Giorno del Ricordo, il docente triestino Davide Rossi: «Quella degli esuli è una tragedia che i giovani devono conoscere»
Il prof e il suo ultimo libro: «Occasione per riscoprire un patrimonio antico»
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Giorno del Ricordo, il docente triestino Davide Rossi: «Quella degli esuli è una tragedia che i giovani devono conoscere»
di Antonio CariotiIl prof e il suo ultimo libro: «Occasione per riscoprire un patrimonio antico»
Il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il Trattato di Pace tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, i cui effetti l’Italia non poté che subire. Si chiuse un periodo doloroso, ma ci trovammo a pagare per le aggressioni del fascismo. In particolare, il nostro Paese dovette cedere alla Jugoslavia vaste zone al confine orientale (Istria, Fiume, Zara) e fu deciso di creare il Territorio Libero di Trieste: la città giuliana sarebbe tornata all’Italia solo nel 1954. Dopo il 10 febbraio, che oggi celebriamo come Giorno del Ricordo, per i nostri connazionali abitanti in quelle terre, per vocazione multietniche, si pose un dilemma angoscioso: scegliere l’Italia, quindi abbandonare le proprie case, oppure sottostare a un regime comunista che li sottoponeva a gravi vessazioni e già aveva dimostrato un’evidente spietatezza con l’eliminazione massiccia di avversari politici veri o presunti, gettati nelle voragini carsiche chiamate foibe.
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La grande maggioranza degli italiani residenti nelle zone attribuite alla Jugoslavia di Tito (nome con cui era noto il dittatore Josip Broz) decise di partire. Si calcola che il nostro Paese accolse circa 300.000 esuli, sottoposti a notevolissimi disagi. Un dramma di sradicamento che per lungo tempo è stato rimosso dalla coscienza nazionale (a parte le zone della Venezia Giulia più direttamente interessate) e che una legge del 2004 ha riportato alla luce disponendo che ogni 10 febbraio lo si commemorasse con il Giorno del Ricordo. Una data propizia non solo per riconoscere le sofferenze provocate dall’esodo, ma anche per riscoprire un patrimonio antico, come osserva il giurista Davide Rossi, docente dell’Università di Trieste, appartenente a una famiglia di esuli: «Nel parlare di Istria, Fiume e Dalmazia non ci si può fermare solamente all’epoca delle guerre mondiali. L’italianità dell’alto Adriatico ha un cuore antico e una storia ben più remota, testimoniata dall’architettura e dall’arte di quelle regioni, dove è molto forte l’impronta prima della latinità e quindi della Repubblica di Venezia. Oggi che la tragedia dell’esodo non è più un tabù, grazie al Giorno del Ricordo, e i giovani hanno cominciato a conoscere le tragiche vicende del Novecento, si tratta di ampliare il discorso a questi aspetti».
A tal proposito Rossi ha appena pubblicato il volume Il lungo Novecento della frontiera adriatica (Rubbettino, pagine 272, € 19), che tratta una serie di questioni istituzionali spingendosi indietro nel tempo fino al Settecento e alla caduta della Serenissima, con una parte dedicata anche sull’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio e sul suo progetto costituzionale, la Carta del Carnaro. Dato poi che quest’anno ricorre l’ottantesimo della Repubblica e dell’Assemblea Costituente, riveste un particolare interesse la parte che l’autore dedica all’immediato dopoguerra. «Fu assai significativa – ricorda Rossi – la scelta di escludere dal voto del 2 giugno 1946 quella che pure era stata in precedenza designata come XII circoscrizione elettorale, ossia la Venezia Giulia. Era un territorio conteso e i politici dell’epoca erano ben consapevoli che l’Italia ne avrebbe potuto perdere una porzione assai consistente, dato che Tito, in quanto vincitore, rivendicava addirittura Trieste e Gorizia. Un vulnus che rappresenta plasticamente la distanza tra il confine orientale e il resto della Penisola».
Oggi, continua Rossi, alle vicende dell’alto adriatico si può guardare con serenità, tanto più che Slovenia e Croazia, eredi della defunta Jugoslavia, appartengono come l’Italia all’Unione Europea: «Resta ferma l’esigenza di non dimenticare, il passato altresì non deve condizionare il futuro. Non può esistere una memoria condivisa, ma guardare ai fatti in chiave europea favorisce il rispetto dei vari punti di vista, indispensabile per costruire un tessuto connettivo tra le diverse identità. È significativo in tal senso il lavoro compiuto dall’antropologa slovena Katja Hrobat Virloget sulla memoria dell’esodo nel suo Paese. Ha constatato che molti sull’argomento preferiscono tacere, altri non ne sanno nulla. Il suo libro Esodo. Il silenzio di chi resta, ora pubblicato in Italia da Bottega Errante Edizioni (pagine 320, € 25), è un passo avanti interessante».
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10 febbraio 2026 ( modifica il 10 febbraio 2026 | 11:38)
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