«Un'educazione veneziana»: memorie e passione dell'editore Andreose tra Hemingway ed Eco
Corriere della Sera - Cultura

«Un'educazione veneziana»: memorie e passione dell'editore Andreose tra Hemingway ed Eco

Mercoledì 11 febbraio 2026
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Il presidente della casa editrice "La Nave di Teseo" e il suo ultimo libro sulla sua adolescenza nella Venezia del Dopoguerra

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«Un'educazione veneziana»: memorie e passione dell'editore Andreose tra Hemingway ed Eco

di Massimo Marino

Il presidente della casa editrice "La Nave di Teseo" e il suo ultimo libro sulla sua adolescenza nella Venezia del Dopoguerra

Peggy Guggenheim fotografata alla Biennale di Venezia del 1948: la collezionista americana trasferì in Veneto il proprio museo

La rassegna «La voce dei libri» ci porta nella Venezia del dopoguerra. Oggi, mercoledì 11 febbraio, all’Archiginnasio Mario Andreose ha presentato il suo libro Un’educazione veneziana, pubblicato dalla casa editrice di cui è presidente, La nave di Teseo (pp. 208, euro 20). Dialogano con lui Dario Franceschini e la filologa Paola Italia. 

Andreose, quale esigenza l’ha spinta a scrivere un libro di ricordi? 
«Il volume nasce dalla constatazione che la mia esperienza di adolescente nel dopoguerra coincideva con una stagione che annunciava la riconquista della libertà e un nuovo mondo. Un’epoca a Venezia molto fervida culturalmente. Alla Fenice si vedevano spettacoli con Laurence Olivier e Vivien Leigh, rinascevano la Biennale dell’arte e quella del cinema, Peggy Guggenheim trasferiva il suo museo in Laguna». 

Il libro è pieno di squarci di vita adolescenziale… 
«… degli incontri che facevo nella mia zona, quella delle Zattere, dove gravitavano artisti e la popolazione studentesca dei due licei cittadini, dell’Accademia di belle arti, di Architettura e del Conservatorio». 

Come ha preso forma il libro? 
«Elisabetta Sgarbi mi ha spinto a organizzare i miei ricordi sparsi in un memoir, proiettando le esperienze e le passioni di quegli anni nel futuro, nella mia vita professionale successiva». 

Per esempio? 
«Un giorno incontro Hemingway e Orson Welles con Alberto Mondadori, altissimo. Nel giro di 10 anni mi sono ritrovato a lavorare nella sua casa editrice. Personaggi come Olivier o Gérard Philipe hanno formato il mio immaginario e il mio patrimonio culturale». 

Come mai verso la fine degli anni 50 abbandona la sua città? 
«Per necessità. La situazione economica familiare era peggiorata. Intitolo quel capitolo “Partir bisogna”. Non avendo terminato gli studi avevo poche possibilità di impiego. Nel frattempo mi ero appassionato alla scrittura e a Venezia c’erano poche occasioni per farsi strada in quel campo. Mi trasferii a Milano ed ebbi un primo contatto con il direttore del “Giorno”, un giornale che amavo, nato nel 1956, con firme come Bocca, Arbasino, Clerici, Citati. Nel giornalismo però non vedevo futuro e allora mi impiegai nell’editoria, a partire dal ruolo di correttore di bozze, per Alberto Mondadori, che si era separato dal padre e aveva fondato il Saggiatore». 

Lei con Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi è fuoriuscito da Bompiani e ha fondato La nave di Teseo. Il 19 ricorrono i 10 anni dalla morte di Eco. Come lo conobbe? 
«Lo conoscevo da tempo. Leggevo ogni cosa scrivesse. Poi mi trovai a gestire per Bompiani le traduzioni straniere del Nome della rosa. Aveva già vinto lo Strega e fioccavano le ristampe, ma non si trovavano un editore in francese e uno in inglese, perché era strano il fatto che avesse scritto un romanzo. Mi impegnai con le mie conoscenze e il libro, dopo vari sforzi, venne pubblicato». 

Che ricordo ha di Eco? 
«La mia frequentazione con lui dopo la sua scomparsa non è terminata, perché gestisco il suo patrimonio letterario. Il 13 usciremo con una sua biografia, Umberto di Roberto Cotroneo, e con un libro di sue prefazioni pubblicate in tutto il mondo».

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