Dacia Maraini e gli animali con l’anima: sono i nostri fratelli
Il gatto Carbone, la volpina Bionda... La scrittrice nel suo nuovo libro «Anche i cani a volte volano» (Solferino), in uscita il 13 gennaio, abbraccia i suoi compagni di viaggio. Storie di un legame che spesso l’uomo trascura
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Dacia Maraini e gli animali con l’anima: sono i nostri fratelli
di GIAN ANTONIO STELLAIl gatto Carbone, la volpina Bionda... La scrittrice nel suo nuovo libro «Anche i cani a volte volano» (Solferino), in uscita il 13 gennaio, abbraccia i suoi compagni di viaggio. Storie di un legame che spesso l’uomo trascura
Dacia Maraini con uno dei suoi cani
Thomas Mann era legatissimo al suo mezzo bracco Bauschan «che mai ha raggiunto una lepre e mai l’acchiapperà» ma gli metteva buonumore scombinandogli le giornate; Lord Byron pianse in un celebre epitaffio («Qui sono i resti di colui che possedette bellezza senza vanità, forza senza insolenza, coraggio senza ferocia e tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi») il suo terranova Boatswain; Jorge Luis Borges dedicò al suo Beppo, libero e sfacciato come tutti i gatti («La tua schiena accondiscende/ alla carezza persistente della mia mano ») dei versi di devoto rispetto: «Ti cerchiamo invano;/ più remoto del Gange e dell’Occidente,/ il tempo è tuo, tutto, e il tuo segreto...». Va da sé che Dacia Maraini, come tutti coloro che amano gli animali davvero, ha dato un nome a tutti quelli con cui ha condiviso un pezzo della sua vita.
La copertina del libro di Dacia Maraini «Anche i cani a volte volano. Storie di animali per tornare uomini» (a cura di Eugenio Murrali, pp. 189, euro 16,50) Quello è il primo segno di considerazione per le creature cantate fin dagli albori della letteratura: «Un cane/ che stava lì disteso, alzò il capo e le orecchie./ Era Argo, il cane di Odisseo, che un tempo/ egli stesso allevò...». Per quello la indignano non solo le foto dei «cacciatori felici che tengono un piede sul centesimo orso ucciso» o gli allevamenti intensivi («Se potessi obbligherei i grandi mangiatori di carne a visitarne uno») ma anche i burocrati ottusi che, in Trentino ad esempio, abbattono orsi come M49: «Perché non dargli un nome anziché un numero da campo di sterminio?».
La scrittrice con un altro dei suoi cani negli anni Ed è a questi ospiti del pianeta e «compagni di viaggio» delle nostre esistenze, dai nobili cervi dell’Appennino all’umile gabbiano Teverello («Così l’ho chiamato visto che viene dal Tevere») apparso sul terrazzo romano nei giorni di isolamento del Covid («Si mette ritto sul muretto del terrazzino e mi fissa per ore. Anche se non gli do niente. Rimane lì a osservarmi. E lo fa piegando un poco la testa e mettendo in asse un occhio verso la finestra, dietro la quale io me ne sto seduta al tavolino a scrivere») che l’autrice di La lunga vita di Marianna Ucrìa, Donna in guerra e Isolina, ha deciso di dedicare il nuovo libro. Si intitola Anche i cani a volte volano, è edito da Solferino, curato da Eugenio Murrali, e raccoglie ricordi, poesie, editoriali, favole («C’era una volta, in un piccolo villaggio fra le montagne abruzzesi chiamato Pescasseroli, un castellano, il conte di Mancina, che aveva un figlio di nome Gioioso...») e battaglie della scrittrice contro il modo in cui l’uomo tratta i «coinquilini» di questa terra. Come se questa fosse «una nostra proprietà così assoluta che nemmeno un verme ha più il diritto di rigirarvisi dentro. Le talpe costruiscono cunicoli e rovesciano la terra? Togliamole di mezzo. Gli uccelli mangiano i frutti? Uccidiamoli tutti. I lupi qualche volta, quando non hanno niente da mangiare e c’è molta neve in giro, possono assalire una pecora e divorarsela? Abbattiamoli».
La scrittrice al lavoro (con cane) Una scelta insensata. Tanto più per lei che da tanti anni ha una piccola casa a Pescasseroli «col giardino pieno di alberi e di fiori»: «Cappuccetto rosso entrò nel bosco, si perse e fu mangiata dal lupo. Oggi invece sono i lupi che si perdono nei più pericolosi dei boschi che sono le zone abitate dagli uomini e vengono mangiati. Questo pensavo mentre vedevo procedere davanti a me uno strano animale che all’inizio avevo preso per un cane, poi ho capito che era un lupo, dal colore del pelo, dalla forma del muso e dalle grosse zampe munite di artigli. Aveva l’aria di essersi perso. Barcollava. Come aiutarlo? Più mi avvicinavo e più si allontanava. Senza correre, però, che non ne aveva la forza, trotterellando sbilenco...». Era una lupetta di pochi mesi, che soffriva «di grave disidratazione e denutrizione, ai limiti della sopravvivenza. Ma come è potuto succedere che una piccola lupa sia arrivata fino alle case alte di Pescasseroli, senza incontrare i cani di cui è piena la collina dietro casa, senza cadere in qualche trappola, sola e disperata, vacillante sulle zampette magre?».
