La grande ingiustizia della scuola classista: fa sentire in colpa chi non ce la fa
Corriere della Sera - Cultura

La grande ingiustizia della scuola classista: fa sentire in colpa chi non ce la fa

Martedì 10 febbraio 2026
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La riflessione di un insegnante di liceo sul libro​-manifesto di Michele Arena «Dipende dalla classe»

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La grande ingiustizia della scuola classista: fa sentire in colpa chi non ce la fa

di Roberto Contessi*

La riflessione di un insegnante di liceo sul libro​-manifesto di Michele Arena «Dipende dalla classe»

Nathalie (nome di fantasia, ndr) mi ferma in mezzo al corridoio della scuola dove insegno, un liceo linguistico, ma questa scena si ripete quotidianamente in tanti altri istituti del nostro Paese. Lei è arrivata in Italia un anno e mezzo fa, ma la sua storia è simile a tanti altri ragazzi e ragazze non per forza migranti, tutti accomunati da una vita a basso reddito. La mattina frequenta il liceo, poi il primo pomeriggio prende le sorelline alla scuola elementare, le segue nei compiti, poi passa al suo studio personale, tutto condito dalla difficoltà di compiere tutte queste operazioni in una lingua che non conosce bene.

I genitori tornano tardi, lavorano tutto il giorno, e lei sembra il criceto in gabbia che si arrampica sulla ruota che, a sua volta, gira vorticosamente sotto ai suoi piedi. Dopo che mi ha fermato in corridoio, mi chiede quante volte sia possibile essere bocciati in Italia. Io rimango interdetto, lei non sembra neanche agitata, e, capendo il mio stupore, aggiunge che tanto sa di perdere certamente quest'anno scolastico. Lo dice giustificando il verdetto finale di giugno, mentre siamo soltanto a febbraio, perché le sue difficoltà di partenza la collocano nella parte bassa della graduatoria dei voti.
Molti professori saranno sorpresi in positivo dalla lucidità mostrata da Nathalie, e diranno che, vedi, le bocciature servono perché fanno sviluppare la percezione delle proprie lacune. Michele Arena, nel suo libro Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista, rovescia il tavolo e propone una lettura completamente diversa della domanda della ragazza.

Quello che conta a scuola, come anche nei concreti rapporti interpersonali, è la tua storia di provenienza. Questa ti vincola, ti inchioda in un percorso che è difficilissimo mutare. Michele Arena sceglie l'immagine di un filo tenace che ognuno di noi ha agganciato alla propria schiena: per alcuni il filo è molto lungo e permette di muoversi agevolmente, passando dalla scuola, poi all'università, al lavoro, ma anche di attraversare agevolmente tanti contesti sociali differenti, sempre forti delle proprie opportunità. Per altre persone, invece, tutte accomunate dall'essere a basso reddito, quel filo è cortissimo: è un guinzaglio che permette un margine di manovra stretto, costringe a frequentare sempre le stesse persone e gli stessi luoghi, di solito a scegliere un certo tipo di vita. Ovviamente, verrebbe spontaneo pensare che chi ha quel guinzaglio corto esploda e strilli l'ingiustizia che deve subire, ma è a questo punto che scatta l'opzione-criceto: quelli con il guinzaglio corto sviluppano il senso di colpa della propria condizione, al fine di continuare a sopportare l'iniquità.

Questo significa che forse le difficoltà che Nathalie deve affrontare sono decisamente troppe, ma lei anticipa tutti e si assume la colpa del suo destino: va bene essere bocciati quest'anno tanto ho ancora due possibilità. Questo è funzionale al suo ruolo sociale: lei è un elemento fondamentale perché la piccola macchina della vita di un'intera famiglia non si interrompa. Dall'altra parte, Nathalie porta il peso di essere un personaggio tragico, che esprime, paradossalmente, il viso più gradevole delle persone come lei: è tenace, silenziosa, operosa, responsabile. Non tutti i ragazzi con lo stesso guinzaglio, però, sono come lei: ci sono quelli che si rinchiudono in se stessi, quelli che smettono di mangiare, quelli che sviluppano l'ansia da prestazione, quelli che si ribellano e trattano male compagni e professori, quelli che tentano gesti estremi.

Michele Arena, che, come educatore, conosce bene i contesti del disagio della provincia fiorentina, non si ferma però solo alla sua esperienza personale. Cita, a prova della sua tesi, gli studi quantitativi sul mondo della scuola che chiariscono come il metodo selettivo sia largamente imperante nel nostro sistema scolastico. La selezione indirizza una parte dei giovani a frequentare il liceo classico e scientifico, e in particolare le scuole dei centri storici nel nostro Paese, e la possibilità che un giovane ha di entrare in quel circuito virtuoso è quasi direttamente proporzionale al reddito e alle possibilità culturali fornite dal suo ambiente di provenienza. Il meccanismo ovviamente non è deterministico, ma la provenienza incide tantissimo sullo scegliere un certo indirizzo, oppure scegliere non un liceo ma un istituto tecnico, oppure arrivare al titolo di studio con un percorso più lungo, costellato di bocciature e cambi di scuola. In alcuni casi, quando possibile, si sceglie di frequentare istituti privati ma solo ove se ne abbia le possibilità economiche. In altri casi, alla fine arriva l'abbandono scolastico.

In atto, aggiunge Arena, non esiste solo la selezione scolastica: a ben vedere i comportamenti sociali sono determinati a cascata in gran parte proprio dalla classe di provenienza. I cittadini a basso reddito non solo sono spesso deboli culturalmente, ma sono anche cittadini che acquistano cibi di bassa qualità, che accettano affitti in nero, sviluppano stili di vita poco sani e contraggono maggiormente malattie purtroppo mortali. Nonostante ciò, l'atteggiamento di chi vive sulla propria pelle il classismo sociale è quello di assumersi la responsabilità personale della propria condizione, proprio come a protezione della propria integrità. Questo è l'elefante che si tende a nascondere: la relazione tra povertà e iniquità. La novità drammatica è che gli stessi a vivere la povertà la nascondono, sviluppando un senso di colpa.

Come se ne esce? Michele Arena insiste sul lavoro interpersonale: è comprensibile, perché sta nel suo lavoro di educatore quello di rammendare, attraverso una relazione di sostegno, i fili spezzati dei ragazzi che incontra. Nel suo libro, insiste nel mettere al centro quell'elefante nascosto di cui abbiamo appena parlato. Bisogna farlo in ogni contesto possibile e dunque bisogna farlo anche in classe: la sua proposta ruota sull'organizzare la didattica scolastica come avviluppata ad un «laboratorio di democrazia permanente» attraverso una serie di tecniche innovative che vengono dalla pedagogia americana. Passa per questo lavoro il mettere in discussione i rapporti di potere tra studenti e docente e ridefinirli attraverso il concetto di «alleanza».

La proposta di Arena mi sembra una ragionevole speranza, un programma che ha il fascino dell'utopia e che, però, rischia di generare un effetto opposto, quello di creare il circolo dei docenti che ci credono, che «si radicalizzano» come dice lo stesso Arena, ma restano chiusi nella sacrosanta denuncia. Oramai il mondo della scuola conosce gli studi che Arena cita, diventati patrimonio comune, seppur scomodo. Bisogna sostenere in modo programmatico le difficoltà di partenza dei ragazzi svantaggiati: mediatori culturali, corsi di lingua italiana, strategie di recupero continue, fino a toccare la stessa formazione delle classi cercando di redistribuire quanto più possibile gli studenti forti con quelli deboli. Serve la politica concreta. 

*docente e scrittore

10 febbraio 2026

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