«A casa di Einstein»: il nuovo saggio di Daniele Manca e Gianmario Verona
Corriere della Sera - Cultura

«A casa di Einstein»: il nuovo saggio di Daniele Manca e Gianmario Verona

Lunedì 19 gennaio 2026
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Esce per Piemme «A casa di Einstein. 6 lezioni nell’era della superinnovazione»: qui ne anticipiamo l’introduzione. Martedì 20 gennaio la presentazione a Milano

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«A casa di Einstein»: il nuovo saggio di Daniele Manca e Gianmario Verona

di DANIELE MANCA e GIANMARIO VERONA

Esce per Piemme «A casa di Einstein. 6 lezioni nell’era della superinnovazione»: qui ne anticipiamo l’introduzione. Martedì 20 gennaio la presentazione a Milano

Mr. Brainwash, « M=bw2», 2024 , serigrafia su carta

Abbiamo contato almeno 14 case nella vita di Albert Einstein. Grandi e piccole. Appartamenti e ville. Spartane e confortevoli. Antiche e moderne. In sobborghi periferici e in luoghi centrali. In città molto differenti che hanno cadenzato la sua vita. A Ulma sul Danubio dove nacque nel Land del Baden-Württemberg tedesco. Nelle due case di Monaco dove ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza. A Milano e a Pavia dove ha trascorso un semestre fondamentale della sua vita da adolescente, che gli permise di scappare dalla Germania e velocizzare il suo ingresso agli studi universitari. A Zurigo dove ha studiato a livello accademico. A Berna dove ha cominciato a lavorare. E poi ancora a Zurigo, dove ha faticato a diventare professore universitario a tal punto che, stanco di fare domanda, chiese di diventare insegnante in due scuole medie superiori. A Praga e nelle due case a Berlino — allora capitale mondiale della scienza. E poi in un cottage inglese in fuga dalla propaganda nazista che attaccava la «scienza giudaica». E infine a Princeton dove trascorse gli ultimi anni della sua vita in un esilio dovuto certo alle famigerate leggi razziali imposte da Hitler, ma in qualche modo da sempre voluto. Einstein visse dal 1933 al 1936 in Library Street nel campus di Princeton, prima di acquistare la casa definitiva in Mercer Street in cui visse fino alla sua morte nel 1955 a 76 anni.

Daniele Marca e Gianmario Verona, «A casa di Einstein», Piemme, pp. 192, euro 18,90 Ma «casa» è anche la sua patria e anche la sua famiglia. Ed Einstein è un bell’esempio di complessità che anticipa i nostri tempi. Divorziato e sposato due volte, rimase sempre attaccato ai due figli di primo letto, anche se come confessò più volte li mise in secondo piano rispetto al lavoro che lo fece vagabondare tra incarichi accademici e conferenze per l’intero arco della sua vita. Einstein ha avuto 5 cittadinanze (se contiamo anche l’essere stato apolide). Quella della sua nativa Germania, quella della ospitale Svizzera, quella austro-ungarica quando fu costretto a prenderla per la cattedra a Praga, quella americana dove trascorse gli ultimi 25 anni di vita. Einstein si tolse anche, da solo, la cittadinanza tedesca e fu appunto per alcuni mesi anche apolide ancora da giovane, prima di acquisire cittadinanza svizzera. Un globe-trotter che riflette la globalità del mondo moderno.

Daniele Manca E una vita famigliare pure regolare ma complessa. Pacifista convinto e distante da singole visioni politiche, allo scoppio della guerra mondiale diventa un attivista supporter dell’internazionalismo e federalismo mondiale. E fu sostenitore dell’idea che la scienza non deve essere inerte di fronte alla politica — soprattutto se la politica è di natura belligerante.

Che dire, in questo momento storico dove la geopolitica è tornata a farla da padrona? È difficile trovare un personaggio più potente di Einstein per parlare di innovazione, di economia. Ma come avrete capito, soprattutto per parlare di noi stessi, in un mondo e in un’era nella quale si deve essere capaci di distinguere tra innovazione e semplice cambiamento, tra innovazione e gusto della novità, tra chi è capace di comprendere l’evoluzione della società, di un segmento di mercato, di un sentimento di una comunità e riesce a trasformarlo in innovazione che dà risposte a desideri, esigenze, problemi. Qualcosa che la politica fa fatica a capire. Una politica che si accontenta di seguire e non innovare. Non capendo che è la strada più diretta per portare la propria comunità ad asciugarsi, a ripiegare su sé stessa, a condannarla all’implosione, invece che all’evoluzione, all’adattamento a un mondo che mai come oggi è stato capace di porci sfide.

