Il Nobel bloccato, poi l’accordo. Così i giurati scelsero Montale
Corriere della Sera - Cultura

Il Nobel bloccato, poi l’accordo. Così i giurati scelsero Montale

Venerdì 9 gennaio 2026
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L’Accademia di Svezia ha desecretato i verbali del 1975, quando il premio andò all’italiano

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Il Nobel bloccato, poi l’accordo. Così i giurati scelsero Montale

di ALBERTO CASADEI

L’Accademia di Svezia ha desecretato i verbali del 1975, quando il premio andò all’italiano

Eugenio Montale stringe la mano a re Gustavo di Svezia in occasione della consegna del Nobel, a Stoccolma, il 12 dicembre 1975 (Ansa)

La prima candidatura autorevole di Eugenio Montale al premio Nobel può essere considerata quella di T. S. Eliot, che nel 1954 scrisse una lettera al comitato per sostenerlo, però assieme a Giuseppe Ungaretti e dopo il francese Saint-John Perse. Non era ancora uscita La Bufera e altro, del 1956, ma in ambito internazionale l’autore degli Ossi di seppia e delle Occasioni si era già conquistato un posto di primo piano, solo che nuoceva la vicinanza-rivalità con l’altro maggior esponente dell’ermetismo, secondo una categoria critica allora in voga e ora del tutto superata. Risultato: nel 1959 tra i due rivali s’incuneò l’outsider Salvatore Quasimodo e il discorso Nobel si chiuse per una dozzina d’anni.

Quando, nel 1970, scomparve Ungaretti, il ruolo di Montale passò presto a quello di candidato più forte del campo italiano, oltretutto corroborato pure dalla nomina a senatore a vita (1967) e poi dall’uscita della quarta e sorprendente raccolta, Satura (1971), che riportò in primo piano la sua attività poetica dopo anni in cui era prevalsa quella giornalistica per il «Corriere». Sebbene non siano mancate le polemiche, il nuovo stile montaliano conquistò un largo pubblico, tanto che conteggi disponibili alla Mondadori parlano di decine di migliaia di copie vendute, e ottimi riscontri ebbe anche il successivo Diario del ’71 e del ’72, uscito nel 1973. Ecco perché i mondadoriani si aspettavano un possibile riconoscimento a Stoccolma già da qualche anno, e contavano sull’appoggio a Montale di Anders Österling, il più «italianizzante» fra i membri della commissione, in ottimi rapporti con l’attivissimo Giacomo Oreglia delle edizioni svedesi-italiane Italica.

Il nome di Montale era stato inserito nella short list già nel 1972 e ’73, ma nel 1974 vinsero a sorpresa (e non senza scandalo) due autori svedesi, già membri del collegio giudicante, e questo, nel 1975, aveva creato un clima di tensione: occorreva un candidato che non generasse ulteriori polemiche, come appunto poteva essere un poeta quasi ottantenne, lontano dai riflettori e però noto e apprezzato in Svezia oltre che in vari Paesi europei e negli Stati Uniti. Le informazioni sui lavori della commissione erano già trapelate da qualche tempo, ma solo adesso, a cinquant’anni dall’assegnazione, come di consueto la Fondazione Nobel pubblica i verbali delle riunioni.

Da questi si viene a sapere con certezza che le candidature più accreditate erano quelle di Saul Bellow, Doris Lessing e Nadine Gordimer, non a caso tutti premiati in anni successivi. Dal canto suo Österling propose anche Graham Greene, che peraltro non godeva di grandi possibilità perché considerato sin troppo commerciale. Si può insomma ipotizzare, sulla scorta di quanto ha fatto per altre vittorie di italiani uno specialista quale Federico Tiozzo, che in una situazione di grande incertezza fossero state avanzate alcune candidature che non potevano essere accolte da tutti i membri della commissione, in modo da eliderle tra loro. Quando si arrivò alla fase preparatoria per la scelta, si fece avanti un altro kingmaker, membro dell’Accademia e professore di letteratura, Henry Olsson, che in un suo discorso non solo notò che Montale compariva nelle liste di buona parte dei membri votanti, magari come secondo o come terzo, ma per di più sembrava all’altezza del premio «sia come poeta sia come persona».

Fu forse questo l’elemento decisivo, dato che il premio Nobel era quasi sempre assegnato a scrittori che o si distinguevano per idee progressiste, o comunque non erano collusi con regimi antidemocratici: si dice che fu questo il motivo per cui Borges non lo ricevette mai. All’autore degli Ossi si riconosceva la distanza dal fascismo e si coglieva, dietro l’apparente pessimismo, una rinnovata vena comico-satirica: motivazioni che furono poi ribadite nei discorsi ufficiali alla premiazione.

Di sicuro, con il suo consueto umorismo, Montale accolse le lodi e gli aspetti cerimoniali come uno scenario quasi da opera lirica, quel mondo che aveva amato sin da giovane e aveva poi seguito per anni alla Scala. Non a caso nel resoconto Con Montale a Stoccolma, scritto da Domenico Porzio e pubblicato nel 1976 (Ferro edizioni; poi riedito da Luni nel 2023), sono spesso riportate battute scherzose su quanto stava capitando. Dal 23 ottobre, quando era arrivata la notizia ufficiale dell’assegnazione, sino al 12 dicembre, quando si conclusero tutte le fatiche svedesi, Montale era stato ricordato in giornali di tutto il mondo e in decine di pezzi di intellettuali e critici italiani. Tutto normale, si dirà, ma forse non proprio per chi, come lui, non voleva essere «ficcato nella storia» e preferiva semmai un angolo in penombra dove rifugiarsi.

Ciò non toglie che la lunga storia che condusse al Nobel del 1975 meriti grande attenzione e nuove indagini sui documenti ormai disponibili. Anche se magari, montalianamente, si potrebbe pensare che tutto sia stato solo un equivoco, perché si sa che non bisogna credere che la «realtà sia quello che si vede».

7 gennaio 2026 (modifica il 7 gennaio 2026 | 11:45)

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