Fu curata, la lupetta. Per poi essere reintrodotta là dove doveva stare, nel parco. E la notizia che l’aveva salvata Dacia Maraini sollevò curiosità. E perplessità. «Ne abbiamo ancora paura come quando questi territori coperti da foreste ne erano pieni e costituivano un pericolo per i viandanti?».
Maraini con un gatto Paure antiche. Come quelle che ancora ci danno un brivido solo a leggere della notte di incubi di San Francesco: «Francesco, esausto per la febbre e per i dolori alle ossa, se ne sta disteso sul lettuccio nella piccola cella nuda. Improvvisamente sente un leggero fruscio che sale dal pavimento. Gira la testa e vede dei corpiciattoli neri, silenziosi, che escono a decine da un pertugio nel muro e si spargono per il pavimento...». Certo, lui pure «ha un moto di ribrezzo». Ma poi «il suo animo contemplativo e gentile prende il sopravvento. Si solleva su un fianco e, con il capo dolente appoggiato a un gomito si mette a osservarli con attenzione. Sono creature pure loro, si dice, sono creature di Dio...». Non furono un topolino il solo amico di Edmond Dantès nell’orrido Château d’If e il passero col quale fece amicizia in carcere Antonio Gramsci?
Le pagine più belle, però, sono forse quelle in cui Maraini racconta la storia dei «suoi» compagni di viaggio. Quelli che, a chi li ama, sanno regalare «la fiducia, il sentimento più sacro che un essere vivente possa donare a un altro». Come Cirillo, un bastardino «tutto nero e magro, dagli occhi spiritati (...) trovato randagio, solo e coperto di croste a Segesta fra le colonne di un tempio greco» che seguì Dacia fino alla macchina e come lei gli aprì la portiera «saltò dentro senza esitazione» e se ne andò a morire tanti anni dopo «cacciandosi sotto un armadio, senza disturbare nessuno». E Palocco, il boxer tigrato «infantile, goffo, capriccioso e vanesio» che «sapeva di essere bello e la gente si fermava per strada per carezzarlo» ma aveva qualcosa che non andava nel cervello e lei e Alberto Moravia furono costretti per la sua aggressività a darlo a un vicino di Ischia che per difendere i suoi polli dalle volpi aveva bisogno di un «cane cattivo». E Carbone, il «gatto nero come una notte senza stelle, acciuffato al volo in mezzo a un mucchio di immondizie» che «aveva un collo striminzito da gallina, quando l’ho tirato su dal cassonetto, il muso tirato, le orecchie a sventola e una coda unta e attorcigliata da topo» ma diventò un «guappo senza paura di nulla e di nessuno» che, «nell’intimo della sua anima, si credeva una pantera». E «la più cara di tutte le amiche», una volpina di nome Bionda: «Con lei ho capito che il guinzaglio non è la cordicella con cui la padrona tiene sotto controllo un esserino di sua proprietà, bensì il cordone ombelicale che unisce una madre alla figlia. Ma in realtà non avevo bisogno del guinzaglio perché lei mi seguiva passo passo...». Per anni e anni. Devota. Finché vecchia, malata, ridotta pelle e ossa, decise di smettere di mangiare e morire lì, nella casetta in montagna. Scavata una buca, Dacia la depose nel giardino. E ci piantò sopra «un prugnolo che ogni anno si ricopre di piccoli fiori bianchi».
L’incipit. Il loro silenzio è solo una lingua diversa C’è un silenzio che ci accompagna da sempre, ma che abbiamo imparato a ignorare. È il silenzio degli animali. Un silenzio che non è assenza di voce, ma una lingua diversa, fatta di sguardi, di movimenti minimi, di respiri trattenuti. Gli animali parlano, ma non con le parole: parlano con la vita stessa, con il loro esserci nel mondo in modo discreto, umile, necessario.
Ho sempre pensato che il modo in cui trattiamo gli animali racconti molto di noi. In un’epoca in cui l’uomo si proclama padrone della Terra, è facile dimenticare che anche noi siamo parte di un intreccio fragile e meraviglioso.
Ci nutriamo dell’aria che loro respirano, dei fiori che impollinano, della terra che calpestano con passo lieve.
Eppure li usiamo, li addomestichiamo, li imprigioniamo, li facciamo oggetto di consumo. È una forma di sordità morale: non vogliamo sentire la loro sofferenza, non vogliamo riconoscere il dolore che provoca il nostro benessere.
Rispetto non significa solo non ferire. Significa riconoscere. Guardare un animale e vederlo davvero. Comprendere che quella vita che ci osserva ha un suo mistero, una sua dignità, una sua storia.
11 gennaio 2026 (modifica il 11 gennaio 2026 | 07:17)
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