Simone Ruscetta, da speaker in radio a guida: «Ho fatto il Cammino di Santiago 100 volte, vi spiego come. Dopo Zalone mi aspetto un picco di pellegrini»
Corriere della Sera - Cultura

Simone Ruscetta, da speaker in radio a guida: «Ho fatto il Cammino di Santiago 100 volte, vi spiego come. Dopo Zalone mi aspetto un picco di pellegrini»

Martedì 3 marzo 2026
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Il «nuovo» cammino secondo Ruscetta: «Il film di Zalone ha sdoganato il Cammino, lo ha reso accessibile. Ha tolto quell’idea elitaria per cui se non fai 800 chilometri con lo zaino da 15 chili, dormi negli ostelli e non dici il Padre Nostro ogni giorno è un sacrilegio. Mi aspetto un picco di pellegrini quest’anno emuli di Checco»

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Simone Ruscetta, da speaker in radio a guida: «Ho fatto il Cammino di Santiago 100 volte, vi spiego come. Dopo Zalone mi aspetto un picco di pellegrini»

di Maria Vittoria Melchioni

Il «nuovo» cammino secondo Ruscetta: «Il film di Zalone ha sdoganato il Cammino, lo ha reso accessibile. Ha tolto quell’idea elitaria per cui se non fai 800 chilometri con lo zaino da 15 chili, dormi negli ostelli e non dici il Padre Nostro ogni giorno è un sacrilegio. Mi aspetto un picco di pellegrini quest’anno emuli di Checco»

Non è un record certificato, ma è uno di quelli che si misurano in chilometri, sorrisi e vite cambiate. Dal 2018 a oggi Simone Ruscetta, modenese, 53 anni, ex voce storica di Radio Bruno per quasi trent’anni, ha accompagnato gruppi di italiani sul Cammino di Santiago per oltre cento volte. Cento partenze, cento arrivi, cento «ce l’ho fatta».
Una traiettoria di vita che va e viene tra Portogallo, Francia e Spagna: circa 115 chilometri alla volta, passo dopo passo, insieme a chi parte con uno zaino leggero e domande pesanti.
Eppure, se glielo avessero detto dieci anni fa, non ci avrebbe creduto.
«Sono sempre stato una persona pigra. Lo sport era un binario parallelo destinato a non incontrarsi mai con la mia vita», racconta. L’idea del Cammino arriva in un momento complicato: difficoltà sentimentali, lavorative, il bisogno di fare qualcosa di diverso. Non una chiamata mistica, precisa. «Mi è venuta questa immagine del Cammino di Santiago e mi è sembrata una cavolata enorme. Però mi attirava». Parte quasi per sfida, per cinque giorni, senza grande preparazione fisica. Non torna trasformato da un’illuminazione improvvisa. Ma qualcosa si muove. «I semi sono così: a volte germogliano subito, a volte hanno bisogno di tempo» - chiosa.

Dal primo viaggio a un libro da 13mila copie

Di ritorno a casa scrive una guida semplice, pratica, pensata per chi ha dubbi e paure: «Come fare il primo Cammino di Santiago». Oggi ha superato le 13mila copie. Inizia a raccontare la sua esperienza sui social. Poi arriva la proposta di un’amica: diventare accompagnatore di gruppo per quel tipo di esperienza. «Non avevo idea di cosa volesse dire. Ho detto sì quasi per caso. E ho capito che quella era la mia dimensione». La condivisione, che per anni aveva vissuto attraverso il microfono, trova una nuova forma tra sentieri polverosi e chiacchiere serali negli «albergues» (o, perché no, in hotel). Nel 2022 lascia definitivamente la radio. Le due vite insieme non erano più possibili.

Il 90% parte da un dolore.

Chi crede che il Cammino sia per forza un’esperienza mistica, quasi sacra, si sbaglia. Un tempo era destinato a grandi peccatori, assassini, truffatori che attraverso la privazione e l’asprezza del percorso, espiava la propria colpa. Ora, secondo i dati dell’Oficina del Peregrino, solo il 30% dei pellegrini parte per motivi religiosi. Il resto lo fa per altro. «Nella mia esperienza, il 90% arriva sul Cammino con un dolore: un lutto, una malattia, una frattura. È gente che ha bisogno di ripartire» spiega Simone.
E qui il Cammino mostra la sua anima più potente: non tanto lo sforzo fisico, quanto il messaggio di accoglienza: «Quando i pellegrini attraversano il Portico della Gloria della cattedrale, il simbolo è chiaro: benvenuto, ti stavamo aspettando, c’è posto anche per te. Un messaggio orizzontale, universale. Perdono da chiedere, sì, ma anche da concedersi».

Donne, trasformazione e seconda possibilità

Nei gruppi che Ruscetta accompagna più volte all’anno, il 70% sono donne. Molte partono con lo stigma di chi si sente dire: «Non è una cosa per te». Le vede cambiare all’arrivo a Santiago. «Quando arrivano, nei loro occhi c’è scritto: ce l’ho fatta. E subito dopo: se ho fatto questo, cos’altro posso fare nella mia vita? Per me essere parte – anche solo in minima parte – di quel processo di trasformazione è un privilegio enorme».

L’effetto Zalone: sdoganare senza banalizzare

E poi c’è il capitolo pop. L’uscita di Checco Zalone con il film «Buen Camino» ha acceso un dibattito tra i puristi. «C’è una storia prima e dopo Zalone» - dice Ruscetta - «il film ha sdoganato il Cammino, lo ha reso accessibile. Ha tolto quell’idea elitaria per cui se non fai 800 chilometri con lo zaino da 15 chili, dormi negli ostelli e non dici il Padre Nostro ogni giorno è un sacrilegio. Mi aspetto un picco di pellegrini quest’anno emuli di Checco». Quindi c’è il rischio che da rito quasi sacro diventi evento instagrammabile? Forse. Ma la tendenza parla di immagine. Il Cammino, invece, continua a parlare di anima. «No, non serve essere eroi – spiega - non serve dormire per forza negli ostelli se non fa per te. Non serve soffrire per espiare. La fatica c’è, certo. Ma il messaggio non è mortificazione. È rinnovamento».

Oltre i chilometri

Oggi i pellegrini ufficiali superano il mezzo milione l’anno. Con quelli non registrati, si sfiora il milione.
E Simone? Non si è stancato dopo cento volte? «Mai. Ogni gruppo è diverso. Ogni storia è diversa. Io spero sempre di dare qualcosa, di lasciare loro qualcosa per la vita dopo il Cammino, ma va a finire che ricevo sempre moltissimo». Forse è questo il suo vero record: non i chilometri, ma la capacità di restare curioso, di ascoltare quella «vocina» che nella vita quotidiana soffochiamo sotto notifiche e scadenze.
Da Modena a Santiago. Cento volte e altre cento. E ogni volta è come la prima.

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