Sembra la televisione, siamo noi: Aldo Grasso racconta la società attraverso lo schermo
Corriere della Sera - Cultura

Sembra la televisione, siamo noi: Aldo Grasso racconta la società attraverso lo schermo

Lunedì 2 marzo 2026
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Martedì 3 marzo per Raffaello Cortina esce il nuovo saggio del critico, «Cara televisione»: oltre trent’anni di osservazione di un mondo in divenire

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Sembra la televisione, siamo noi: Aldo Grasso racconta la società attraverso lo schermo

di FABIO GENOVESI

Martedì 3 marzo per Raffaello Cortina esce il nuovo saggio del critico, «Cara televisione»: oltre trent’anni di osservazione di un mondo in divenire

Mickalene Thomas, «Angelitos Negros», da «All about love», Parigi, Grand Palais, fino al 5 aprile (Epa / Teresa Suarez)

Un uomo in cima a un pontile, la terraferma ormai alle spalle, i piedi sospesi sopra un oceano senza limite né misura che si prende l’orizzonte intero. Alza gli occhi in cerca di un appiglio, un punto fermo, un appoggio per un passo ancora, ma non c’è niente del genere.
Allora l’uomo prende un respiro, e lo stesso continua a camminare.

Questa immagine mi ha accompagnato durante la lettura del nuovo libro di Aldo Grasso. Che se abbiamo necessità di categorizzare — necessità innecessaria e dannosa — si potrebbe definire di critica televisiva, ma sarebbe riduttivo come definire Parigi un posto dove comprare la baguette: Grasso, parlando di televisione, parla del mondo.

«Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti» di Aldo Grasso esce martedì 3 marzo per Raffaello Cortina Editore (pp. 238, euro 16) Per questo, leggendo, continuavo a vedere l’uomo dritto in cima al molo: perché il mondo in cui ci troviamo oggi sembra la fine, l’estinzione del nostro mondo, della televisione stessa e della sua critica, di ogni critica intesa come osservazione e valutazione seria e profonda. Estinzione che non arriva dalla mancanza, ma dalla sovrabbondanza: il piccolo schermo che ci ha cresciuti viene soffocato dal proliferare degli schermi ancor più piccoli dei telefoni, dove piantiamo gli occhi e la nostra vita da mattina a sera, senza cercare spettacoli ma tentando di spettacolarizzare noi stessi, senza più pensare alla storia ma a spandere miliardi di effimere storie che non raccontano niente. Allo stesso modo la critica, così come ogni valutazione attenta, è schiacciata da un’infinità di critiche occasionali e strepitanti, osservazioni mirate solo a farsi osservare.

Così la terra dove l’autore si è mosso finora si scioglie in un oceano informe, e arrivato in cima al pontile, due sono le sue possibili scelte: tornare indietro, campando di nostalgia, oppure restare lì tremolante, a balbettare le solite parole.

Grasso, in questo nuovo libro, sceglie la terza via: anche se il pontile finisce, lui fa un passo in là, continua a camminare.

Immergendosi nell’oceano del nuovo, tenendo stretta la cima di quel che finora è stato, ma con l’altra mano cercando oltre, nell’orizzonte liquido e indecifrato.

O almeno così appare a noi, mentre per le nuove generazioni che ci sono nate in mezzo è la normalità. Noi, donne e uomini anche solo appena più grandi, siamo distanti da loro come in passato lo erano generazioni separate da secoli, una distanza che la corsa furiosa del progresso tecnologico ha trasformato in un abisso.

Aldo Grasso (Sale delle Langhe, Cuneo. 1948) In questo abisso guarda Aldo Grasso nel suo nuovo libro, e come diceva Nietzsche, «se guardi a lungo in un abisso, l’abisso guarderà in te». Così Cara televisione — in uscita martedì 3 marzo per Raffaello Cortina Editore — diventa anche una sorta di autobiografia, di se stesso e dell’essere umano nell’età dello spettacolo elettronico, nella migrazione di massa che ci ha portati dagli schermi televisivi a quelli più angusti e frammentati dei telefoni.

«Nel momento in cui scrivo, sono trentasei anni che ogni sera guardo la televisione, che ogni mattina redigo una rubrica di critica, che ogni giorno mi confronto con Lei (le devo almeno la maiuscola). Una follia, forse, di cui però non mi pento».

Così inizia il racconto, il cammino lungo i sentieri battuti di questo mondo. Ma appunto, il mondo che abbiamo conosciuto non esiste più: «La rivoluzione tecnologica ci ha consentito di progredire e di facilitare molte attività quotidiane, ma sta mettendo a riposo le nostre facoltà cognitive: essa non rappresenta più una prova della nostra evoluzione, ma una maschera del nostro declino. Esentati dall’affanno di dover trovare celermente soluzioni per sopravvivere, abbiamo molto tempo per blandire il nostro narcisismo: così l’ignoranza, grazie anche ai social, diventa ideologia».

Sgretolandosi, il nostro cammino si apre smisuratamente. Non avendo più sentieri segnati, il viaggio si fa navigazione esplorativa, naufragio fortunato che permette a ogni capitolo mille approdi inattesi e fertili, spaesanti e illuminanti allo stesso tempo.

Dagli albori della televisione ai meandri contemporanei dei social e dell’intelligenza artificiale, il tempo sembra fondersi in un unico vortice, che ci mostra quanto siano cambiate le nostre abitudini, e insieme quanto siano identici i nostri vizi, il nostro grande ego e la nostra anima minuscola.

Come identiche sono le due canzoni composte in piccata risposta ai critici colpevoli di averli criticati, l’una del Quartetto Cetra nel 1964, l’altra dedicata proprio a lui da Cristiano Malgioglio (Grasso che cola) mezzo secolo dopo.

Nascono dalla stessa suscettibilità, dallo stesso ego debordante, che un tempo si imponeva sui palcoscenici, sugli schermi mastodontici del cinema, su quelli casalinghi delle tv e oggi smania sui social da ogni angusto profilo personale.

Ecco, anche questo è Cara televisione, il racconto dell’enorme sbornia comunicativa contemporanea. Dove la verità si è persa e comunque non la cerca più nessuno, tutti troppo impegnati a imporre la nostra opinione sulle altre, gridandoci addosso nel tentativo di scavalcarci e — senza valere — ostinatamente prevalere.

«Adesso, grazie ai social, vige solo la presunzione di sapere. La deriva bulimica del web produce un eccesso di informazione che crea solo pressapochismo, arroganza, intolleranza: siamo tutti di un’ignoranza wikipedica. Anneghiamo in un mare di “conoscenza negata”, e ci rifiutiamo di saperlo».

Eccolo appunto, il mare che torna, senza forme, senza rotte né riferimenti. Solo frammenti alla deriva a cui ci aggrappiamo per non sparire a fondo.

Vale tutto, da Sanremo alle telecronache sportive, da Umberto Eco alla De Filippi, da Guerra e pace a Uomini e Donne. Tutto questo sta nelle pagine del nuovo libro di Grasso, tutto questo sta in lui e in noi. Un mare contemporaneo che Grasso racconta come nessuno, con lucida accuratezza, ironia e scrupolo, senza superiorità ma anche senza pietà.

Un saggio, un’autobiografia di tutti noi, un accorato, prezioso diario di viaggio che, persa la possibilità di sapere dove andiamo, riesce a raccontarci in modo illuminante dove siamo.

2 marzo 2026 (modifica il 2 marzo 2026 | 11:56)

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