Diritto alla gioia, gli iraniani in piazza: «Non pretendiamo di spiegare a chi ha vissuto un regime cosa dovrebbe pensare»
Sabato e domenica centinaia di iraniani sono scesi in piazza nelle città del Nordest nel resto d’Italia. Ballavano e scandivano slogan contro il regime che da 47 anni tiene il loro paese in una morsa di islamismo fanatico
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Diritto alla gioia, gli iraniani in piazza: «Non pretendiamo di spiegare a chi ha vissuto un regime cosa dovrebbe pensare»
di Francesco ChiamuleraSabato e domenica centinaia di iraniani sono scesi in piazza nelle città del Nordest nel resto d’Italia. Ballavano e scandivano slogan contro il regime che da 47 anni tiene il loro paese in una morsa di islamismo fanatico
Sabato e domenica centinaia di iraniani sono scesi in piazza a Trieste, nelle città del Nordest, nel resto d’Italia. Ballavano e scandivano slogan contro il regime che da 47 anni tiene il loro paese in una morsa di islamismo fanatico, clericalismo medievale, violenza di Stato, repressione, terrore. Questo giornale ha dato spazio alle legittime preoccupazioni e alle diverse sfumature di sensibilità della diaspora iraniana in Italia. C’è chi esulta per l’assassinio di Khamenei (il tirannicidio, lo insegna Bonhoeffer, è un’opzione morale nobile), c’è chi condanna l’intervento straniero temendo che i suoi esiti siano troppo imprevedibili per coltivare una seria speranza, c’è chi gioisce e chi si angoscia.
Preoccupazioni universali
Le preoccupazioni sono abbastanza universali, non solo presso gli iraniani, perché USA e Israele sono guidati da forze ciniche e imprevedibili e non ci sono garanzie di un vero regime change anziché un atto predatorio. Però qui c’è un problema più basico e più emotivo. Nelle stesse ore in cui sul Molo Audace le audaci ragazze iraniane senza velo esultavano per il colpo inferto al loro criminale avversario, molti italiani, dal comodo dei loro divani, specialmente nelle file dei cosiddetti antimperialisti, scrivevano sui social per condannare gli stessi iraniani in festa: no, non dovete celebrare un intervento straniero illegittimo, male, sbagliate. Insomma pretendiamo di spiegare a chi ha vissuto sotto un regime cosa dovrebbe pensare, provare, sentire. Pretendiamo di insegnare a A., iraniano omosessuale di Teheran che lavora in un ristorante friulano, che dovrebbe risparmiare la sua felicità nel vedere cadere la testa dei suoi carcerieri.
Le critiche ai festeggiamenti
Un atteggiamento, questo sì, quasi colonialista. Il domani è pieno di incognite, ma stasera, almeno stasera, non riusciamo proprio a regalarcelo un minuto di gioia autentica insieme con gli iraniani che sparano i fuochi di artificio, festeggiano in piazza, “we’re celebrating our freedom, after 47 years!”, per la decapitazione di un regime che in pochi mesi ha fatto 30mila morti tra i manifestanti, che ha ucciso i loro fratelli e sorelle perché protestavano pacificamente? («Tutte le mattine, a scuola, per diciotto anni, ogni singolo giorno, prima di cominciare le lezioni, mi hanno costretto a fare 15 minuti di insulti all’America e a Israele», ha detto a Cortina Hadi Tiranvalipour, atleta olimpico iraniano rifugiato. I quindici minuti di odio, come nei libri di Orwell. Solo che succede per davvero). Ieri, a Venezia, una veterana del Sessantotto riconosceva con onestà intellettuale: contro il regime dello Shah, negli anni Settanta, noi studenti siamo scesi in piazza con regolarità. Ma il numero di manifestazioni di universitari e cittadini europei contro il regime degli ayatollah, in quarantasette anni, è quasi zero. Perché?
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2 marzo 2026
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