Vannacci e le armi all'Ucraina
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Vannacci e le armi all'Ucraina

Martedì 10 febbraio 2026
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Per il voto in Parlamento, la scissione del generale finisce per fare un favore alla destra e mettere in imbarazzo il campo largo

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Vannacci e le armi all'Ucraina

Roberto Gressi | 10 febbraio 2026

Per il voto in Parlamento, la scissione del generale finisce per fare un favore alla destra e mettere in imbarazzo il campo largo

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L’Occidente, con l’Europa in prima fila, ha ancora l’occasione, drammatica e formidabile, di chiudere la partita con la legge del più forte, che ha dominato gran parte del Novecento. Imporre una pace giusta in Ucraina, dopo quattro anni di guerra. Sulla strada della fine del conflitto c’è la protervia criminale di Vladimir Putin. Morti, gelo e distruzione. Ma c’è anche il realismo amorale di Donald Trump, che al suo esordio voleva la resa di Volodymyr Zelensky.
Una morsa che non è bastata a chiudere la partita, riducendola a un risiko tra le due grandi potenze. Il percorso che l’Europa ha seguito è stato tutt’altro che privo di contraddizioni, ma alla fine la convinzione che non si dovesse cedere prevale, e ora la ricerca di una via di pace che non schiacci l’Ucraina è largamente condivisa. La stessa intesa tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, soprattutto se saprà coinvolgere e non escludere la Francia, potrà rafforzare il ruolo internazionale del continente, superando l’imbuto dell’unanimità dei Ventisette, idea già prospettata da Mario Draghi, per prendere decisioni con almeno nove Stati membri.

In tutto questo non è poca cosa il compito che spetta all’Italia, e che sarebbe umiliante ridurre a piccoli calcoli di bottega, nel clima di perenne campagna elettorale che ci sovrasta. Il governo ha deciso di mettere il voto di fiducia sul decreto che consegna gli aiuti militari, sì, le armi, all’Ucraina. Una decisione sicuramente anche dettata dalla sommossa del generale in vestaglia, Roberto Vannacci, che ha lasciato la Lega e punta a strappare parlamentari alla maggioranza, con il suo no al sostegno a Kiev. L’uomo più vicino a Mosca, quello che scriveva nel suo opuscolo «Lì incontravo, ben oltre l’imbrunire, nei bellissimi e grandissimi parchi cittadini, donne sole e mamme con bambini senza il minimo timore di essere molestate. Ma lì c’è una dittatura, tuona qualcuno, come se una delle caratteristiche delle democrazie fosse quella di autorizzare ladri, stupratori e criminali. Se la democrazia non riesce a dare risposte concrete... allora l’elettorato si rivolgerà verso sistemi diversi». Finora ha razzolato dalla sua parte, ma non è certo, due ex leghisti, Rossano Sasso e Edoardo Ziello, più il pistolero di Capodanno, l’ex Fdi Emanuele Pozzolo. Però anche i Cinque Stelle di Giuseppe Conte, e Avs di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, voteranno non solo come è ovvio contro la fiducia, ma anche contro il provvedimento, mentre Elly Schlein dirà sì all’invio delle armi: una spaccatura evidente e severa in una coalizione che, a scanso di sorprese, si presenterà unita alle elezioni politiche.

Per assurdo, la divisione nella maggioranza, dovuta alla scissione di Vannacci, finisce per fare quasi un favore al centrodestra. Matteo Salvini, che è stato a lungo la spina nel fianco di Giorgia Meloni e Antonio Tajani sulla politica internazionale, oltre a votare a favore, come obtorto collo ha sempre fatto, non potrà stavolta alzare troppo la voce. Dove batta il suo cuore sulla vicenda Ucraina non è in discussione, ma deve fare i conti con il fatto che Putin, quello che esibiva sulle magliette, ha adesso un altro campione. La strada per la maggioranza di governo non è affatto in discesa, e le contraddizioni non solo non mancano, ma potrebbero crescere.

È il campo largo però, o come si chiamerà alla fine, a soffrire della divisione più evidente. Giuseppe Conte ha tutto il diritto nel suo pretendere di non essere affiancato alle posizioni di Vannacci, farlo sarebbe una manovra elettoralistica, la sua è una posizione di lunga data, ma la sostanza dello strappo con Elly Schlein resta. La segretaria del Pd, del resto, che non ha mai fatto mancare nei voti il sostegno del suo partito all’Ucraina, non si è mai intestata una battaglia all’interno della sua alleanza nella ricerca, perlomeno, di una posizione comune. E i riformisti le fanno notare come, in quattro anni, non abbia mai trovato il tempo di fare un viaggio a Kiev. C’è ovviamente anche strumentalità negli attacchi che riceve all’interno, ma con Pina Picierno che parla di «pagina vergognosa» riferendosi agli alleati, e con Filippo Sensi che dice «che orrore», riferendosi alle posizioni di Cinque Stelle e Avs, Schlein dovrà pure fare i conti. Il voto di fiducia farà cadere gli emendamenti, e renderà la spaccatura meno lampante, ma le idee opposte sulla politica estera restano un macigno.



10 febbraio 2026

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