Cronaca di un abisso: il romanzo d'esordio di Giulia Scomazzon è un viaggio dentro l'alcolismo di Alice
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Cronaca di un abisso: il romanzo d'esordio di Giulia Scomazzon è un viaggio dentro l'alcolismo di Alice

Mercoledì 11 febbraio 2026
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In «8.6 gradi di separazione» c'è il Veneto dei bar, ci sono le strade ma anche il dolore interiore di una giovane donna che cerca nell'alcool di anestetizzarsi

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Cronaca di un abisso: il romanzo d'esordio di Giulia Scomazzon è un viaggio dentro l'alcolismo di Alice

di Francesca Visentin

In «8.6 gradi di separazione» c'è il Veneto dei bar, ci sono le strade ma anche il dolore interiore di una giovane donna che cerca nell'alcool di anestetizzarsi

Birra, vino, spritz, caffè corretti, ansiolitici e ancora birra, scandiscono le giornate della giovane Alice, nel romanzo della vicentina Giulia Scomazzon 8.6 gradi di separazione (Nottetempo, 140 pagine, 16,50 euro). Sullo sfondo, la provincia veneta, i bar, il rito dello spritz come abitudine ricreativa. Alice, insegnante trentenne, alcolizzata, racconta lo scivolare nell’alcolismo, anestetico a un lavoro frustrante e una società deludente: autodistruzione come conforto, mentre l’ironia della narrazione scandisce una disperazione disciplinata, osservata lucidamente. Casa, scuola, supermercato dove rifornirsi di alcolici, bar e ancora casa. 

La cronaca della dipendenza

La cronaca della dipendenza va di pari passo con l’inizio e la fine della relazione con Giacomo, tra bisogno di libertà e peso della cura, il rapporto con l’amica Giulia, le sedute con psicologi, i tentativi con gli Alcolisti Anonimi. Alice scandaglia l’abisso misurando, i gradi (alcolici) che la separano dal resto del mondo, in un Veneto di rotonde, bar a gestione cinese con bevitori forti, fattorie sociali lungo le tangenziali. «Giacomo si era fatto andare bene l’immagine di me che gli avevo venduto... una “bevitrice funzionale” che da oltre un decennio consuma quasi quotidianamente dosi significative di alcol e calmanti, evitando gli abbruttimenti tipici dell’alcolizzato eccetto rarissime eccezioni. Io l’ho sempre trovata un’autorappresentazione veritiera, ma Giacomo a un certo punto ha smesso di crederci...».

Giulia Scomazzon, perché ha scelto di raccontare un’alcolizzata?
«È nato come una sorta di reportage tra i bar della provincia veneta. Poi ho capito che avevo la necessità di entrare nel fenomeno in prima persona, capire le ragioni di quella dipendenza, usare la lente di una protagonista che osservasse, ma spinta dalla dipendenza dall’alcolismo».

Il Veneto diventa parte fondamentale nella dipendenza da alcolici.
«C’è un rapporto strettissimo dei veneti con gli alcolici, che sono fino a un certo punto valvola di sfogo ricreativa, poi diventano anestetico per sopportare la vita, il lavoro, le relazioni».

È sfaccettato il racconto della relazione tra Giacomo e Alice, emerge quella sottile forma di violenza spesso camuffata dalla cura, che è il controllo.
«Così come per le dipendenze, anche nel raccontare una relazione tossica e violenta volevo scardinare con la scrittura il vittimismo diffuso. Alice è una vittima, che però rifiuta di sentirsi vittima. E in un’epoca iper terapeutica su ogni fronte, volevo seminare il dubbio che anche negli apparenti rapporti di cura in cui il partner appare accudente, ci può essere una violenza estrema».

Com’è riuscita a rendere in modo così realistico la dipendenza, l’alcolismo?
«Ho osservato molto la popolazione dei bar e anche tanti conoscenti. Poi ho partecipato a vari incontri degli Alcolisti Anonimi in gruppi diversi e ho letto molto sull’argomento, mi sono documentata».

Come nel suo memoir d’esordio «La paura ferisce come un coltello arrugginito», anche in questo libro il dolore è centrale. Da cosa nasce questa esigenza?
«Ha influito la morte in giovane età di mia madre a causa dell’Aids e a causa di dipendenze, quando avevo sette anni, che ho sviscerato nel memoir. Occuparmi del dolore per me è uno degli obiettivi della letteratura, metto chi legge davanti a personaggi che cercano empatia, voglio avvicinare alla sofferenza. Del resto, siamo circondati dal dolore».

La storia di Alice poteva essere ambientata solo nel Veneto?

«Il Veneto all’inizio era centrale nel racconto, poi è diventato sempre più sfondo. La mia è anche una critica a un modello sociale relazionale di una delle regioni in cui, più di ogni altra, l’identità esiste intorno al lavoro, quindi più le situazioni sono precarie o le carriere non progrediscono, più si creano angosce che spingono verso evasioni socialmente accettate, bere alcolici equivale a somministrarsi un anestetico».

L’unico aspetto della vita della protagonista in cui non crolla è il lavoro. Perché?
«Alice si concede di naufragare in tutti gli spazi, ma non sul suo lavoro di insegnante, in cui cerca di mantenere la lucidità minima. Anche perché con ragazzi e ragazze sente di potere fare bene, costruire qualcosa di buono, ha fiducia nei giovani, spera, in una sorta di patto intergenerazionale, che un futuro migliore arriverà da loro».

È stata paragonata a Vitaliano Trevisan, si riconosce nel suo stile e visione?
«Sono super lusingata per il riferimento a un autore di cui apprezzo lo stile letterario, ma mi sento molto diversa, anche a livello generazionale. Il suo approccio è nichilista, provocatorio, non lascia spazio alla speranza. Io cerco invece una sorta di salvezza attraverso l’ironia e l’autorironia. Non manca la speranza nella mia narrazione, provo sempre a immaginarmi un’alba».

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