«Tienimi presente», la pellicola di Alberto Palmiero: «Io esordiente al Lido dico grazie a Bellocchio»
Corriere della Sera - Cultura

«Tienimi presente», la pellicola di Alberto Palmiero: «Io esordiente al Lido dico grazie a Bellocchio»

Martedì 3 marzo 2026
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Alcune scene del film girate alla Mostra Palmiero: «Ero pieno di complessi»

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«Tienimi presente», la pellicola di Alberto Palmiero: «Io esordiente al Lido dico grazie a Bellocchio»

di Sara D'Ascenzo

Alcune scene del film girate alla Mostra Palmiero: «Ero pieno di complessi»

Tutto comincia al Lido, durante la Mostra del Cinema di due anni fa. Lì, nel chiuso di una delle salette dell’hotel Excelsior, cordino rosso dell’accredito al collo, un giovane aspirante regista, Alberto Palmiero, 29 anni, casertano, sta raccontando a una platea sonnacchiosa il suo progetto per un film su un professore precario. E subito dopo, ai tavolini del tabaccaio che durante la Mostra salva la vita a tanti accreditati, Palmiero racconta la sua idea a un produttore che, forse, è interessato. È l’inizio del film Tienimi presente, diretto dallo stesso Palmiero e prodotto da quello stesso produttore, Gianluca Arcopinto, insieme a Marco Bellocchio e Simone Gattoni di Kavac Film. Il film è da qualche giorno nelle sale ( in Veneto e Friuli è al Porto Astra di Padova, al Roma di Vicenza e al Nazionale di Trieste) e racconta le acrobazie di un precario del mondo del cinema. Tra lavoretti e parenti ingombranti.

Palmiero, com’è stato girare al Lido durante la Mostra?
«Abbiamo potuto girare quelle scene grazie a Marco Bellocchio. Ci contattò lui dicendo che forse ci sarebbe tornato utile. Quelle scene avrebbero dovuto essere ambientate a Roma, ma Marco era al Lido per un corto e siamo partiti subito. Tre giorni dopo stavamo già girando».

Di che scene si tratta?
«Il protagonista, cioè io, deve partecipare a queste “gare di pitch”, una formula che ereditiamo dal mondo anglosassone, e che porta gli esordienti davanti a una platea di produttori a raccontare le proprie storie. Poi una passeggiata tra la folla del Lido e una fuga in vaporetto».

Che ricordo ne ha?
«Eravamo già in fase avanzata della lavorazione del film, senza però sapere dove ci avrebbe portato. Quella immersione nella Mostra ci fece molto riflettere e decidemmo di adattare quella prima parte a Venezia: per nostra fortuna chi doveva recitare in quelle scene era già lì ed è stato molto facile».

Tutti faticano a trovare un alloggio al Lido, e voi?
«La produzione ci trovò subito da dormire. È stato bellissimo: giravamo e la sera andavamo alle feste delle produzioni. Sono stati tre giorni intensi, perché a un certo punto c’era una scena in vaporetto che andava girata in notturna e siamo dovuti andare a finire alle due e mezzo di notte, perché era necessario che non ci fosse troppa gente. È la scena in cui telefono a mia mamma per dirle che sto tornando a casa».

Era la sua prima volta alla Mostra?
«Sì, nonostante abbia fatto il Centro Sperimentale non ho mai troppo frequentato i festival. Ricordo che col mio aiuto regista, Vincenzo Pezone, abbiamo avuto l’occasione di vedere in sala con gli attori l’anteprima del film Vittoria: ci emozionammo talmente tanto che ci vennero quasi i complessi: “Un film così bello noi non lo faremo mai”, ci siamo detti».

C’è questa scena di Arcopinto che passa da un giovane regista a un altro dicendo sempre la stessa frase. Si è sentito anche lei così?
«Sì, è un mondo molto liquido, dove spesso vincono logiche di mercato, non l’idea di coltivare l’artista, crescere con lui. Ho imparato ad accettare il cinismo di fondo».

Parla di precariato. Pensa di aver smitizzato il cinema?
«Lo spero. Ho parlato dell’ambiente e del sogno che vivevo, ma con autoironia. Tanti miei amici che hanno altre ambizioni se la passano in maniera simile, dovevo essere credibile».

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