Alessandro Bergonzoni: «È da troppo tempo che non ascoltiamo le parole»
Lo spettacolo al Teatro Donizetti il 5 marzo: «Fo venne a vedere un mio spettacolo. A mio figlio, che voleva conoscerlo, disse: "Tuo padre mi piace molto, ma ricordati che solo quando papà non ci sarà più quello che fa verrà capito"»
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Alessandro Bergonzoni: «È da troppo tempo che non ascoltiamo le parole»
di Federico FumagalliLo spettacolo al Teatro Donizetti il 5 marzo: «Fo venne a vedere un mio spettacolo. A mio figlio, che voleva conoscerlo, disse: "Tuo padre mi piace molto, ma ricordati che solo quando papà non ci sarà più quello che fa verrà capito"»
Alessandro Bergonzoni (foto di Chiara Lucarelli)
Le parole sono importanti. Agli italiani l’hanno insegnato, prima che Nanni Moretti ribadisse il concetto, Dante e Petrarca; Umberto Eco e Dario Fo; La Crusca e la Treccani. Alessandro Bergonzoni rientra nel ristretto gruppo di chi coccola la lingua dei nostri padri, mantenendola viva e vivace e in costante evoluzione. Il grande affabulatore è atteso al Donizetti giovedì 5 marzo, con lo spettacolo Arrivano i dunque (ore 20.30, unica recita, per la sezione Altri Percorsi di Fondazione Teatro Donizetti). «Non penso sia un gioco di parole, il mio — dice l’attore con la solita, stralunata profondità —. Credo invece che siano le parole a giocare insieme a noi. E, da un po’ di tempo, non le ascoltiamo. È questo il fatto più triste».
Che parole ascolterà il pubblico di «Arrivano i dunque»?
«A me piace molto pensare che questo spettacolo (di cui Bergonzoni firma la regia insieme a Riccardo Rodolfi, oltre a starsene da solo in scena per un centinaio di minuti, ndr) abbia a che fare non soltanto con la parola. È un testo civile, estremamente comico, che lavora sul concetto di immaginazione. Viviamo nella società dell’immagine. Gli spettatori di Arrivano i dunque chiedono di essere sbalorditi. Se uno vuole assistere alle stesse cose che vede in tv o sui social, non credo venga a teatro».
Nessuna parola riesce a definire con esattezza il suo modo di fare spettacolo. Lei ci riesce (in poche parole)?
«Mi interessano tante diverse situazioni. Mi esibisco nelle scuole, nelle carceri, nei movimenti per la chiusura dei Cpr. Di certo non sono un interprete, non è il mio mestiere. Anche se in ciò che faccio c’è un’ovvia componente attorale. Ho girato due film: Quijote di Mimmo Paladino, con Lucio Dalla e Peppe Servillo, e Pinocchio di Roberto Benigni. Nel primo parlo con un utensile, nel secondo con un asino. Non ho ancora avuto un’esperienza di dialogo, con un’attrice o un attore».
E la tv?
«Reputo dannosissima qualsiasi forma di esposizione televisiva. Dicono che, per fare grossi numeri o vendere libri, bisogna andare in tv? Io non sono così d’accordo».
Il teatro però, resta per lei un luogo di elezione.
«Non sento il fascino delle tavole del palco, dei camerini o del sipario. Le mie fascinazioni stanno nella scrittura e nelle mostre che allestisco (Bergonzoni è anche un apprezzato artista visivo, ndr). Mi interessa collegare. In Arrivano i dunque uso l’espressione “congiungi-vite”. Unisco diverse esistenze e cerco di eseguirle all’unisono».
Nel 2026 si celebra il centenario della nascita di Dario Fo e anche il decennale della morte del Premio Nobel, a sua volta artista della parola.
«Non mi voglio assolutamente affiancare a Dario Fo. Sarebbe un’onta per lui e una esagerazione per me. Il suo era un teatro di voce, di corpo, di pancia, di intelletto politico. Ma racconto un aneddoto. Fo venne a vedere un mio spettacolo, al Teatro Duse di Bologna. A mio figlio, che voleva conoscerlo, disse: “Tuo padre mi piace molto. Ma ricordati che solo quando papà non ci sarà più quello che fa verrà capito. Fino a quel momento, sarà troppo presto”. L’ho preso come un enorme complimento. Pensare che un artista possa lasciare dietro di sé qualcosa che nel tempo sarà addirittura più letto e più capito, mi entusiasma. Non ho paura del post mortem. Confido ci siano moltissime probabilità di restare un’anima universale. La morte non esiste».
E il mondo di oggi le fa paura?
«L’umanità è quella che vediamo: disumana, inumana, subumana. L’uomo per me è già finito. Deve “rievoluzionare”».
«Rievoluzionare». È una nuova parola?
«Spero che il mio spettacolo sia “rievoluzionario”, non rivoluzionario. Sono due concetti diversi».
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3 marzo 2026
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