Neri Marcorè: «La nostra epoca è fatta di polemiche sui vestiti delle soubrette e sui divorzi dei vip: ci vogliono automi ma non dobbiamo restare indifferenti»
Corriere della Sera - Cultura

Neri Marcorè: «La nostra epoca è fatta di polemiche sui vestiti delle soubrette e sui divorzi dei vip: ci vogliono automi ma non dobbiamo restare indifferenti»

Mercoledì 4 marzo 2026
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Prima assoluta in Trentino per lo spettacolo Gaber - Mi fa male il mondo: « Non vogliamo “tramandare” Gaber come un santino, ma usarlo per squadrare il presente e capire quanto siamo utilitaristi negli atteggiamenti»

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Neri Marcorè: «La nostra epoca è fatta di polemiche sui vestiti delle soubrette e sui divorzi dei vip: ci vogliono automi ma non dobbiamo restare indifferenti»

di Silvia M.C. Senette

Prima assoluta in Trentino per lo spettacolo Gaber - Mi fa male il mondo: « Non vogliamo “tramandare” Gaber come un santino, ma usarlo per squadrare il presente e capire quanto siamo utilitaristi negli atteggiamenti»

Neri Marcorè si misura con Giorgio Gaber scegliendo la via più impervia: quella dell’onestà intellettuale che cerca il senso, non il consenso.
Lo spettacolo Gaber - Mi fa male il mondo, diretto da Giorgio Gallione con la produzione del Teatro Stabile di Bolzano e la collaborazione della Fondazione Gaber e del Centro Santa Chiara di Trento, debutta in prima assoluta domani, 5 marzo, alle 20.30, al Teatro Sociale di Trento con repliche venerdì alle 20.30, sabato alle 18 e domenica alle 16. Il tour regionale prosegue al Teatro Comunale di Bolzano giovedì 12 marzo alle 20.30, venerdì 13 e sabato 14 alle 19 e domenica 15 alle 16.b Sul palco, ad accompagnare Marcorè nell’esplorazione dell’universo Gaber-Luporini, quattro giovani talenti del pianoforte, Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri, che danno corpo agli inediti arrangiamenti di Paolo Silvestri.

Marcorè, perché l’omaggio a Gaber proprio ora?
«È una necessità etica. Questa epoca è fatta di evanescenza, di polemiche sui vestiti delle soubrette o sui divorzi dei vip, mentre le questioni serie vengono trattate in modo fazioso e settario. Gaber e Luporini radiografavano le mutazioni della società senza mai autoassolversi. Questo non è uno spettacolo accomodante: oggi la polarizzazione ci impedisce di approfondire, ci si confronta poco sul contenuto e molto sull’appartenenza a una fazione. Portare in scena testi come Io se fossi Dio o I mostri che abbiamo dentro significa rimettere al centro l’individuo sociale e la sua ipocrisia. Non vogliamo “tramandare” Gaber come un santino, ma usarlo come un classico, come Pirandello, per squadrare il presente e capire quanto siamo utilitaristi nei nostri atteggiamenti».

Il titolo «Mi fa male il mondo» cita Pessoa e sembra una diagnosi del presente. Qual è il suo personale «dolore del mondo»?
«È un’insofferenza che declino anche rispetto all’anagrafe, visto che quest’anno compio sessant’anni. Provo dolore davanti alla muscolarità di certi pensieri che dominano la società, alle espressioni sguaiate che vedo nei dibattiti e nei varietà. Una volta accendevi la tivù e c’era equilibrio. Oggi resto interdetto dalla forma. Mi sembra che gli spazi di civiltà stiano diventando riserve indiane in cui rifugiarsi. Mi chiedo spesso se sia la mia età che avanza o se il mondo stia davvero perdendo il senso dell’innocenza, ma il pessimismo non serve: bisogna cercare di incidere, di lasciare una traccia».

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Nello spettacolo spicca l’assenza della band, ci sono invece quattro pianoforti. Una scelta che nobilita il teatro-canzone?
«Esatto, è una soluzione estrema e virtuosistica. Con il maestro Silvestri abbiamo voluto evitare la “fotocopia sbiadita” degli originali o il rischio della canzonetta che, dopo quarant’anni, potrebbe apparire datata nel gusto. Questa tessitura sonora toglie Gaber dal tempo e lo immerge in una dimensione concertistica, alta. Cantarlo è una sfida enorme: non cerco l’imitazione mimetica, ma uso il mio registro baritonale per fare mie quelle parole. Rispetto a vent’anni fa oggi gestisco meglio la voce, ma pezzi come Il Sosia o la rabbia di certi passaggi richiedono un impegno fisico e mentale totale. Se non vedo un dirupo artistico vicino a me, non mi diverto».

Oggi «libertà è partecipazione» è ancora un’utopia praticabile?
«Ho scoperto da Sandro Luporini che quel verso nacque per una questione metrica, ma il senso profondo era lasciare un segno, incidere nel mondo. Oggi quel concetto potrebbe essere invertito: “partecipazione è libertà”. Non restare indifferenti è l’unico modo per sentirsi vivi. Come artista, la libertà è il mio punto di partenza: sopporto poco le ingerenze del mercato o dei dirigenti. In una società capitalistica che ci vorrebbe automi, rivendicare la propria partecipazione attraverso scelte libere, senza cercare il consenso a tutti i costi, resta l’unica utopia per cui valga la pena lottare».

4 marzo 2026 ( modifica il 4 marzo 2026 | 08:55)

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