Boom istituti tecnici, Mariapia Veladiano: «Il latino resta prezioso. Basta continue riforme in una scuola precaria»
Corriere della Sera - Cultura

Boom istituti tecnici, Mariapia Veladiano: «Il latino resta prezioso. Basta continue riforme in una scuola precaria»

Mercoledì 4 marzo 2026
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La scrittrice vicentina: l’iper specializzazione non premia. Gli studenti devono scegliere con cura il proprio percorso di studi

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Boom istituti tecnici, Mariapia Veladiano: «Il latino resta prezioso. Basta continue riforme in una scuola precaria»

di Marianna Peluso

La scrittrice vicentina: l’iper specializzazione non premia. Gli studenti devono scegliere con cura il proprio percorso di studi

In un panorama scolastico regionale orientato verso gli istituti tecnici, le materie stem e i percorsi brevi che guardano al mondo del lavoro, diventa centrale una riflessione sul ruolo della formazione umanistica. Ad analizzare questo scenario è Mariapia Veladiano, scrittrice (Premio Calvino con La vita accanto) ed ex preside con venticinque anni di esperienza negli istituti professionali. Una prospettiva che mette in guardia dalle insidie delle riforme scolastiche, ricordando l’importanza delle competenze di base e del latino come struttura logica.

Professoressa Veladiano, nonostante la spinta verso i tecnici, l’area liceale attrae ancora molti studenti...

«Sì, ma bisogna stare attenti a quale liceo si sceglie, perché oggi esistono indirizzi che sono licei solo di nome, ma non di fatto. Penso a certe creature nate con le riforme successive, che non hanno il latino e mancano della struttura classica. Non danno un titolo immediatamente spendibile sul mercato del lavoro, ma non offrono nemmeno l’impianto formativo tradizionale e profondo del liceo così come lo intendiamo».

Studiare il latino e mantenere un approccio umanistico è ancora importante?

«Assolutamente sì. La struttura della lingua latina è un’architettura fortemente impostata sul piano logico. Permette un lavoro preziosissimo sull’etimologia, sulle radici e sulle derivazioni delle parole: un bagaglio che altrimenti si perde del tutto. Guardare al passato serve a decifrare il presente e a prepararsi al futuro».

Che cosa pensa invece della riduzione dei percorsi di studio a quattro anni per i licei e del nuovo modello 4+2 per i tecnici?
«Il tema va diviso in due. Comprimere l’ultimo corso di studi dei licei in quattro anni, senza rimodulare tutto il ciclo scolastico precedente, è stata un’operazione scellerata. Non puoi infilare cinque anni in quattro lasciando intatto ciò che viene prima. Il 4+2 per tecnici e professionali, invece, ha più senso perché tenta di agganciare al mondo del lavoro scuole che hanno già quella vocazione. Ma attenzione: riforme simili richiedono una capacità progettuale straordinaria dai consigli di classe. Come si fa a farla funzionare in una scuola imbottita di precariato, dove un terzo dei docenti ruota ogni anno? È un nodo difficilissimo da sciogliere».

Indirizzare i ragazzi così presto verso una specifica professione non rischia di tarpare loro le ali?
«Sì, il precoce indirizzamento è sempre una forma di limitazione. Oggi l’iperspecializzazione non paga affatto sul mercato del lavoro. Ciò che premia veramente è quella che chiamiamo “intelligenza elastica”, la capacità di imparare per tutta la vita. Un semplice addestramento tecnico non basta. Negli anni Novanta, nei professionali in cui ho lavorato, facemmo partire il “Progetto ‘92”: allargammo enormemente le competenze di base, linguistiche e matematiche. Fu un successo strepitoso e molti ragazzi, partiti insicuri, finirono all’università. Ciò che fa volare i ragazzi non è la specializzazione precoce, ma l’allargamento delle radici e delle competenze di base

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4 marzo 2026 ( modifica il 4 marzo 2026 | 12:36)

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