicola Oberdan vengono rivisitati e diventano un racconto corale, un’opera teatrale che restituisce emozioni. Il pubblico ascolta, occhi lucidi e applausi.
È commosso anche il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, che parla del legame con suo padre, Giovanni. Quindi le testimonianze. Gianvito Mastroleo si sofferma sull’impegno politico di Nicola Oberdan, dall’inizio nel Partito repubblicano alla sua grande storia nel Partito socialista. Mimmo Magistro ripercorre l’impegno nel giornalismo e nello sport: fondatore di Sette giorni, corrispondente dell’Avanti!, presidente dell’Angiulli, società sportiva barese capace di conquistare il titolo olimpico.
Il pubblico ascolta, sullo schermo scorrono le immagini di una città che lottava per risalire, sognava e cresceva. Anche nel mondo della cultura, come racconta sul palco Elvira Maurogiovanni, figlia di Vito Maurogiovanni, scrittore, commediografo e sceneggiatore. «Mio padre e Nicola Oberdan erano amici, parlavano per ore, facevano progetti», spiega. E poi strappa un sorriso al pubblico quando aggiunge: «Se qualcuno della mia famiglia stava male accorreva subito e finiva che visitava tutti. Era fatto così».
Le parole, le immagini. Ma anche la musica. La serata all’Abeliano accompagna indietro nel tempo, ma scorre veloce. Perché sono tanti i sentimenti e le emozioni che si rincorrono e si intrecciano. Come quelli che regalano le note di Nicola Ippolito, studente di Medicina e diplomato al conservatorio: suona la fisarmonica di Nicola Oberdan, gliel’ha affidata Renato, è bianca, lucida, sembra nuova. Brilla nel buio della sala come quella fotografia sempre luminosa dopo 50 anni.
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