Gianmario Verona Il momento storico potrebbe spingerci a pensare a un déjà-vu. Ci siamo già stati da queste parti. Corsi e ricorsi storici direbbe Giambattista Vico. Grandi scoperte scientifiche, fermento tecnologico, confusione geopolitica e tanta voglia di cambiamento. Ma attenzione. Abbiamo potuto già avere singoli elementi presenti, magari anche contemporaneamente.

Ma di diverso c’era la direzione. I desideri e le voglie erano finalizzati. C’era la volontà oltre che il bisogno di ripartire da quella generazione che la sociologia, che ci ama catalogare per coorti affini, aveva denominato «silenziosa» per aver vissuto i drammi delle due guerre. C’era il Piano Marshall. C’erano gli Adriano Olivetti, gli Enrico Mattei, i Michele Ferrero, gli Elio Bracco, i Pietro Barilla. E ancora… c’era Enzo Ferrari, che intuisce quanto le gare possano essere un test fondamentale per le sue auto e che la produzione doveva essere messa alla prova delle performance.

C’erano i Leonardo Del Vecchio, che crea un impero degli occhiali nella piccola Agordo in provincia di Belluno, e che si ritrova oggi a lavorare con un signore ben più giovane, Mr. Mark Zuckerberg, capace di convincere due miliardi e più di persone al mondo a usare il suo prodotto. «Quelli che …» canterebbe Jannacci, hanno creato l’industria che abbiamo ereditato e che tuttora ci fa essere parte del G7, ovvero le sette potenze industriali principali (forse ancora per poco…), e che ci permette come export di essere secondi in Europa e quarti o settimi al mondo (dipende dalle classifiche e dagli indicatori). C’erano leader politici illuminati e soprattutto cittadini che facevano politica e si impegnavano per ideali che ci hanno reso parte di un’Europa desiderosa di superare le guerre, aiutati da quell’America che intuiva che il soft power, quel potere morbido della persuasione, rendeva la cooperazione un legame ben più indissolubile della coercizione.

Oggi quella direzione può essere ritrovata e rinnovata cercandola nella casa di Einstein. Sono tre le ragioni per cui sarà Albert Einstein a rappresentare il filo rosso del viaggio in cui vi accompagneremo per raccontarvi la nuova epoca in cui siamo immersi, quella della superinnovazione.

La prima è che oltre a rappresentare in sé un esempio quintessenziale di innovazione radicale grazie all’introduzione della teoria della relatività e della teoria quantistica rispetto alla meccanica classica newtoniana, la teoria di Einstein rappresenta anche la profonda complessità dell’innovazione.

L’innovazione è sempre una sintesi tra la sorpresa del nuovo e la certezza di un risultato. Tra la capacità di soddisfare un bisogno esistente con l’indeterminatezza di scoprire qualcosa di differente. Esattamente come la teoria di Einstein che rivela l’indeterminatezza della materia rispetto alla fisica classica, identificando i quanti ovvero particelle che si muovono in modo disordinato e casuale, ma che poi punta all’unificazione e alla sintesi con l’accorpamento nell’equazione della teoria generale. E lo fa prendendo corpo non in un singolo articolo o libro, ma in un complesso processo che richiederà lunghi sforzi e diversi successi e sconfitte nell’arco della sua vita. Esattamente come il lavoro che l’innovazione richiede all’imprenditore che se ne fa carico.

La seconda è l’importanza dell’immaginazione e della creatività. Einstein, oltre a essere un ottimo violinista e un curioso e appassionato lettore di classici, tra le altre cose è portatore di un metodo altamente creativo in cui gli esperimenti seguono l’immaginazione.

La teoria che gli diede il Nobel è figlia della scoperta della dimostrazione della curvatura dello spazio con la fotografia dell’eclissi solare nel 1919. Lui l’aveva prodotta nella sua testa, come i tanti esperimenti mentali che amava fare — i thought experiments dell’epistemologia classica. L’imbianchino che cade dalla finestra, lui stesso a cavallo di un raggio di luce, il fulmine che colpisce il treno in corsa, la persona dentro l’ascensore tirato dalla fune fuori dallo spazio gravitazionale, i coleotteri bidimensionali ciechi che camminano su rami ricurvi, la palla da bowling sul tappeto elastico e le palle da biliardo che la seguono. Le teorie più importanti di Einstein erano figlie della sua immaginazione che trovava poi spiegazione nella lettura matematica delle sue leggi. E che, una volta elaborate, lasciava alla dimostrazione empirica dei seguaci che si invaghivano dei suoi articoli scientifici.

