«Io Pandico, il camorrista paranoico che spedì in carcere Enzo Tortora»
Corriere della Sera - Cultura

«Io Pandico, il camorrista paranoico che spedì in carcere Enzo Tortora»

Mercoledì 11 febbraio 2026
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Lino Musella interpreta in «Portobello» l'accusatore del conduttore televisivo nella fiction di Marco Bellocchio. Presto sul set di De Angelis con Vanessa Scalera in un film dal libro di Antonio Franchini

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«Io Pandico, il camorrista paranoico che spedì in carcere Enzo Tortora»

di Mirella Armiero

Lino Musella interpreta in «Portobello» l'accusatore del conduttore televisivo nella fiction di Marco Bellocchio. Presto sul set di De Angelis con Vanessa Scalera in un film dal libro di Antonio Franchini

«Non conoscevo quasi per nulla la vicenda di Enzo Tortora. Di Pandico poi sapevo pochissimo, ho intercettato rare cose in rete. Eppure, del mio personaggio avevo intuito qualcosa, tanto che al provino ho convinto il regista». Lino Musella indossa i panni, abbastanza scomodi, di Giovanni Pandico, «’o pazzo», affiliato al clan Cutolo e grande accusatore di Enzo Tortora, nella fiction «Portobello». 
Regia di Marco Bellocchio, presentata al Festival di Venezia, la serie si vedrà su Hbo dal 20 febbraio, un episodio a settimana, con Fabrizio Gifuni nel ruolo dello sfortunato Tortora, vittima di un castello di bugie e di un clamoroso errore giudiziario, ma anche simbolo di un’Italia che cercava conforto e spensieratezza in anni difficili. 

Musella, come si è calato nel personaggio del calunniatore, del «pazzo»? «Non ho fatto un lavoro mimetico, piuttosto mi sono affidato alla scrittura forte e allo sguardo ancora più forte di Marco Bellocchio. E lui si è fidato di me. Insieme abbiamo trovato la chiave per raccontare questo personaggio portatore di una lucida follia, figlia di una cultura raccogliticcia». 

Qual è stata questa chiave? 
«Il fatto che Pandico tiene tutto chiuso nella propria testa. Anche prima del caso Tortora, molte cose gli accadono a causa della sua immaginazione distorta». 

È dunque diverso dai camorristi che siamo abituati a vedere sullo schermo, per esempio in «Gomorra»? 
«Sì, ma anche perché siamo in un’altra epoca, al tempo di Cutolo. E Pandico non è un braccio armato, è uno scrivano, ha anche qualche strumento culturale, legge, ha qualche strumento culturale. Dentro il sistema è un personaggio isolato nella sua paranoia, eppure riesce a far avverare una maledizione. Non aveva reale potere ma desiderava fortemente quello che poi si è avverato: che Tortora cadesse in disgrazia. Invidiava la sua popolarità. E con le sue calunnie ha ricevuto anche lui attenzioni mediatiche». 

C’è molta Napoli nella serie? 
«La vicenda di Tortora è legatissima alla storia del maxiprocesso, uno dei più importanti della storia criminale italiana. Era l’epoca in cui la camorra si stava trasformando, non si trattava più solo di scontri tra famiglie. Quindi c’è Napoli, ma con molti interni, aula bunker, caserma Pastrengo». 

Pandico con Cutolo ha avuto un rapporto contraddittorio... 
«Lui si dichiarava affiliato strettissimo. Tutti hanno mitizzato Cutolo, ma lui di più. Poi si è sentito abbandonato quando il boss ha voltato le spalle ai fedelissimi». 

Davvero lei conosceva poco la vicenda Tortora prima di girare la serie? 
«Sì, ne avevo sentito parlare ma anagraficamente Portobello non apparteneva alla mia infanzia. Né la Rai ha mai riproposto repliche, forse per una sorta di vergogna collettiva...». 

Lei fa parte di quella generazioni di attori che passano con disinvoltura dal teatro al cinema e viceversa. Qual è il vero amore? 
«In questo caso mi dichiaro bisessuale o almeno fluido. Scherzi a parte, al cinema mi sento meno a casa, c’è qualcosa che mi mette in crisi e mi spinge a dare sempre di più. Ma resto solo interprete. A teatro sono autore anche quando faccio l’attore». 

La scuola attoriale napoletana si è ormai imposta a livello nazionale... 
«Il nostro essere napoletani è croce e delizia. Oggettivamente ci sono una cultura e una tradizione fortissime, ma è forte anche la retorica che ci portiamo appresso e con la quale devi fare i conti. La sfida è riuscire a rinnovare quella retorica». 

Dopo aver interpretato Moscato per Andò, la rivedremo nel lavoro di Martone, «Stanza con compositore», tratto da Fabrizia Ramondino. E al cinema? 
«Sarò con Vanessa Scalera nel film tratto da “Il fuoco che ti porti dentro” di Antonio Franchini. Regia di Eduardo De Angelis». Una bella notizia: vincitore del Campiello, è di sicuro uno dei più bei romanzi degli ultimi anni. 

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