Guido Harari, il fotografo delle star: «Lou Reed era un caro amico. Dylan? Tanti divieti. E con Warhol mi arrabbiai»
Corriere della Sera - Cultura

Guido Harari, il fotografo delle star: «Lou Reed era un caro amico. Dylan? Tanti divieti. E con Warhol mi arrabbiai»

Giovedì 12 febbraio 2026
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Gli scatti in mostra a Vicenza: «Con David Bowie incontro mancato: tante foto in pubblico, ma mai nella vita privata»

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Guido Harari, il fotografo delle star: «Lou Reed era un caro amico. Dylan? Tanti divieti. E con Warhol mi arrabbiai»

di Francesco Verni

Gli scatti in mostra a Vicenza: «Con David Bowie incontro mancato: tante foto in pubblico, ma mai nella vita privata»

«La fotografia è un tempo che si condivide non un momento che una persona concede e che l’altro riceve. Deve esserci un’energia che si muove nei due sensi». Guido Harari, il più importante fotografo italiano di musica (e non solo), sarà protagonista dell’antologica «Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti» che porterà nella Basilica Palladiana di Vicenza, dal 27 marzo al 26 luglio, oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia. Con la sorpresa finale della «Caverna Magica dove, chi vorrà, potrà essere immortalato dal maestro (info www.mostraguidoharari.it).

Perché ha scelto uno scatto a David Bowie come manifesto della mostra?

«Perché è transgenerazionale, è il decimo anniversario della sua morte e anche perché è uno dei miei artisti preferiti. Quello con Bowie è stato un incontro mancato, l’ho fotografato diverse volte dal vivo ma mai in forma privata».

Che tipo di legame cerca e si crea con il personaggio che deve fotografare?
«C’è sempre il desiderio di far capire che non è tanto la foto che mi interessa, ma il contatto. La foto diventa una testimonianza dell’incontro avvenuto, in alcuni casi, con una certa complicità. La cosa importante è dimostrare di avere una sensibilità per la loro arte e per il loro futuro. È qui che si aprono delle possibilità».

Il ritratto più difficile?
«Quello con chi non vuole mettersi in gioco. Impossibile è stato quello a Henry Rollins (cantante dei Black Flag, Ndr) che è arrivato in studio snocciolando un decalogo di tutto quello che non avrei dovuto fare o chiedergli. Non era arrivato neppure alla fine dell’elenco che me ne ero già andato. Ricordo anche una volta con Giorgio Armani in cui iniziò a darmi delle dritte tecniche su come fare le luci, sul tipo di obiettivo usare, su che angolazione adottare. Gli feci notare che così non sarebbe stata una mia foto ma un selfie… e si irritò un po’. Ma poi ci furono altre occasioni più distese».

Come è nata la copertina di «Real Live» di Bob Dylan?
«Bill Graham mi incaricò fotografo ufficiale del tour congiunto Santana-Dylan. E quel tour del 1984 si chiuse con la registrazione di “Real Live” a Dublino per il quale scelsero uno dei miei scatti. Fu però sempre impossibile stringere la mano a Dylan: ha un modo tutto suo di essere un animale sociale. C’erano regole strettissime che valevano per tutti, dai tecnici ai musicisti: nessuno doveva guardargli negli occhi e rivolgergli la parola. Non ci fu mai un incontro anche se lo fotografai in tanti altri concerti, anche dal palco».

Come è nato il ritratto «atipico» di Roberto Baggio?
«Alla fine di ogni puntata di “Italians” di Beppe Severgnini gli invitati venivano a posare per un ritratto. Mi sono ricordato di uno scatto incredibile di Albert Watson a Mike Tyson di nuca e così, pensando al “divin codino”, l’ho voluto ritrarre di nuca».

La foto che non ha mai scattato e che rimarrà un suo rimpianto?

«Ce ne sono tante. Mi viene in mente un’occasione mancata con Andy Warhol in cui non mi permisero di realizzare le foto secondo i miei canoni; mi arrabbiai e me ne andai. Negli anni ho capito che con personaggi così non si devono fare imposizioni. Ci sono poi volte in cui una macchina fotografica è solo un impiccio. Ad esempio quella volta in cui, a Modena, Lou Reed mi chiese di uscire per una passeggiata: dopo poco mi domandò dove fossero le macchine fotografiche. Gli dissi che le avevo lasciate in albergo e con un sorriso beato mi rispose solo: “Good boy”».

La mostra si chiude con la «Caverna Magica», come è nata questa idea?
«Avevo una grande curiosità di incontrare il pubblico e così mi è venuta l’idea di creare un set fotografico all’interno della mostra e un ultimo ambiente in cui esporre quegli scatti. Dopo una carrellata di volti conosciuti mi piaceva incontrare alla fine perfetti sconosciuti che, spesso, hanno qualcosa in più dei personaggi famosi».

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