Come l’innovazione radicale ci insegna, all’immaginazione segue sempre una fase di duro e lungo lavoro di dimostrazione deduttiva, frutto cioè di logica e matematica, o induttiva, figlia cioè di un corposo sforzo empirico di raccolta ed elaborazione di dati. La comprensione della precisa posizione e la velocità di elettroni in movimento richiedeva una matematica robusta per la dimostrazione logico-deduttiva (che lui si ostinava a ricercare) e una sperimentazione applicata (che invece lasciava quasi sempre a terzi ai fini della dimostrazione visto il suo scarso interesse al lavoro di laboratorio). L’amore per l’indipendenza e l’autonomia di pensiero che hanno caratterizzato la sua vita e, al contempo, la difficoltà di subire l’autoritarismo della scuola e delle istituzioni paternalistiche, lo hanno formato ampiamente per raggiungere i traguardi che ci ha lasciato. Del resto, dicevamo, Einstein era anche un ottimo violinista e un buon pianista e cercava spesso nella musica rifugio per lasciar spazio alla sua creatività. Mozart, Bach, Beethoven — suonati sin da piccolo sotto la guida della madre e poi in varie circostanze pubbliche e soprattutto in privato per, come ci raccontano diverse biografie, dare spazio alla serenità prima di un improvviso «Eureka!» di fronte a problemi complessi che lo attanagliavano per costruire una teoria generale che mettesse assieme accelerazione, gravità, energia, massa.

La terza ragione per cui Einstein è emblema dell’innovazione è che l’innovazione ha una base scientifica fondamentale che occorre maturare. Una base che occorre stimolare nella formazione di ragazze e ragazzi e che occorre favorire nello sviluppo imprenditoriale delle generazioni che verranno. Veniamo da un secolo in cui è stata la meccanica a farla da padrona. In cui l’artigianalità e la capacità del disegno meccanico sono stati al centro dell’innovazione industriale. La Olivetti della Divisumma e della Lettera 22 aveva nel suo maestro di innovazione Natale Cappellaro, un perito industriale che con le sue mani aveva creato pezzo per pezzo quegli apparecchi e a cui tuttora la città di Ivrea dedica uno splendido archivio storico museale. La sperimentazione operativa della Supercrema che diventerà Nutella nella Alba della Ferrero era figlia di scelte artigianali legate alla ricerca del gusto.

L’innovazione di oggi in tutte le industrie, dai servizi all’aerospazio passando attraverso la moda e l’alimentare, è quella governata dai dati e dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale e richiede la capacità di governare la macchina e disegnarla con la matematica, la statistica e la fisica dei numeri. La scienza è il motore propulsivo dell’industria e lo sarà sempre di più, come ci ha dimostrato Einstein con i suoi contributi fondamentali. Ma lo sarà anche rimettere al centro la capacità di produrre, di saper fare, di industriarsi. Di saper comprendere perché alla americana Stanford University in un corso di letteratura e cultura giapponese, gli studenti compongano poemi stagionali, ma costruiscano anche scale da giardino e tazze per il tè, imparando a bilanciare forma e funzione, a creare connessioni tra lo studio, la teoria e la vita reale attraverso gli oggetti che la compongono.

Ed è così che quelle che apparivano magari come contraddizioni nella casa di Einstein nel secolo breve, ci mostrano e anticipano contraddizioni e complessità della vita di oggi che invece di annichilirci diventano linfa del nuovo homo innovatio e della superinnovazione che deve andare a progettare e costruire.

La presentazione a Milano il 20 gennaio

Daniele Manca (giornalista e scrittore, vicedirettore del «Corriere», direttore e docente del master di giornalismo alla Iulm) e Gianmario Verona (titolare della cattedra Fondazione Invernizzi su Innovation Management all’Università Bocconi, della quale è stato rettore, e presidente della Fondazione Human Technopole) presenteranno il loro libro «A casa di Einstein» (in uscita per Piemme, pp. 192, euro 18,90) martedì 20 gennaio, a Milano (ore 18.30, libreria Rizzoli, Galleria Vittorio Emanuele II). Interverranno Vittorio Colao, già ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e vice chairman Emea General Atlantic; Silvio Campara, ceo di Golden Goose; Luca Rossettini, founder e ceo di D-Orbit. Modera Alessia Cruciani, giornalista del «Corriere».

19 gennaio 2026 (modifica il 19 gennaio 2026 | 11:51)

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