Giorno del Ricordo, le storie degli infoibati del Trentino-Alto Adige: «Una ricorrenza per approfondire e non martirizzare»
La stima dello storico Raoul Pupo parla di 4-5.000 persone prese e mai più tornate
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Giorno del Ricordo, le storie degli infoibati del Trentino-Alto Adige: «Una ricorrenza per approfondire e non martirizzare»
di Roberto BrumatLa stima dello storico Raoul Pupo parla di 4-5.000 persone prese e mai più tornate
Nel riquadro Giorgio Rossaro, tenente medico infoibato nel ‘45
Anche il Trentino Alto Adige ha avuto le sue vittime nelle foibe jugoslave a cui il Giorno del Ricordo che si celebra oggi è dedicato unitamente alla memoria del sacrificio dell’esilio giuliano dalmata. Il fascismo incentivò la migrazione (accolta anche da molti insegnanti) nelle terre del confine orientale per italianizzare le comunità slave entrate nel Regno d’Italia nel 1918. Erminio Girardelli, nato nel 1884 a Valle San Felice di Mori, da maestro andò a insegnare nel Comune istriano di Lanisce di cui divenne vicesindaco. La sera del 6 novembre 1943 al rientro a casa tre partigiani lo catturarono davanti al figlio Zeffirino di 4 anni e alla moglie Maria e dopo tre giorni di torture finì infoibato. Sorte analoga toccò ad altri trentini trasferitisi in Istria e nella Venezia Giulia, che come lui hanno ricevuto negli ultimi anni un riconoscimento alla memoria da parte dello Stato italiano.
Le storie
Come Casimiro Rayer di Trento, infoibato con la moglie MariaMilavec e il roveretano Giorgio Rossaro (classe 1892) che nel 1945 era tenente medico della Croce Rossa a Gorizia, dove il 4 maggio fu prelevato a casa e condotto in carcere a Lubiana dove morì. Quello fu il destino di un numero imprecisato di italiani delle terre confinanti con la «cortina di ferro» (soprattutto Trieste, Gorizia, Fiume e Pola), contro cui le truppe di occupazione jugoslave – a guerra finita – per 40 giorni esercitarono arresti e brutaliuccisioni: la stima dello storico Raoul Pupo (già professore di Storia contemporanea all’Università di Trieste) parla di 4-5.000 persone prese, per il fatto di essere dipendenti comunali, poliziotti, carabinieri o presunti fascisti, e mai più tornate.
Quasi duemila profughi
L’altro dramma legato al contesto di quel confine e che ha avuto risvolti anche in Trentino Alto Adige, fu l’abbandono di case, terreni e attività da parte della maggioranza delle comunità italiane insediate da anni nell’attuale Croazia: rientrarono in patria a causa della politica jugoslava divenuta ostile verso chi non accettava di sottomettersi al nuovo regime comunista. Da lì prese le mosse l’ospitalità data anche dal Trentino Alto Adige tra il 1945 e il ‘61 agli esuli giuliani e dalmati. I dati dei censimenti risultano imprecisi: un computo fatto nel 1955 indica 1.124 profughi destinati alla provincia di Bolzano e 973 a quella di Trento. Dando ospitalità a 2.097 dei 250.000 italiani che avevano lasciato la Jugoslavia, il Trentino Alto Adige fu la quinta regione più solidale d’Italia (la prima era il Friuli Venezia Giulia con il 18.1%). In assenza di numeri certi - perché c’era chi avevano lasciato la Jugoslavia già dopo l’8 Settembre e chi non si era ufficialmente registrato all’arrivo a destinazione - il numero probabile di questi esuli giuliani e dalmati fu superiore alle 3.000 unità.
In Alto Adige
L’accoglienza in Alto Adige riguardò per quasi l’80% il capoluogo. I richiedenti asilo erano per il 47% donne, anziani, inabili e disoccupati; per il 18% impiegati, funzionari e insegnanti, per il 14% operai e per il 13% commercianti e artigiani. Nonostante per loro fosse più facile trovare lavoro che casa, le soluzioni abitative per questi esuli in regione generalmente furono meno precarie rispetto ad altre parti del Paese dove vennero sistemati per anni in vecchi campi di concentramento e caserme dismesse. Anche qui, però, all’arrivo chi non poteva permettersi un affitto ottenne alloggio provvisorio nelle caserme: la Guella di Laives, il deposito militare a Salorno e una baracca dell’esercito a Piani di Bolzano.
In Trentino
In provincia di Trento i primissimi arrivati furono sistemati in qualche albergo del capoluogo, poi smistati tra Madrano, Fornace e Cavalese. Nella sola Rovereto tra il 1946 e il ’53 arrivarono 216 immigrati, metà dei quali giunti dalla città di Pola: molti per anni rimasero nell’ex Gil e nell’ex asilo infantile, altri trovarono alloggio in un nuovo quartiere da allora chiamato «Casa dei Giuliani». «Le foibe e l’esilio istriano giuliano dalmata - dice Lorenzo Gardumi della Fondazione Museo storico del Trentino - sono tra i frutti delle amnesie della coscienza storica italiana. Il Giorno del Ricordo dovrebbe servire non a celebrazioni martirologiche, ma ad approfondire quegli eventi».
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10 febbraio 2026
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