La guerra dichiarata con il berretto da baseball
Corriere della Sera - Cultura

La guerra dichiarata con il berretto da baseball

Martedì 3 marzo 2026
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Forti esplosioni a Teheran. Il regime spara su Israele, Qatar, Emirati e Bahrein. Tre caccia Usa colpiti in Kuwait da fuoco amico, piloti illesi

La guerra dichiarata con il berretto da baseball

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
con l’uccisione di Khamenei, cosa potrebbe accadere in Iran? C’è speranza di un piccolo lumicino per una democrazia oppure rimarrà tutto come sempre?Francesco Galante

Sento parlare di violazione del diritto per l’attacco all’Iran, ma sono anni che sento attribuire all’Iran terrorismo e attentati in mezzo mondo. Quindi chi di spada ferisce...Antonio Taccola

Come giudica l’attacco di Trump e Netanyahu?Domenico Mattia Testa

Cari lettori,
Considero il regime iraniano il peggiore della terra. La terra è piena di dittature, ma alcune se non altro — ad esempio quella cinese — hanno migliorato le condizioni economiche del loro popolo. Altre si sono evolute in democrazie, come in Corea del Sud. Altre dittature il popolo lo reprimono, ma se non altro mantengono una politica di alleanze che consente al Paese di sedere ai tavoli della diplomazia e di stare nei mercati internazionali; pensiamo all’Egitto. La dittatura islamica che da quasi mezzo secolo opprime il popolo ha impoverito l’Iran, ha alimentato i peggiori terrorismi che hanno fatto la rovina del Libano e di Gaza, ha massacrato i giovani ribelli, ha additato qualsiasi oppositore come nemico di Dio; e quando qualcuno si erge a parlare in nome di Dio, o è un criminale, o è un fanatico, o è un imbroglione. Khamenei era tutte e tre le cose; e non verserò una lacrima per la sua sorte. Detto questo, un presidente degli Stati Uniti non dichiara una guerra con il berretto da baseball in testa. Non dice: state al riparo dalle bombe finché cadono, poi uscite e cercare di rovesciare il regime; se ci riuscite bene, se no sono fatti vostri. Certo, Trump è stato onesto. Non ha promesso di esportare la democrazia, come aveva annunciato Bush per l’Afghanistan e l’Iraq; la fine è nota. Trump ha detto: quello che a noi interessa è che l’Iran non abbia l’atomica, per evitare che colpisca Israele e le nostre basi in Medio Oriente. Se poi cade il regime, meglio ancora; ma in ogni caso non sono affari nostri, e non abbiamo la minima idea di chi potrebbe prendere il potere dopo: un ayatollah meno fanatico e più pragmatico, insomma amico nostro; il figlio dello Shah; un influencer popolare tra i ribelli; che se la vedano loro. Tutte cose che non si erano mai viste; compreso un attacco congiunto con Israele. In passato, quando volevano colpire in Medio Oriente, gli americani avevano tentato di farlo con gli alleati arabi, dai sauditi agli egiziani, dai giordani agli emiratini, pregando Israele di stare a guardare. Durante la prima guerra del Golfo, Saddam aveva tentato di rompere il fronte contro di lui usando i missili Scud su Tel Aviv (mai su Gerusalemme, città santa) come esca per attirare Israele in guerra; ma il governo si era ben guardato dall’unirsi all’attacco all’Iraq. Eppure al governo c’era il Likud, come oggi. E il premier di allora, Yitzhak Shamir, era uno che a differenza di Netanyahu la guerra la conosceva di persona, e pure il terrorismo — da giovane era stato nella banda Stern —, ed evitò di abboccare all’esca di Saddam. Ora Israele è in campo al fianco degli Usa, anzi forse sono gli Usa che seguono Israele. Non a caso sono stati gli israeliani, non gli americani a uccidere Khamenei. Gioire per la morte dell’ayatollah è legittimo. Ma il grande storico israeliano Benny Morris, intervistato sulla Stampa, ammonisce che il prezzo da pagare potrebbe essere proprio la rielezione di Netanyahu.

3 marzo 2026

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